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Sostenibilità e digitalizzazione vanno a braccetto?

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Foto di Jae Rue da Pixabay

Sostenibilità e digitalizzazione possono andare a braccetto o seguono percorsi paralleli ma distinti? Non esiste una regola, ovviamente, ma certamente le aziende possono avvantaggiarsi dei benefici che ognuna, singolarmente, porta loro

Conosciamo bene i vantaggi che sostenibilità e digitalizzazione portano alle aziende: la prima, ormai imprescindibile in una visione di sviluppo aziendale seria, serve a trasformare i prodotti e i servizi offerti affinché abbiano un impatto ambientale che sia il più basso possibile.

Con questo intendiamo che per l’attività produttiva si abbassino il più possibile le emissioni inquinanti, si riducano gli sprechi aumentando l’utilizzo di materie prime seconde. Come? Progettando bene l’intero ciclo di vita dei propri prodotti (Lca) e mettendo il futuro delle persone e del Pianeta la primo posto.

Ma è davvero così? Le aziende percepiscono la forza della sostenibilità, anche attraverso la digitalizzazione, nello sviluppo di una visione futura che porti benefici a tutto il sistema – interno ed esterno all’organizzazione?

Non sempre è così. La trasformazione digitale aiuta, ma non è indispensabile per ottenere la sostenibilità: lo testimonia l’esperienza di Riso Gallo raccontata, durante la tavola rotonda virtuale Innovability: transizione 4.0, innovazione tecnologica per uno sviluppo sostenibile organizzata da Sidi Group, dal suo Cfo, Emanuele Preve, che ha vissuto un percorso parallelo tra digitalizzazione e sostenibilità.

Attraverso i dati raccolti in modo più efficiente e analizzati in tempi più rapidi grazie all’innovazione tecnologica, si sono potuti sviluppare prodotti e packaging più sostenibili. Ma lo si sarebbe potuto fare ugualmente.

In ogni caso, la tecnologia è un eccezionale abilitatore per il miglioramento dell’efficienza delle aziende. Per Alessandro Saviola, presidente del Gruppo Saviola, realtà che produce truciolati in legno, i due concetti non devono per forza andare di pari passo: per la sua azienda la digitalizzazione è stata fondamentale nello sviluppo delle tecnologie che hanno permesso loro di viaggiare allo stesso ritmo della transizione ecologica.

Vantaggio confermato anche da Luca Ceriani, chief digital & tech officer di Alperia, azienda energetica che offre energia 100% green, per il quale la digitalizzazione è un abilitatore che permette di aumentare – ma anche sfruttare al meglio – le opportunità di business grazie a una maggiore flessibilità e scalabilità.

Quindi, pur se su binari distinti, sostenibilità e digitalizzazione devono andare a braccetto, soprattutto alla vigilia dell’arrivo dei fondi del Next Generation Eu che ci porterà almeno 30 miliardi di euro per progetti di innovazione.

Innovazione che per le aziende deve riguardare tre distinti ambiti: la macchina interna, l’impatto che la trasformazione ha verso il mercato e, infine, il modello di business dell’organizzazione.

La digitalizzazione in azienda può fare la differenza solo se ci si muove con una visione completa, conferma Paolo Guazzotti di Assolombarda. E se lo si è fatto per tempo, puntando su progetti concreti e non di greenwashing. Come conferma Massimo Dal Checco, ceo di Sidi Group che vede la transizione digitale e quella energetica correlate.

Non si tratta di fare progetti di digitalizzazione o adoperarsi per portare la sostenibilità in azienda solo per dipingersi una livrea verde addosso; si tratta di trasferire nei bilanci i benefici che queste due transizioni portano davvero. E sono i numeri a dimostrarlo, conclude.

Il tema è sempre più caldo, soprattutto per le aziende che si trovano a dover soddisfare le richieste di un mercato sensibile alla riduzione di tutti gli impatti ambientali.

Il rapporto tra ambiente e aziende è stato discusso durante il Sap Sustainability Summit con la presentazione dello studio Improving the Environment at Planetary Scale: A Survey of Business Drivers and Actions – Migliorare l’ambiente su scala planetaria: un’indagine sui fattori e le iniziative business – che ha messo in evidenza come le aziende stanno riducendo il loro impatto ambientale e gestendo in modo produttivo risorse limitate, indirizzando e rendicontando le loro attività in modo olistico.

Ma senza alcuna convinzione! La pandemia, infatti, ha mostrato in modo chiaro alle aziende l’importanza di una supply chain efficiente, resiliente ma, per il momento il tema del green e della sostenibilità non è ancora entrato nelle loro corde.

Ben l’83% delle società che hanno partacipato allo studio non crede che in questo momento gli impatti ambientali siano rilevanti per il loro business invece, afferma con forza il chief sustainability officer di Sap, Daniel Schmid, “le imprese devono capire che le questioni ambientali sono importanti proprio ora!“.

Lo studio ha preso in considerazione le risposte di oltre 7.400 responsabili aziendali di 19 paesi (tra cui l’Italia) e 16 settori, rilevando i forti segnali di disinteresse verso l’ambiente delle aziende: il 29% del campione ritiene che un’azienda debba investire in progetti per rispettare le normative che regolano il proprio settore, il 27% perché il mercato apprezza i brand sostenibili e il 26% per evitare rischi sulla reputazione aziendale.

Manca proprio una visione e una cultura ambientale perché, alla domanda della ricerca che chiedeva quali forze motivano un’azienda ad agire per migliorare l’ambiente la prima risposta è stata l’impegno dei Ceo e dei consigli di amministrazione, la seconda i regolamenti governativi e la terza, purtroppo, i ricavi e la crescita dei profitti.

Principali ostacoli per rendere le aziende più sostenibili sono stati visti per il 35% degli intervistati dalla difficoltà a integrare la sostenibilità nei sistemi It e nei processi aziendali, per il 34% dalla mancanza di allineamento delle attività proposte con la strategia di business e per il 33% dalla difficoltà di dimostrare il ritorno sugli investimenti di azioni a favore dell’ambiente.

Un segno evidente che, ancora, sostenibilità e digitalizzazione sono visti come processi separati e che c’è ampio spazio per le aziende leader per educare i loro clienti.

Con una percentuale crescente di consumatori sempre più sensibili ai valori e ai comportamenti etici delle aziende da cui acquistano, abbiamo l’importante responsabilità di aiutare le organizzazioni a comprendere meglio gli impatti della crisi climatica sul loro business” conclude Schmid.

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