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La soluzione al riscaldamento globale è circolare. Eppure…

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Foto di stokpic da Pixabay

A oggi solo l’8,6% dell’economia globale può essere definito circolare, con un peggioramento significativo rispetto a due anni fa, quando questa percentuale era del 9,1%. Lo dice il Circularity Gap Report

Quando si pensa alle strategie di decarbonizzazione da attuare per evitare incrementi di temperatura catastrofici, di solito vengono in mente distese di pannelli fotovoltaici, impianti eolici on e offshore, automobili e autotreni elettrici.

Qualcuno sottolinea l’importanza delle biomasse e i più esperti includono nel ragionamento anche gli edifici a zero emissioni. In sostanza, la grande maggioranza si focalizza sui modi in cui trasformiamo l’energia e la utilizziamo.

Tutte cose assolutamente corrette, ma che rischiano di trascurare una variabile fondamentale dell’equazione: i consumi di materiali, indispensabili a far funzionare un’economia come la nostra, in larghissima misura ancora lineare.

Il Circularity Gap Report, elaborato da Circle Economy – qui trovate il documentoaffronta il tema del riscaldamento globale a partire da quei 100 miliardi di tonnellate di materiali che ogni anno vengono estratti, lavorati, trasportati e utilizzati per consentire alle nostre economie di funzionare.

E che, al termine di un ciclo di vita più o meno lungo, in larghissima misura, vengono gettati in discarica o inceneriti.

Come specificano gli autori dello studio, oltre il 70% per cento delle emissioni complessive di gas serra (che oltre all’anidride carbonica comprendono il metano, il protossido d’azoto e i composti fluorurati, e che nel 2019 sono state pari a 59,1 miliardi di tonnellate) sono causate dalla “combinazione di tutte le attività di produzione e consumo che servono a soddisfare le esigenze materiali dei consumatori finali” nell’abito di un’economia che rimane ancora largamente lineare.

A oggi, infatti, solo l’8,6% dell’economia globale può essere definito circolare, con un peggioramento significativo rispetto a due anni fa, quando questa percentuale era del 9,1%.

C’è però una buona notizia, dato che secondo gli autori sarebbe sufficiente arrivare a un tasso di circolarità del 17% e combinare questo sforzo con le riduzioni previste dagli Ndc (Nationally determined contribution) già approvati da 170 paesi per abbattere le emissioni globali del 39% entro il 2032, data entro cui sarebbe inoltre possibile comprimere l’impronta di materiali del 28%.

Adottare solo gli Ndc non basterebbe infatti a evitare la possibilità di incrementi di temperatura oltre limiti pericolosi.

Si tratta in sostanza di fare di più (e meglio) con meno, e gli autori individuano quattro strategie circolari da applicare ai settori dell’edilizia, all’agroalimentare, ai trasporti, alle comunicazioni, ai beni di consumo, alla salute pubblica e ai servizi, che insieme soddisfano i bisogni delle nostre società.

Gli interventi proposti consistono nel ridurre i flussi di materiali, progettando in vista della circolarità e incrementando il tasso di utilizzo dei beni (puntando su efficienza energetica e digitalizzazione, riduzioni di peso, sharing economy, costruendo beni ed edifici multifunzionali), nel rallentarli (contrastando l’obsolescenza programmata, sviluppando beni modulari e disassemblabili, incentivando l’utilizzo spinto delle strategie di riparazione, rigenerazione, ristrutturazione e riprogettazione), nel rigenerarli (adottando energie rinnovabili invece che fossili e sviluppando i materiali biobased, l’agricoltura rigenerativa e le strategie di bioeconomia) e nel tenerli in circolo il più a lungo possibile, potenziando i sistemi di raccolta e riciclo e creando valore attraverso cascate di utilizzi successivi che coinvolgano anche i materiali di origine biologica.

L’analisi è in linea con le indicazioni del Circular Economy Action Plan adottato dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal, che punta sull’economia circolare come strumento per contrastare i cambiamenti climatici e generare crescita e occupazione.

E contiene stimoli e indicazioni valide anche per i decisori politici e le aziende italiani, che sembrano aver finalmente imboccato il percorso che, per tutelare clima e biodiversità, punta a piegare la linea lungo cui oggi si sviluppa il sistema economico.

(testo redatto da di Simone Gandelli)

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