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Canapa industriale, qualcosa comincia, finalmente, a muoversi

pubblicato il: - ultima modifica: 10 Febbraio 2021
filiera canapa industriale
Foto di Nicky da Pixabay

Dopo la sua istituzione, avvenuta a metà dicembre, è finalmente arrivata la convocazione per il tavolo di filiera sulla canapa industriale istituito presso il Mipaaf

Quando si pronuncia la parola canapa scattano automatici risolini e ammiccamenti oppure, dalla parte opposta, sguardi preoccupati o furiosi.

In realtà il settore della canapa industriale in Italia ha una grande tradizione che ci vedeva tra i protagonisti di questa coltura fino agli anni ’50, quando la plastica soppiantò una produzione di qualità e di grande interesse.

Oggi il nostro Paese, con poco più di 4mila ettari (dati sono del 2018), è seconda in Europa – la Francia è la principale produttrice con 17.900 ettari di canapa industriale coltivata.

Il settore però è in forte crescita in tutto il continente che vede, rispetto alla produzione del 1993, una crescita del 614% con oltre 50mila ettari coltivati.

In questo scenario però, nel nostro Paese sono ancora molti i punti poco chiari e le normative da sviluppare affinché il settore possa finalmente diventare un motore di crescita e di benessere economico.

Il primo passo è certamente l’istituzione del tavolo di filiera – strumento di controllo entrato in vigore con un decreto del 18 dicembre 2020, ma convocato per la prima volta soltanto il 4 febbraio 2021.

Obiettivi del tavolo della canapa industriale saranno quelli di lavorare su un piano di settore che possa incentivare la produzione, sostenere la ricerca e l’innovazione tecnologica, rafforzare le politiche di filiera.

Nel confronto tra i 48 membri dell’organo di controllo – che resteranno in carica per tre anni – entra anche l’utilizzo di parte dei fondi messi a disposizione per il 2021 dall’ultima Legge di Bilancio, pari a 10 milioni di euro.

“Poniamo le basi per rilanciare e sostenere le produzioni nazionali di canapa, una pianta nelle cui potenzialità crediamo molto – ha dichiarato Giuseppe L’Abbate, ex sottosegretario alle Politiche Agricole – Auspicando un confronto attivo e proficuo con i protagonisti della filiera, ci poniamo l’obiettivo di approvare un piano di sviluppo del settore affinché si evidenzino i fabbisogni e le necessità del comparto, così da intervenire con finanziamenti adeguati in grado di farne crescere la produzione vista la molteplicità di finalità di utilizzo di questa pianta”.

Il cannabidiolo (Cbd) non è una droga

A mettere un po’ di tranquillità in un settore che ha molte potenzialità ma vive una fase di stallo legislativo è arrivata a fine 2020 una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (Cjeu) che ha stabilito che il “cannabidiolo (Cbd) non è una droga“.

La decisione ha fatto chiarezza su due punti controversi e cruciali per la filiera della canapa industriale: il Cbd “non sembra avere alcun effetto psicotropo o alcun effetto nocivo sulla salute umana” e quindi non dovrebbe essere considerato uno stupefacente ai sensi della Convenzione unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti del 1961.

In secondo luogo, la Cjeu ha trovato che la disposizione sulla libera circolazione delle merci all’interno dell’Ue (articoli 34 e 36 del Tfue) erano applicabili in quanto il Cbd non è una droga.

Questa decisione potrebbe avere implicazioni positive, come la riapertura del processo di autorizzazione dei nuovi alimenti per il Cbd, che sono stati messi in pausa dalla Commissione europea a causa della questione dei narcotici.

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