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Vitigni italiani: un atlante scientifico ce li racconta

vitigni autoctoni
Foto di Couleur da Pixabay

Pubblicato dal Crea uno studio sui vitigni italiani e le loro strette parentele. La differenza tra tra un vitigno autoctono e uno alloctono tra storia e geografia dei vini d’Italia

La differenza tra un vitigno autoctono e uno alloctono non è soltanto legata al territorio dove nasce, dove si sviluppa e dove riesce ad esprimere il meglio di sé.

Il vitigno autoctono è identità, espressione di quella terra, di quella storia, di quel clima, di quel sottosuolo che lo hanno visto nascere, adattarsi all’ambiente, e arrivare a esprimere nel vino tutto ciò che gli appartiene.

Esprime la storia anche della comunità che lo alleva. Non è stato trapiantato da altri areali, ma appartiene alla terra e alla gente d’origine, per via di una sorta di patto genetico e sociale con quella terra e a quella gente.

Esiste quindi un legame stretto, imprescindibile con l’ambiente pedoclimatico in cui è inserito.

Il vitigno alloctono, meglio identificato come vitigno internazionale, si è invece allontanato dal luogo d’origine e si è diffuso in altre zone, evolvendo e adattandosi anche a nuovi territori.

È la capacità di adattamento che lo contraddistingue, e è questa caratteristica che ne ha consentito la diffusione nel mondo.

Il patrimonio vitivinicolo italiano ricomprende una molteplicità di vitigni autoctoni: perché sono così importanti?

Lo abbiamo chiesto a Nello Bongiolatti, uno tra i più importanti studiosi di nebbiolo in Italia (il vitigno autoctono più famoso del comparto delle Alpi Settentrionali) tanto da essere autore di un libro dedicato a questo vitigno pubblicato da Slow Food Editore.

I vitigni autoctoni – racconta Bongiolatti sono fondamentali perché sono stati selezionati da generazioni di viticoltori. Il loro legame con la terra in cui sono allevati e con le tradizioni locali è unico e imprescindibile.

Oggi abbiamo tecniche enologiche e pratiche agronomiche per meglio individuare dal punto di vista genetico un patrimonio che è ancora per certi versi sconosciuto.

Abbiamo vitigni che non sono stati indagati, e quindi mai valutati: spesso sono tenuti in vita da qualche famiglia o da piccole realtà agricole per il consumo personale. In altri casi vengono considerati complementari e sono inseriti in uvaggio con vitigni principali, a seconda di quanto previsto dai disciplinari.

Nuove ricerche in questo campo potrebbero invece portare alla valorizzazione delle potenzialità anche qualitative di vitigni autoctoni che oggi consideriamo di secondo ordine, ma che sarebbero invece in grado, dopo un’attenta indagine enologica, di affacciarsi al panorama vitivinicolo ed esprimere qualità da protagonisti“.

In Valtellina – prosegue Bongiolattipotrebbe essere per esempio riscoperta e valorizzata la brugnola, ottima per un vino dolce da dessert, piuttosto che la chiavennasca bianca, che oggi rischia l’estinzione“.

Uno studio scientifico sui vitigni autoctoni italiani

Sul tema Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, in partnership con importanti università del nostro Paese, ha condotto uno studio scandagliando la molteplicità dei vitigni autoctoni in Italia.

Lo studio si è posto come obiettivo il riconoscimento e la descrizione dei diversi vitigni, valutando le parentele tra loro esistenti e andando a individuare i tipi ancestrali, cioè i capostipiti.

Otto istituzioni scientifiche hanno consentito di svolgere un’indagine genetica molto estesa e approfondita, dove si è cercato di ricostruire quello che potremmo definire pedigree dei vitigni.

Sono stati individuati vitigni omonimi e sinonimi, e sono emerse nuove relazioni genetiche tra vitigno originario e vitigni successivi, in una sorta di rapporto genitore-figlio.

Ecco un esempio: il rapporto tra lo strinto porcino e il suo discendente, il più noto sangiovese, il mantonico bianco e l’aglianico, padri di molti dei vitigni del Sud del nostro paese, come il bombino bianco.

È stato individuato il vitigno visparola, per il quale è stata formulata un’ipotesi di migrazione dal Sud verso il Nord Italia lungo il versante orientale.

Uno studio quindi che racconta di diffusione, di migrazioni, di mescolanze. La ricerca ha sostanzialmente dotato alcuni vitigni di un passaporto molecolare, che ha risolto dal punto di vista genetico confusioni e omonimia tra diversi vitigni.

La ricerca è stata finanziata dal Mipaaf e dalla Fondazione Ager, e porta la firma del Crea con varie università: Pisa, Modena e Reggio Emilia, Foggia, Palermo, l’Università della Tuscia, l’Università di Torino e il Cnr di Torino.

Rapporti sinergici tra scienza e attività in vigna, in ottica di formulazione sono confluiti per la prima volta nel nostro Paese in un vero e proprio atlante delle parentele dei vitigni italiani.

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