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Un vademecum per tornare a scuola in sicurezza

tornare a scuola in sicurezza
Foto di Alexandra_Koch da Pixabay

Aria sana con la ventilazione meccanica controllata e purificatori d’aria certificati. Ma anche le etichette che dichiarino specifici indicatori di inquinamento derivante dai processi produttivi. Ecco le proposte di Sima – Società italiana di medicina ambientale – nell’intervista al presidente Alessandro Miani

Tornare a scuola in sicurezza e in presenza – appena le curve del contagio lo renderanno possibile – ma con un presupposto necessario: che gli ambienti siano al 100% idonei alla convivenza.

A partire dalla qualità dell’aria che si respira nelle classi. Interventi necessari, ma non complicati perché le soluzioni ci sarebbero. Tecnologiche in primis.

Secondo quanto si evince da un documento che ne traccia le linee guida, la Sima (Società italiana di medicina ambientale) ha individuato nella ventilazione meccanica controllata (Vmc) con filtrazione dell’aria in entrata, una soluzione ottimale.

Ma non solo: la Vmc potrebbe essere eventualmente associabile (ma non sostituibile) all’utilizzo di purificatori d’aria certificati in grado di trattenere particelle sino a 0,1 micron.

In particolare, l’installazione di sistemi di filtraggio ad alte prestazioni (prestando attenzione all’adeguata manutenzione dei filtri su base trimestrale/semestrale) in grado di eliminare le polveri sottili, i Voc e gli inquinanti biologici aero-dispersi, dovrebbe essere considerato se l’aria esterna presenta potenziali problemi di inquinamento – almeno in quelle scuole situate nelle vicinanze di strade ad alta intensità di traffico o semafori, porti, ferrovie, aeroporti o aree industriali e aziende agricole.

Gli 8 punti espressi dalle linee guida (consultabili in questo documento di Sima) sono stati elaborati da Sima con accademici, giuristi e intellettuali pugliesi della Rete La scuola che vogliamo – scuole diffuse in Puglia e insieme alla Cattedra Unesco di Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile dell’Università Federico II di Napoli.

Per saperne di più abbiamo incontrato Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale e professore aggregato di prevenzione ambientale presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali (Esp) dell’Università degli Studi di Milano.

Questa intervista si allarga così a tutti i temi cari a GreenPlanner e a Sima: misure per abbattere, quanto prima, l’inquinamento. Ovunque.

alessandro miani, presidente SIMA

Professor Miani, quanto è urgente e vitale prestare attenzione all’ambiente e limitare l’inquinamento?

La crisi ambientale e degli ecosistemi è sotto gli occhi di tutti e si è determinata nell’arco di un secolo in cui peraltro non tutti i Paesi del mondo hanno avviato contemporaneamente la propria rivoluzione industriale.

La situazione, già drammatica, ha quindi ancora margini enormi di crescita della distruzione e contaminazione di habitat naturali.

Quanto sia vitale e urgente rispondere adeguatamente e senza ritardi a questa crisi mondiale è implicito nel fatto stesso che tutte le nazioni del mondo (auspicando un felice rientro della nuova amministrazione Usa) abbiano sottoscritto gli Accordi di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici, considerati oramai inscindibilmente legati agli effetti dell’inquinamento prodotto dall’uomo insieme a una vorace azione di consumo di suolo e deforestazione.

Intanto, però i Paesi ricchi continuano a estrarre minerali nel sud del mondo, sfruttando per altro manodopera sottopagata, e a produrre rifiuti tossici che non prevedono la chiusura del ciclo o che addirittura vengono scaricati in Africa, Asia o Sud America.

Cosa vi proponete di fare per scuotere l’attenzione degli italiani su questo tema?

Sima è già ampiamente presente a livello nazionale sui principali media di informazione e opera sempre per tenere accesi i riflettori sulle problematiche più urgenti riguardanti i determinanti ambientali e sociali della salute e su ciò che interessa i cambiamenti climatici e le loro ricadute in termini sanitari.

In questo 2021 vogliamo concentrare i nostri sforzi sulla qualità dell’aria Indoor perché è ormai certo che è negli ambienti confinati che si concentrano inquinanti provenienti da sorgenti emissive esterne (trasporti, riscaldamento degli edifici, allevamenti intensivi, emissioni industriali…) o anche semplicemente dalla compresenza di tante persone in ambienti sovraffollati, cosa che avviene normalmente anche nelle aule scolastiche dei nostri figli e non pochi interrogativi pone oggi in piena pandemia da Covid-19.

Infine, nonostante le limitazioni poste dalla pandemia, stiamo pensando a una grande iniziativa di sensibilizzazione con artisti e musicisti italiani noti al grande pubblico, oltre che all’istituzione di una giornata nazionale di commemorazione delle vittime dell’inquinamento ambientale, accogliendo la richiesta pervenutaci da parte del Vescovo di Acerra nel quinto anniversario dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.

Cosa la sta preoccupando di più in questo momento?

Lo scollamento tra i tempi rapidi di deterioramento delle risorse del nostro pianeta e la lenta reazione dei decisori a livello internazionale.

Parafrasando Greta Thumberg “non si sta facendo abbastanza” e il prezzo di questi ritardi sarà pagato già dalla generazione dei nostri figli e nipoti. Al contempo, la pandemia Covid-19 ha messo in luce che lo squilibrio degli ecosistemi è foriero di conseguenze immediate, imprevedibili e globali allorquando ci si avvicina a una soglia di criticità.

Quel che più mi preoccupa è la prospettiva del collasso degli ecosistemi: si tratta di una soglia che una volta raggiunta produce effetti immediati, senza darci la possibilità di ragionare su tempi medio-lunghi come stiamo iniziando a fare solo da qualche anno; tali effetti non saranno più reversibili, almeno non completamente.

Quali soluzioni?

Non c’è alcun dubbio che i Paesi più sviluppati debbano ridurre le loro emissioni di inquinanti – e non solo di CO2 (ma anche o soprattutto il metano – ndr).

L’Europa ha già deliberato il programma di finanziamenti che porterà la riconversione della sua economia fino alla Neutralità climatica nel 2050 e alla riduzione del 50% delle emissioni entro il 2030 (rispetto agli anni ’90).

Ma anche i cosiddetti Paesi emergenti o già ormai economicamente trainanti, come la Cina e l’India, dovranno fare la loro parte e muoversi nella stessa direzione.

Non è pensabile che tutti i Paesi del mondo che si sono affacciati all’industrializzazione solo a fine ‘900 possano ripetere tutti i passaggi di graduale ammodernamento tecnologico che abbiamo sperimentato in Occidente, a partire dalle caldaie a carbone fino all’attuale prospettiva dell’idrogeno: i Paesi emergenti e in via di sviluppo dovranno saltare i passaggi intermedi e più inquinanti della rivoluzione industriale per adottare immediatamente tecnologie e standard di minimo impatto ambientale.

Proprio per incentivare questo processo di transizione, che altrimenti rischierebbe di trasformarsi in un boomerang di concorrenza sleale per le economie europee (produzioni meno inquinanti significa costi di vendita più elevati), è stata da più parti proposta una cosiddetta Border Adjustment Carbon Tax per le merci in ingresso nei Paesi Ue.

Non si tratta di dazi, ma di meccanismi di riequilibrio consentiti dalla stessa organizzazione mondiale del commercio (Wto) con sovrapprezzi in grado di compensare i minori costi di produzione generati da processi produttivi più inquinanti.

Si tratta di fare in modo che tutti i prodotti rispettino i medesimi standard di qualità ambientale ovunque siano prodotti.

Non sarebbe sbagliato imporre su ogni prodotto delle etichette che dichiarino specifici indicatori di inquinamento derivante dai processi produttivi.

In quest’orizzonte si sta distinguendo il lavoro di illustri economisti italiani come Alberto Zamagni, Luigino Bruni e Leonardo Becchetti, cui va il plauso di Sima, con l’auspicio che le loro proposte possano essere recepite in quest’anno di presidenza italiana del G20.

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