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L’agricoltura rigenerativa esce dai luoghi comuni

agricoltura rigenerativa
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Agricoltura rigenerativa: anche il settore dell’orticultura cerca e trova nuovi stili e metodi di coltivazione, tra produzione urbana e recupero di strutture. Tante le novità e gli spunti da replicare

C’è una grande rivoluzione in atto, silenziosa e spesso dal basso: è quella dell’agricoltura rigenerativa che prevede nuove tecniche di produzione e nuovi siti, anche di recupero, su spazi urbani abbandonati, capannoni dismessi, vecchie caserme e persino le case cantoniere.

Oltre a essere spesso un business redditizio, queste forme di agricoltura urbana possono contribuire a soddisfare le richieste di cibo delle città e aprire nel contempo a nuove forme di socialità.

Tra l’altro sembra che il nostro paese si caratterizzi per la presenza di un gran numero di edifici iniziati e non finiti. Questa situazione, quando non dipende da difficoltà economiche che bloccano le società costruttrici, è una delle manifestazioni più clamorose della piaga dell’abusivismo edilizio, un fenomeno che negli anni ha imposto impatti economici, sociali e ambientali devastanti.

Agricoltura rigenerativa: serre in edifici dismessi

Anche per cercare di dare risposte a questa situazione, Aps, una società spin off dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha brevettato un involucro per edifici non finiti da trasformare in serre verticali.

Gli scheletri di cemento già costruiti verrebbero ricoperti da superfici vetrate e riempiti di serre idroponiche e delle apparecchiature necessarie a farle funzionare, evitando così che la loro energia grigia (l’energia utilizzata per realizzarli) vada sprecata e creando occupazione e occasioni per l’imprenditorialità locale.

Al momento, gli ideatori del brevetto, tra cui l’architetto Valerio Morabito, non sono ancora riusciti a intercettare i fondi necessari per dargli attuazione concreta.

Il progetto Microcosmo in campo

Che quello dell’agricoltura in luoghi e forme non ortodossi sia un tema che attrae sempre più attenzione è confermato anche dal progetto Microcosmo, brevettato da Enea e messo in commercio da Piano Green, una startup focalizzata sull’agricoltura 4.0.

Microcosmo è un simulatore di campo in cui far crescere, in un ambiente chiuso e controllabile anche da remoto, verdure come patate, pomodori, insalate e aromatiche.

A differenza di una serra idroponica, Microcosmo usa la terra come substrato, garantendo un netto risparmio idrico.

Una rete di sensori monitora parametri come umidità e temperatura che influenzano la crescita delle piante, e gestisce anche le luci a Led, selezionando le lunghezze d’onda più adatte allo sviluppo dei vegetali.

Inoltre, trattandosi di un ambiente chiuso, diminuiscono molto le probabilità di infestazioni da infestanti o parassiti e il fabbisogno di pesticidi si riduce praticamente a zero.

Nelle intenzioni dell’azienda produttrice, il simulatore di campo è destinato agli ambienti estremi e quelli chiusi: forse un giorno in ogni stazione o aeroporto ce ne sarà una fila, da cui raccogliere verdura fresca e a chilometro davvero zero per preparare insalate e farcire piadine e panini.

L’editing genomico e la cisgenesi

Anche il Crea Orticoltura e Florovivaismo, un ente nazionale vigilato dal Ministero per le politiche agricole e forestali, punta sull’intensificazione sostenibile con l’obiettivo di aumentare le rese diminuendo nel contempo l’impiego di risorse.

Oltre al miglioramento genetico delle colture, che usa l’editing genomico e la cisgenesi per produrre varietà di pomodori più resistenti alla siccità e ai patogeni, fenomeni intensificati dai cambiamenti climatici in atto, grande attenzione viene dedicata a quelle che potrebbero essere chiamate serre 4.0.

Si tratta di strutture intelligenti e adattative, che sfruttano reti sensoristiche e big data per gestire la fertirrigazione, il dosaggio dei nutrienti e il controllo dei patogeni.

L’approccio perseguito punta anche sull’economia circolare, dato che il Crea sta sviluppando un progetto per sostituire la torba, un materiale non rinnovabile, con un altro ricavato da scarti (sedimenti marini dragati).

Le serre ricavate dagli edifici dismessi e quelle per gli ambienti chiusi e ad alto contenuto tecnologico sono tutti tasselli della trasformazione che sta investendo il settore agricolo.

In Italia agricoltura e allevamento sono responsabili del 7% delle emissioni complessive di gas serra (mentre secondo le ultime analisi a livello globale contribuirebbero per il 34%) e l’acqua usata per l’irrigazione arriva a circa il 50% del totale di quella utilizzata (fonte Nature).

Tuttavia, grazie alla sua capacità di catturare la CO2 dall’atmosfera grazie alla fotosintesi e trasformarla in un’ampia gamma di alimenti, foraggi, materiali e forme di energia (elettrica, termica, carburanti), l’agricoltura può dare un contributo determinante alla lotta ai cambiamenti climatici e alla riduzione dei consumi idrici.

Farming for future

È quanto emerge dai dati presentati in Farming for Future, un position paper del Consorzio italiano biogas, che elenca 10 azioni che potrebbero far arrivare l’agricoltura a essere climate negative (in grado cioè di assorbire più CO2 di quanta ne viene emessa).

Tra queste, l’impiego di fonti di energia rinnovabili, di fertilizzanti organici e di lavorazioni ridotte dei terreni, lo sviluppo dell’agroforestazione e dei biomateriali, il ricorso alla digitalizzazione dei processi, alla precision farming, alla robotica e allo IoT, oltre che di tutte quelle tecnologie che consentono di calibrare l’impiego delle risorse in funzione delle caratteristiche del suolo e delle esigenze specifiche di colture e allevamenti.

Tra queste tecnologie, se ne può essere certi, rientrano anche quelle applicate nelle serre, sempre più avanzate e pronte per essere installate dove meno te lo aspetti.

(testo redatto da Simone Gandelli)

 

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