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Respiriamo male, ma non sappiamo né come, né perché

inquinamento atmosferico
Foto di Ria Sopala da Pixabay

Aumentano le morti da inquinamento e in Lombardia la situazione è di piena crisi ambientale. Ma non ce ne rendiamo conto. Come mai? Ce lo dice il Cnr

Probabilmente non ci rendiamo conto di quanto la nostra vita sia condizionata e messa in pericolo dall’inquinamento, né perché. Eppure i dati sono allarmanti.

Lo dice una ricerca, condotta su sette paesi europei, firmata dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), insieme alle Università di Urbino e Vienna: non ci è ben chiaro né cosa inquina di più, né come.

È uno studio – commenta Sandro Fuzzi del Cnr-Isac – che è arrivato a ipotizzare le cause di questa falsa percezione dei cittadini. Queste vanno dalla scarsa informazione che la scienza e le pubbliche autorità forniscono al pubblico, all’aumento di notizie non controllate sui social media che causano, a loro volta, una sempre più manifesta sfiducia nella scienza cosiddetta ufficiale. Nel caso specifico assume inoltre importanza lo stereotipo della campagna quale luogo ideale in cui vivere e depositario di importanti valori sociali e di tradizione“.

Oltre 16.000 cittadini di Italia, Austria, Belgio, Germania, Polonia, Svezia e Regno Unito sono stati intervistati per rispondere su quali settori rappresentassero, a loro parere, la principale causa di inquinamento dell’aria.

I sette paesi sono stati scelti in quanto rappresentativi di diverse realtà socio-economiche, politiche e culturali e, come tali, della intera società europea.

Gli intervistati avevano cinque opzioni fra cui scegliere: agricoltura e allevamento, riscaldamento domestico, rifiuti, industria, traffico veicolare. Le risposte sono state analizzate sulla base di dati oggettivi quali età, genere, livello di scolarizzazione e tipologia dell’area di residenza.

Con limitate differenze fra le tipologie di intervistato e di cittadinanza – riprende Fuzzii due settori indicati dagli intervistati come principali responsabili dell’inquinamento dell’aria sono stati di gran lunga industria e traffico veicolare, una percezione errata. Le filiere di agricoltura e allevamento sono in realtà le principali responsabili di emissioni di ammoniaca la quale, una volta emessa nell’aria, si trasforma in sale d’ammonio, ovvero la componente dominante del Pm2.5, le cosiddette polveri sottili, responsabili degli effetti più gravi dell’inquinamento atmosferico sulla salute“.

Un doppio allarme: da una parte la scarsa attenzione al tema, d’alltra i dati che sono allarmanti anche in questo gennaio 2021, alle prese con le morti da Covid-19 ma anche – denuncia Cittadini per l’aria – per morti da mal d’aria, con le città della Pianura Padana che sarebbero al top della classifica di mortalità in Europa, anche peggio della Sars Cov2.

La fonte è uno studio di The Lancet Planetary Health che stima il tasso di mortalità legato all’inquinamento da particolato sottile (Pm2.5) e biossido di azoto (NO2) in 1.000 città europee.

I dati mostrano che moltissime città della Pianura Padana subiscono il più grave impatto a livello europeo per la cattiva qualità dell’aria, prima fra tutte l’area metropolitana di Milano, 13esima in classifica quanto a impatto del particolato sottile, dove si potrebbero evitare ogni anno 3.967 morti premature – pari a circa il 9% del totale.

La classifica pone inoltre Brescia, Bergamo e Vicenza rispettivamente al primo, secondo e quarto posto a livello europeo quanto a rischio di morire a causa dell’inquinamento da particolato e assegna alla Leonessa d’Italia, con il 15%, la più elevata percentuale di mortalità attribuibile a questo inquinante.

Secondo la ricerca se Napoli e Roma rispettassero a loro volta i limiti dell’Oms per il Pm2.5 ogni anno si risparmierebbero, rispettivamente, 1.352 e 1.029 vite umane.

I ricercatori evidenziano che la maggiore mortalità da Pm2.5 si verifica dove al particolato che proviene de scarichi e abrasione di freni e pneumatici si aggiunge quello dei combustibili solidi utilizzati per riscaldare le case.

A livello europeo fra le prime 100 città per rischio da esposizione al Pm2.5 ben il 37% è sito in Italia.

Torino e Milano sono anche al top della classifica europea – rispettivamente terza e quinta – quanto a incremento di mortalità da biossido di azoto, gas che deriva principalmente dal traffico e in particolare dai veicoli diesel.

La ricerca ha anche classificato e paragonato l’impatto subito dalla popolazione delle città più inquinate con quello molto inferiore che si verificherebbe alle concentrazioni misurate nelle città più pulite, per la maggior parte in Nord Europa.

Se per esempio Milano avesse i livelli di NO2 di Tromso (Norvegia) si eviterebbero ogni anno 2.271 morti premature (circa il 6% del totale). Ben 18 fra le prime 100 città nella classifica del biossido di azoto sono italiane.

Inquinamento dell’aria, la situazione in Lombardia

Che lo smog sia tornato pesantemente in Lombardia lo denuncia anche Legambiente che fa la conta delle giornate di superamento delle soglie critiche per le polveri sottili. Già 4 da inizio anno. Con la campagna che respira peggio che la città.

Da inizio anno i livelli medi di Pm10 misurati dalle centraline di Milano risultano pari a 37 microg/m3: sotto una densa cappa di smog ricominciamo a respirare una pessima aria, con tutte le centraline che registrano valori molto sopra i limiti.

E il fenomeno durerà ancora per qualche giorno, secondo le previsioni. Il confronto con i dati misurati nello stesso periodo del 2020 è consolatorio: l’anno scorso infatti, alla data odierna, avevamo già 18 giornate di superamento della soglia, su 18 giorni dall’inizio anno.

Differenze che si spiegano con i capricci del meteo, più che con la riduzione del traffico legata al lockdown, o con il freddo che sta causando una maggior emissione da riscaldamento di case e uffici.

Il dato pessimo che si è misurato nella bassa lombarda, invece, non ha nulla a che vedere con il meteo, ma è direttamente connesso alle attività zootecniche, denuncia Legambiente.

Nel cremonese l’inizio d’anno è stato molto peggiore di quello milanese. Nelle centraline di Cremona (Fatebenefratelli e Cadorna), la concentrazione media è stata infatti di 45 microg/m3, e i giorni di superamento sono stati 7.

La situazione è anche peggiore nelle vicine cittadine immerse nella pianura agricola: a Crema la concentrazione media è di 45 microg/m3 e le giornate di superamento sono finora 8, come a Soresina, che ha misurato da inizio anno un livello medio di polveri sottili pari a 46 microg/m3; ancora peggio a Codogno, dove tra autostrada e allevamenti si arriva a ben 11 giornate di superamento, e a una media di 54 microg/m3 di polveri misurate dalla centralina Arpa, da inizio anno.

Il dato – ribadisce Legambiente -si spiega con le emissioni provenienti dalle stalle e dallo spandimento di liquami zootecnici. Oltre 2/3 delle polveri sottili sospese, infatti, sono costituite da microcristalli di sali d’ammonio, che si formano in atmosfera a partire da un inquinante gassoso prodotto dagli allevamenti intensivi, l’ammoniaca, che si combina con gli NOx provenienti dal traffico.

Se si pensa che la bassa lombarda concentra il 51% di tutti i suini e quasi il 25% dei bovini allevati nel territorio nazionale, è palese il perché in inverno capiti spesso che i parametri di inquinamento siano peggiori nei centri agricoli che nella metropoli lombarda – spiega Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia – la riduzione delle emissioni di camini e tubi di scarico fa emergere sempre più l’allevamento intensivo come concausa di inquinamento atmosferico invernale in Pianura Padana“.

Paradossalmente, la Regione Lombardia con un proprio provvedimento, anziché imporre maggiori prescrizioni per il controllo delle emissioni da allevamento, ha ridotto il periodo di divieto invernale di spandimento liquami zootecnici, che un decreto ministeriale fissa per tutti i due mesi di dicembre e di gennaio.

Così in Lombardia, diversamente dalle altre regioni del Nord, gli allevatori hanno potuto svuotare nei campi le cisterne di liquami.

Una situazione inaccettabile, che ha indotto Legambiente a prendere carta e penna per scrivere all’assessore all’agricoltura di Regione Lombardia e al Capo Dipartimento delle Politiche europee di Sviluppo Rurale.

La Regione deve affrontare con maggiore coerenza la lotta a smog e inquinamenti: consentire di spandere liquami in pieno inverno equivale a vanificare le misure antismog adottate nelle città – ha messo nero su bianco Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – Per questo abbiamo chiesto l’immediata revoca del provvedimento regionale e l’adeguamento della Lombardia alla norma con cui l’Italia ha recepito la direttiva nitrati. Ricordiamo che a dicembre la Commissione Europea ha di nuovo messo in mora l’Italia per mancato rispetto di questa direttiva anti-inquinamento, rischiamo di dover pagare pesanti sanzioni, oltre a subire un ingiustificabile danno ambientale“.

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