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Che facciamo se non nevica più?

neve alpi - prodotto di montagna
Foto di selimaydin78 da Pixabay

Proprio oggi 23 marzo – Giornata mondiale della meteorologia – una cosa è certa: nevica meno e per sfruttare al meglio l’indotto legato alla neve bisogna ideare delle strategie alternative. Per fortuna i buoni spunti non mancano come suggerisce l’Eurac Research e Legambiente

Una delle caratteristiche che rende difficile la comprensione dei cambiamenti climatici è la loro relativa lentezza. È vero che dal punto di vista geologico quelli attuali sono praticamente istantanei, ma a scala umana sembrano ancora (e per fortuna) lentissimi.

Una delle eccezioni sono le Alpi, che negli ultimi decenni sono diventate il teatro in cui è possibile osservare, si potrebbe dire quasi in diretta, gli effetti del riscaldamento globale.

Nel giro di pochissimi anni, la maggior parte dei ghiacciai si sono ritirati, lasciando il posto a pietraie brulle. A parte qualche eccezione, anche la quantità di neve che cade è diminuita parecchio.

Lo conferma uno studio coordinato da Eurac Research e pubblicato su The Cryosphere che, per la prima volta, ha ricostruito le variazioni della copertura nevosa su tutto l’arco alpino.

Le analisi pubblicate fino a oggi avevano una scala regionale (o limitata a uno stato) e si basavano sui dati di qualche centinaio di stazioni al massimo. Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019, questo il titolo dello studio, presenta invece i dati raccolti da più di 2.000 stazioni disseminate tra Italia, Francia, Svizzera Austria, Slovenia e Germania.

Sulle Alpi nevica sempre meno

Il team di 30 scienziati che ha firmato la ricerca ha esaminato le condizioni della copertura nevosa fino a 2.000 metri di quota: ad altitudini superiori le stazioni di rilevamento sono infatti troppo rarefatte per poter restituire misure affidabili e, oltre i 3.200 metri, non ci sono dati alla scala dello studio.

I risultati ribadiscono quello che in moltissimi vedono ormai fuori dalla finestra: dall’inizio degli anni Settanta, tra novembre e maggio, la profondità media della neve è diminuita in media dell’8,4% per decennio e, nello stesso arco temporale, l’altezza massima è scesa del 5,6%. La durata della copertura nevosa si è ridotta di quasi il 6% per decennio: in media, una trentina di giorni di neve in meno nell’arco di cinquant’anni.

Nel periodo preso in esame ci sono state delle variazioni: gli anni Settanta e Ottanta sono stati decisamente nevosi, i due decenni successivi molto meno e, dalla fine degli anni Novanta, si è assistito a una ripresa delle precipitazioni, che però non hanno mai raggiunto i livelli dei primi anni presi in considerazione.

Il calo maggiore è stato registrato sulle Alpi meridionali e, sempre più spesso a causa dell’innalzamento delle temperature, invece che neve cade pioggia, contribuendo a modificare la morfologia delle vette e la composizione di flora e fauna.

Il tema non è solo per gli addetti ai lavori e anche noi possiamo monitorare l’andamento del clima in montagna grazie a Copernicus Climate Change Service (C3S) che ha sviluppato l’applicazione Mountain Tourism che fornisce una mappa interattiva che mette a confronto le condizioni di neve passate e future a diverse altitudini.

Il dossier Neve diversa di Legambiente

Meno e diversa, insomma, è la neve che stiamo vivendo e che vivremo in futuro. Lo ribadisce anche un dossier curato da Legambiente, Neve diversa appunto, che è in grado di proiettare le trasformazioni che stanno investendo le terre alte e le comunità che le abitano sullo sfondo della pandemia da Covid-19 e della ripresa verde richiesta dall’Europa.

Anche in questo caso, gli autori dello studio sono partiti dai cambiamenti climatici: tra la fine del XIX e l’inizio del XXI secolo le Alpi si sono riscaldate a una velocità doppia rispetto alla media globale, con conseguenze importanti sulle precipitazioni nevose, la disponibilità di acqua, le alluvioni, le frane e le valanghe.

Le trasformazioni fisiche hanno impatti sui sistemi umani e sui servizi ecosistemici, in particolare sul turismo e le infrastrutture, e rendono opportuno un ripensamento dei modelli fin qui seguiti.

Secondo un’analisi ancora firmata da Eurac Research, con un riscaldamento di 4°C la percentuale degli impianti sciistici accessibili potrebbe infatti crollare al 12% di quelli attuali.

È inoltre molto probabile anche una risalita della Lan (Linea di affidabilità della neve), l’altitudine sotto la quale sarà impossibile garantire la tenuta del manto nevoso sciabile: a fine secolo, potrebbe passare dai 1.500 metri del 2006 a oltre 2.400 metri.

Sono queste le condizioni di cui occorre tenere conto da subito, anche per orientare in modo corretto i fondi del Next Generation dell’Unione europea.

Il dossier di Legambiente sottolinea infatti il rischio che, approfittando anche di sussidi e dando spazio a investimenti speculativi, si continui con quel modello di sviluppo che, dalla Lombardia alla Valle d’Aosta, dal Piemonte al Lazio, ha privilegiato quasi esclusivamente le stazioni sciistiche corporate.

Si tratta di strutture realizzate da grandi società che controllano la catena dei servizi, dall’impiantistica fino ai servizi accessori e che, anche grazie a efficaci campagne di marketing e comunicazione, riescono a garantire prezzi convenienti agli appassionati delle discese.

Ma che rimangono sostanzialmente estranee ai territori in cui vengono costruite, ai quali per giunta impongono costi ambientali pesanti, soprattutto in termini di emissioni legate all’aumento del traffico e delle attività ricreative in aree in precedenza poco frequentate.

Il rischio è che, a fronte dei cali previsti nelle quantità di neve e delle modifiche nei regimi meteorologici, nel giro di pochi anni gli impianti esistenti e quelli di cui è prevista la costruzione debbano chiudere o restare scarsamente utilizzati, andando a colpire un settore che dà lavoro a 400.000 persone, genera un fatturato di 12 miliardi di euro ed è oggi in grave difficoltà a causa della pandemia.

Un problema climatico ed economico

L’Italia è già costellata di impianti dismessi (secondo Neve diversa sono già 180 tra impianti ed edifici), strutture realizzate in prevalenza tra gli anni Settanta e Ottanta che, per mancanza di neve o difficoltà finanziarie, sono state costrette a cessare l’attività, abbandonando sul territorio piloni, edifici e impianti di risalita.

I moniti quindi non mancherebbero, eppure in vista delle Olimpiadi del 2026 è tutto un fiorire di megaprogetti come il Grande Carosello, una rete di funivie che sulle Dolomiti dovrebbe mettere in comunicazione Cortina con la Marmolada e il Comelico con la Pusteria, passando per un’area tutelata dall’Unesco, o lo ski park tra Santa Caterina, Bormio e Livigno, in Valtellina, 115 chilometri di piste che si aggiungerebbero ai 200 già esistenti, sacrificando le aree naturali dell’Alta Valtellina.

La montagna, sottolinea però il dossier, non è solo sci, ma anche rifugi, artigianato, agriturismo, cultura ed enogastronomia. Sono questi gli elementi su cui sarebbe opportuno puntare per lo sviluppo dei territori in un’ottica di sostenibilità, considerato che sempre più spesso il turismo diventa dolce ed esperienziale e punta alle 4 L di Leisure, Learning, Landscape e Limit.

Dove per Limit si intende una fruizione dei luoghi capace di garantirne l’uso anche sul medio-lungo periodo e diventa il perimetro entro cui progettare una ripresa capace di intrecciare economia e tradizioni locali.

Tenendo sempre conto degli effetti regionali e globali dei cambiamenti climatici: le grandi aree coperte di ghiaccio e neve sono infatti gli specchi di cui il nostro pianeta si serve per riflettere la radiazione solare in entrata, e meno ce ne sono, più aumenta il riscaldamento. Con effetti a catena che rischiano di andare davvero fuori controllo.

(testo redatto da Simone Gandelli)

 

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