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Un appello in difesa del Rio Vallone

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Abbiamo il diritto di prenderci cura dei nostri parchi“, scrivono così alla redazione di greenplanner.it Chiara Limonta e Daniela Rivoni. Usano il termine diritto – che in questo caso appare ancora più forte di dovere – parlando del Parco del Rio Vallone (fusione tra il Parco del Molgora e il Parco del Rio Vallone parte intergrante del Parco Agricolo Nord Est (Pane).

Passeggiando lungo i vari sentieri tra boschi e campi – raccontano le due neo-leaureate in scienze agraria – si nota l’incuria del mondo civilizzato che ha dimenticato la bellezza di questi luoghi dal sapore antico. Sul percorso bottigliette, mascherine, lattine di birra e immondizia di ogni tipo oltre a rifiuti di grosso ingombro come copertoni, lavatrici e batterie esauste.

Le acque piovane che aggrediscono il torrente Rio Vallone durante i periodi di alta piovosità portano con loro i rifiuti abbandonati nel canale che insieme a fango e fogliame, creano delle vere e proprie dighe provocando un danno indicibile a scapito della flora e della fauna che abitano il parco.

E così, grazie all’incuria e all’inciviltà che caratterizza la civiltà che ama definirsi evoluta, quello che venne costruito nel XV secolo per salvaguardare il territorio, nel XVI secolo contribuisce a distruggerlo“.

Chiara e Daniela denunciano l’incuria sui social e scendono in campo sia per ripulire sia per chiedere aiuto a chi abita in questi territori.

Il Parco Locale a Interesse Sovracomunale (il cosidetto Plis) si trova in Brianza e tocca le province di Lecco, Monza e Brianza e Milano.

Il Rio Vallone, il cuore pulsante del Plis, attraversa i territori del Parco Agricolo Nord Est inseguendo con i suoi boschi e i suoi campi coltivati il corso del torrente Vallone, dando vita così a un polmone verde in un territorio altamente urbanizzato.

Chiara e Daniela evidenziano le origini di questo Plis: “Il parco viene istituito nel 1992 e si trova incastonato tra il Parco agricolo Sud di Milano, il Parco Adda Nord e il Parco di Montevecchia. A oggi costituisce, con i suoi cugini, un patrimonio di biodiversità da proteggere, 1564 ettari di terrazzi fluvioglaciali, itinerari naturalistici da fare a piedi o in bicicletta e greenway che ti riportano a realtà contadine da cui si può solo immaginare come potesse essere il panorama rurale di qualche secolo fa“.

I libri lo dicono: siamo nel XV secolo quando il canale Rio Vallone, arteria centrale del parco, viene realizzato per servire i campi nei periodi estivi e per far defluire le acque piovane nel sistema delle rogge del bacino idrografico del Trobbia.

È un secolo particolarmente significativo per questo territorio, il Naviglio Martesana fu realizzato tra il 1457 e il 1465, ordinato da Francesco Sforza e progettato da Bertola. Tra il 1470 e il 1496, con la costruzione della Conca di Gorla, il canale veniva aperto alla navigazione fino alla città di Milano immettendosi nella fossa interna su ordine di Ludovico il Moro.

All’epoca dei nostri nonni – raccontano le nostre interlocutrici – non esistevano canali non curati, boschi costellati di rifiuti o torrenti inquinati: l’uomo era parte integrata dell’agro-eco sistema, in un sistema simbiotico in cui la natura dava qualcosa all’uomo e l’uomo si prendeva cura della natura come elemento fondamentale della stessa“.

E quindi l’appello: “Nel 2015, con l’Agenda 2030, i paesi membri della Nazioni Unite, tra cui l’Italia hanno delineato 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Il goal che riguarda l’ambiente – vita sulla terra – incarna alla perfezione l’obiettivo che ci poniamo nei confronti della biodiversità.

Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e fermare la perdita della diversità biologica. Diversità che dev’essere salvaguardata e non minacciata. Allora è qui che vengono in nostro aiuto i cari nonni, con la loro forza e l’innata credenza che se ci si prende cura della terra anche tutto il resto migliora“.

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