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Il paradosso dei biotecnologi: indispensabili, ma ancora sottovalutati

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Come ogni anno, l’Associazione Biotecnologi Italiani presenta i risultati dell’indagine svolta per monitorare la situazione formativa e occupazionale dei laureati in biotecnologie. E si scopre che c’è ancora molto da fare per il riscatto di una professione che può fare la differenza all’interno della transizione ecologica

Una figura, quella del biotecnologo italiano, che si trova a vivere uno strano paradosso: da un lato, il contributo che questo settore offre allo sviluppo e alla crescita economica del nostro Paese è sotto gli occhi di tutti.

Dall’altro, nonostante i biotecnologi rappresentino un profilo fondamentale per la ripartenza della nostra economia, ancora oggi agli appartenenti a questa categoria la società e le istituzioni non riservano l’attenzione e il riconoscimento che meritano.

Una contraddizione che l’associazione professionale Biotecnologi italiani (associazione nata dalla fusione tra Anbi e FiBio) ha sempre più intenzione di risolvere, dando voce a questa categoria e tutelando e valorizzando l’identità del biotecnologo ovunque ce ne sia bisogno.

È questo il senso del Libro bianco sulla professione del biotecnologo: non solo un’indagine statistica sulle opportunità che la strada delle biotecnologie offre, ma un vero e proprio identikit di questo profilo professionale.

Dalle testimonianze di chi questo sentiero l’ha percorso o quantomeno avviato, emerge come sia una figura dinamica e pronta a rispondere efficacemente a quello che accade nel mondo.

Un aspetto, quest’ultimo, che inserito nel contesto della pandemia che ormai da più di un anno ci troviamo ad affrontare, assume una valenza ancora più significativa.

I numeri dell’indagine di Anbi

I dati riportati nella fresca pubblicazione sono frutto delle risposte raccolte da un totale di circa 1.600 biotecnologi, un campione validato tramite il confronto della distribuzione dei partecipanti con quella di altri dataset disponibili.

E se la ripartizione nelle diverse fasce d’età descrive una categoria giovane, in cui quasi il 70% degli individui raggiunti dal sondaggio ha tra i 18 e i 39 anni, quel che emerge con ancora più forza da questa indagine è la fortissima presenza delle donne tra queste fila (72% degli intervistati), che declina indiscutibilmente la professione del biotecnologo al femminile.

Quanto alla distribuzione geografica, non sorprende che la diffusione di questo profilo lavorativo nelle varie regioni ricalchi fedelmente la distribuzione delle imprese biotecnologiche sul territorio nazionale, premiando con un certo distacco la Lombardia rispetto al resto d’Italia.

I due volti della professione del biotecnologo

Sul fronte lavorativo, settore pubblico e privato si spartiscono equamente le fette della torta, sebbene offrano prospettive molto diverse.

E proprio nel momento in cui ci si sposta sul confronto tra queste due realtà, i dati raccolti nel libro bianco cominciano a offrire più di qualche motivo di riflessione su quello che è il contesto entro cui i biotecnologi si muovono nel nostro Paese.

Come si poteva prevedere, lo stipendio medio cambia in relazione all’anzianità, ma a suscitare particolare interesse è l’andamento delle paghe a seconda che ci si trovi nel pubblico o nel privato.

Nelle fasce più giovani, le università offrono una maggiore attrattiva, anche in virtù di stipendi più alti per gli under 30 rispetto alle aziende.

Man mano che la fascia d’età si alza, gli stipendi pubblici tendono però ad appiattirsi, cedendo il passo al privato, che allarga il divario stipendiale in maniera anche molto consistente.

Non solo: se l’idea di intraprendere una carriera nel pubblico significa oggi fare i conti con la probabilità concreta di rimanere nel precariato a lungo termine, viceversa un biotecnologo che operi nel settore privato può contare su una percentuale di contratti a tempo indeterminato mediamente molto più alta per ogni fascia d’età.

Il dato, che non supera mai il 53% nel pubblico, arriva nel privato anche fino all’80% di contratti a tempo indeterminato per i biotecnologi tra i 40 e i 49 anni.

Senza considerare gli effetti che la transizione green è destinata a esercitare su questo equilibrio instabile e che, nelle parole di Davide Ederle, presidente uscente di Biotecnologi Italiani, peseranno inevitabilmente a favore di un solo piatto di questa bilancia.

Altre criticità della professione di biotecnologo

Tra gli elementi più critici evidenziati dall’indagine, un orientamento alla scelta universitaria e alle prospettive lavorative decisamente inadeguato.

Il 60% degli intervistati segnala di non aver ricevuto un orientamento soddisfacente nella transizione tra liceo e università e il numero di insoddisfatti sale tristemente all’85% quando la domanda si sposta sull’orientamento alla dimensione lavorativa.

Questo dato – spiega ancora Ederlemolto probabilmente è dovuto a una inadeguatezza dei sistemi attuali di orientamento che molto spesso rischiano di essere autoreferenziali. In particolare va rafforzato, come sottolinea anche il Libro Bianco, il dialogo tra accademia e impresa per allineare le aspettative e costruire percorsi formativi più coerenti con le esigenze del mondo del lavoro“.

Questo si collega al secondo elemento critico, che riguarda proprio il disallineamento tra le competenze conseguite dai biotecnologi al momento della laurea e quelle realmente richieste nel mondo del lavoro.

Una divergenza significativa, che investe principalmente chi trova impiego nel settore privato: solo il 17% reputa il percorso di studi che cha seguito molto attinente al lavoro svolto, il 27% abbastanza, il 16% non sufficiente e il 10% per niente attinente.

Una distanza tra sapere e saper fare, che influenza anche la percezione del sé, dal momento che spesso i biotecnologi stessi interpretano la loro professione come strettamente connessa alla ricerca di laboratorio, considerando troppo poco l’apporto che un profilo biotecnologico può dare nel campo dell’industria e dell’innovazione.

La soluzione, suggerita nel corso della presentazione dei dati, sarebbe da ricercare in un rapporto più stringente tra chi forma e chi impiega i biotecnologi, rapporto di comunicazione che aiuterebbe a superare questo disallineamento e anche a rendere più facile trasformare i risultati scientifici in innovazioni.

La grande conferma nell’ambito delle criticità resta però il mancato riconoscimento professionale: a oltre 25 anni dall’apertura del primo corso di laurea in biotecnologie in Italia, la carriera del biotecnologo rimane ancora qualcosa di non totalmente compreso né adeguatamente valorizzato.

Il 74% degli intervistati ritiene il lavoro del biotecnologo conosciuto ai più, ma solo il 12% ritiene che la nostra società stia effettivamente raccogliendo l’opportunità che questa figura professionale ha da offrire.

Si tratta di un dato che fa particolarmente riflettere, se si pensa che la categoria dei biotecnologi ha dato grande prova di sé nel corso dell’ultimo anno, dimostrando di saper fornire importanti dati e strumenti per affrontare l’emergenza da Covid-19.

L’incremento delle attività di ricerca e sviluppo, ma anche di produzione e commercializzazione di prodotti biotecnologici nel campo sanitario ha rappresentato un banco di prova importante, a cui i biotecnologi hanno saputo rispondere in maniera pronta e decisa.

Insomma, il libro bianco presentato da Biotecnologi italiani è uno strumento utilissimo, che ritrae con precisione il presente delle biotecnologie in Italia.

Il futuro, però, è ancora tutto da scrivere. E si muove lungo tre binari: accademia, istituzioni e impresa. È su questi tre poli che Biotecnologi italiani si propone di lavorare nei prossimi anni, per costruire un ambiente in cui i biotecnologi possano esprimere tutto il loro valore.

Un compito arduo, il cui onere peserà adesso sulle spalle di una nuova personalità alla guida dell’associazione.

A seguito della presentazione dei dati del libro bianco, infatti, Biotecnologi Italiani si è riunita per darsi un nuovo volto e ridefinire la sua organizzazione interna.

Davide Ederle, al termine del mandato, cede così il posto a una nuova giovanissima presidentessa, Giorgia Iegiani, nelle cui mani passano ora le redini dell’associazione e, in qualche misura, della intera categoria dei biotecnologi in Italia.

Il percorso da intraprendere, come abbiamo visto, per quanto certamente lungo, è già segnato. Noi, da parte nostra, non vediamo l’ora di potervelo raccontare.

(Articolo redatto da Loris Savino)

 

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