Home Enogastronomia Pesca sostenibile: usi e abusi. Così il pesce ci finisce nel piatto

Pesca sostenibile: usi e abusi. Così il pesce ci finisce nel piatto

pubblicato il: - ultima modifica: 11 Maggio 2021
pesca sostenibile
Foto di awsloley da Pixabay

Il 2 maggio è la giornata mondiale del tonno, ricorrenza molto importante per parlare di un tema complesso come la pesca sostenibile nel nostro Paese. Con i suoi problemi e le sue potenzialità; iniziando da noi consumatori che, con le nostre scelte, possiamo fare la differenza. Ecco quali

È giusto credere che l’unica soluzione per preservare l’ecosistema marino sia smettere di pescare e non mangiare pesce? È corretto privarsi categoricamente di un prodotto della nostra cultura gastronomica?

Queste domande e tante altre, perché il tema è complesso, le abbiamo rivolte a Silvio Greco, biologo marino e direttore della sede romana e della sede calabrese della stazione zoologica Anthon Dohrn.

Innanzitutto, abbandonare completamente la pesca è una soluzione troppo semplicistica. Occorre far notare che il 12% della popolazione mondiale vive esclusivamente di pesca” incalza Greco.

Il tema dicevamo è complesso e aggiungiamo delicato ed è stato portato a galla recentemente dal documentario Seaspiracy, messo in onda da Netflix, che ha avuto indubbiamente un forte impatto sulle coscienze di molti consumatori.

Concludere che l’unica soluzione al problema sia abbandonare la pesca sembra troppo semplicistico. Ed è proprio da questo punto che noi siamo voluti partire per dare uno sguardo alla pesca sostenibile in Italia.

Quanto pesce mangiamo in Italia?

Secondo i dati di Coldiretti, in Italia il consumo medio annuo pro capite di pesce è di 28 chilogrammi. In Europa la media è di circa 25 kg.

I dati della Fao ci dicono che in Italia nel 2019, su un totale di circa 330.000 tonnellate di pesce italiano entrato sul mercato, 184.538 sono di pesce catturato e 143.599 tonnellate di pesce allevato.

Come peschiamo in Italia?

silvio greco

Abbiamo chiesto al direttore Greco quali sono i principali sistemi di pesca in uso in Italia, per capire cosa significa pesca sostenibile e come il nostro Paese si comporta su questo tema.

Certamente bisogna distinguere le diverse tipologie di pesca. La prima pesca sostenibile nei mari italiani è la pesca della Feluca nello stretto di Messina. Cioè la pesca delle imbarcazioni che catturano il pesce spada.

Quella è una pesca selettiva e quindi sostenibile, perché il pescatore vede l’obiettivo della sua caccia e infiocina il pesce che vuole. Questa è la selettività dell’attrezzo. Tra l’altro, il pescatore pesca pesci che si sono già riprodotti almeno una volta.

Dopodiché ci sono le tecniche più usate sia in Italia che nel mondo: lo strascico e la grossa circuizione. Dobbiamo dire per onestà intellettuale che l’attrezzo meno sostenibile è lo strascico.

Lo strascico non è altro che una rete calata fino sul fondo e tutto quello che incontra cattura. La circuizione invece pesca solo i pesci che hanno una stretta relazione con la superficie del mare.Si individuano gli animali, si capisce la specie e non si fa bycatch (catturare specie accessorie).

Già è più sostenibile come pratica. In buona sostanza, l’attrezzo meno selettivo è lo strascico. Anche se, ora con degli interventi di allargamento della maglia delle reti e con i periodi di fermo in qualche modo si sta gestendo l’insostenibilità dello strascico.

Greco ci tiene a precisare “Una cosa è lo strascico presentato dal documentario Seaspiracy con navi da 100 mt e con reti di 2 km e una cosa è lo strascico costiero che si utilizza nei mari italiani con bordate giornaliere. In Italia le imbarcazioni a strascico sono massimo di 27 mt. Non ci sono quelle attività che sono state mostrate dal documentario“.

Il messaggio costante che Greco vuole lanciare è il rinnovamento delle risorse marine. È questa la chiave alla sostenibilità. Per questo è necessario preservare ed evitare una pesca indiscriminata.

Inoltre, è interesse del pescatore, specialmente quello costiero, che i pesci continuino a riprodursi. I pescatori di costiera non possono essere gli unici ad attuare iniziative sostenibili, anche le istituzioni devono aiutare.

La prima iniziativa da fare in assoluto è aumentare le aree marine protette (in Italia sono 26); quindi chiudere le aree alla pesca. È stato provato anche da campagne di ricerca che nel momento in cui si chiude un’area, quell’area diventa una zona di spin-off (area di riproduzione). Ma i pesci non stanno in quelle aree per tutta la loro vita, escono fuori in altre zone. L’esempio classico in Italia è Ustica, dove la ripopolazione di specie è aumentata esponenzialmente”.

Inoltre, la stazione zoologica A. Dohrn sta proponendo, per adesso solo in alcune Regioni italiane, la carta vocazionale dei mari. Di cosa si tratta?

Una mappatura di tutte le coste italiane e tutte le attività che vi si svolgono, a partire dalla pesca. Ciò serve per capire dove si può fare un determinato tipo di pesca, dove si può fare molluschicoltura, dove si può fare turismo e così via. Serve una fotografia chiara della situazione prima di poter avanzare proposte. Per ora abbiamo iniziato in Campania, in Calabria e in Sicilia“.

È necessario far crescere la consapevolezza che la protezione delle specie e delle zone di riproduzione delle specie, è a vantaggio dei pescatori.

Se viene a mancare l’azione politica e la cooperazione internazionale, non si andrà più a pescare perché non ci saranno più pesci e non per scelta“.

Possiamo mangiare solo pesce italiano?

Spesso, tra le prime iniziative adottate per ridurre l’impatto c’è l’accorciamento della filiera alimentare. Approccio sicuramente corretto, ma in questo caso troppo semplicistico.

Purtroppo, secondo dati Ismea, nel 2018 l’import di pesce in Italia ha raggiunto 1,35 milioni di tonnellate con un esborso di circa 5,9 miliardi di euro. Dati molto importanti, se si considera che dieci anni prima, nel 2008, erano un terzo rispetto a quelli attuali.

È stato calcolato che l’intera quantità di pesce pescato in mari italiani, per il consumo che ne facciamo, basta per circa tre mesi. Più di 140 Paesi tutti i giorni portano pesce fresco in Italia e questo è necessario per rispondere alla domanda del mercato” prosegue Greco.

A questo punto le alternative sembrano sempre meno. Cosa può fare un consumatore italiano attento all’ecosistema e alla sostenibilità delle sue scelte? Senza sentirsi costretto a rinunciare alle proteine nobili del pesce.

Parlando dei consumatori, non bisogna restare ancorati al consumo delle solite specie. Perché se si analizza quali pesci consumiamo in Italia, la maggior parte sono pesci bistecca: il tonno, pesce spada, salmone, il pesce persico (quasi tutto pescato nel lago Vittoria, uno dei posti più inquinati al Mondo), il pangasio allevato nel delta del Mekong, la spigola allevata e l’orata allevata.

Negli anni ’70 nelle tavole degli italiani erano presenti normalmente cinquanta specie. Questo numero non deve impressionare, perché nei mari italiani ci sono almeno 400 specie commestibili. In questo noi dobbiamo aiutare la gestione delle risorse, variando“.

Ecco il potere del consumatore. Variare e riportare nei piatti ricette con pesci familiari alla cultura gastronomica italiana. Torniamo ad appassionarci di ciò che mangiamo, torniamo ad appassionarci della biodiversità che popola i nostri mari e riacquisiamo la curiosità per il cibo, così da poter variare e mangiare gli alimenti che ci dà il Pianeta nel posto giusto e al momento giusto.

E veniamo al tonno

Il 2 maggio è, dunque, la giornata mondiale del tonno (quasi tutto proveniente dal Sud-est asiatico), ricorrenza molto importante visto che si tratta di una delle specie più consumate in Italia, ma anche nel resto Mondo.

Secondo alcuni dati della Fao del 2017, sono due gli utilizzi più comuni per il tonno: conserve sott’olio (soprattutto nel mercato europeo e nord americano) e crudo (specialmente in Giappone).

Attenzione, bisogna precisare che non esiste una sola specie di tonno.

Come riportato dall’Issf (Fondazione internazionale della sostenibilità ittica), esistono circa dodici specie di tonno. In un report della Fao del 2010, sono presentate sette specie tra quelle più presenti nel mercato globale.

Secondo questo report, le specie più commercializzate sono il tonnetto striato o Skipjack (58,1%) e il tonno pinnagialla (26,8%). Queste sono le due varietà principalmente utilizzate per il tonno in scatola; Indonesia e Thailandia ne sono i principali produttori.

Per il sushi e il mercato giapponese, la specie più commercializzata è il tonno rosso.

In Italia siamo grandi mangiatori di tonno in scatola e un dato presentato da Ansa lo dimostra: nel 2019 il tonno in scatola ha avuto un valore di mercato di 1,32 miliardi di euro e il trend sembra sempre in aumento.

Che fine ha fatto il tonno del Mediterraneo?

Secondo un’analisi congiunta tra Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo) e l’Unione Europea, il tonno rosso (Thunnus thynnus) è la specie più diffusa nel Mediterraneo. Secondo questo report, il Mediterraneo è la principale zona di pesca e il Giappone, il principale mercato.

Su questo tema, Greco aggiunge “Sul tonno dobbiamo dire che l’azione congiunta della ricerca scientifica e della politica sta dando grandi risultati in Italia. Le popolazioni di tonno rosso nel Mediterraneo stanno significativamente aumentando. Però, ora non si può più aprire alla pesca indiscriminata.

Il tonno rosso ha bisogno di 5 anni per arrivare alla sua maturità. Quindi, continuiamo con il sistema delle quote in modo che lo stock del tonno rosso si sia riformato e dopodiché tornare a pescare con buon senso.

Può sembrare una parola quasi anti-storica e invece è la via per tutte le cose. Dopo tutti questi sforzi per aumentare il tonno rosso, se si aprisse a una pesca indiscriminata, tempo qualche mese e la popolazione del tonno rosso finirebbe“.

Saliamo su piccolo peschereccio

Su questo tema abbiamo voluto anche intervistare un uomo che vive quotidianamente di pesca, Giuseppe Billeci, pescatore di piccola pesca di Lampedusa.

I dati dimostrano che il sistema delle quote del tonno rosso nel Mediterraneo ha portato ad un ripopolamento sostenibile di questa specie. E anche per chi vive gran parte del tempo in mare, questo trend positivo è visibile.

Fortunatamente ormai è da qualche anno che si sta ripopolando di tonno rosso qui nel Mediterraneo. Da quando hanno introdotto le quote. Chi ha la quota del tonno inizia a pescare il 15 maggio circa e l’apertura dura un mese.

In tutta Italia ci sono circa 16 barche che hanno la quota del tonno e che quindi lo possono pescare. 200 tonnellate è la quota più alta in Italia per una barca a circuizione e facendo un calcolo, pescano circa 3.000 tonnellate di tonno l’anno.

E da quello che so, la maggior parte di quel tonno non resta in Italia, ma viene venduto a grossisti giapponesi“.

Billeci ha una piccola imbarcazione e si occupa specialmente di pesce azzurro, lui la quota del tonno non può averla, però ha evidenziato un grosso problema che è doveroso riportare.

Per chi come me fa piccola circuizione a Lampedusa, il vero problema sono le imbarcazioni tunisine che vengono a pescare sotto le nostre coste, spesso non rispettando la distanza delle 12 miglia. E questo è tragico. Sto parlando di flotte di 100/150 imbarcazioni e pescano tutto quello che possono, in qualsiasi momento. Per colpa di questa situazione il pesce non ci arriva. Se lo prendono tutto loro”.

Giuseppe sottolinea diverse volte durante l’intervista come lui sia l’unico a Lampedusa a fare ancora pesca azzurra con una piccola barca. Il motivo? “Sono rimasto l’unico perché è difficile combattere con questa situazione. Non c’è più pesce nelle nostre acque e anche l’ecosistema è danneggiato“.

La chiacchierata con Giuseppe si conclude con un drammatico silenzio di sconcerto che crea molti spunti su cui riflettere. Il pesce è proteina nobile non soltanto per i valori nutrizionali, è nobile perché è parte integrante dell’ ecosistema in cui viviamo, e ne abbiamo bisogno.

La nobiltà di questo prodotto risiede anche nelle pratiche culturali e nel fondamentale ruolo di sostentamento per il 12% della popolazione mondiale. Rispettare con buon senso le specie ittiche e la pesca è essenziale perché senza di esse non saremmo ciò che siamo.

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Filippo CasèFilippo Casè: Laureato in Scienze Gastronomiche a Pollenzo (CN) e in Food Quality Management presso la Wageningen University & Research. Ha collaborato con diverse realtà del food ed è costante nella ricerca di nuovi sistemi alimentari | Linkedin
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