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Tecnologia e “opposizione” addosso, è Cap Able

pubblicato il: - ultima modifica: 30 Maggio 2021
riconoscimento facciale

Dall’incontro fra moda e ingegneria nasce un tessuto all’avanguardia – Cap Able – che riproduce un’immagine avversaria in grado di ingannare le videocamere a riconoscimento facciale. Dalla tesi di laurea di Rachele Didero è nata la prima capsule collection. All’origine la riflessione sulla necessità di tutelare e sensibilizzare le persone sul tema del diritto alla privacy

Moda e studio sui tessuti per contrastare il fenomeno dilagante dell’abuso del riconoscimento facciale e del controllo delle persone.

Nato in ambito universitario, il progetto Cap Able Adversarial Knitted Fashion ha sviluppato la prima collezione in tessuto jaquard per ingannare le videocamere e proteggere l’identità di chi ne indossa i capi.

L’idea ha preso forma nel 2020 al Politecnico di Milano, grazie al talento di Rachele Didero, oggi supportata dalla sorella Rebecca, ed è stato sviluppato allo Shenkar College di Tel Aviv.

Il progetto è già candidato a diversi premi, fra cui il prestigioso Adi Design Index 2021 nella categoria Targa Giovani (pre-selezione per il premio Compasso d’Oro).

Con l’obiettivo di creare una startup Rachele Didero è stata selezionata per il programma di Crt, Talenti per l’Impresa.

Centri di ricerca universitaria internazionali

Rachele Didero racconta la genesi di questo progetto: “Il progetto nasce a New York nell’estate del 2019  dove mi trovavo per un tirocinio dopo il semestre trascorso al Fashion Institute of Technology.

Qui ho conosciuto un ingegnere della Uc Berkeley e una sera, parlando di tematiche relative ai diritti umani e alla privacy, è nata l’idea di combinare moda e computer science.

Ho deciso di approfondire la ricerca una volta tornata a Milano e portarla come argomento di tesi Magistrale. L’ingegnere, molto impegnato con il suo lavoro, non è riuscito a supportarmi e ho quindi condotto la ricerca da sola.

I primi esperimenti, nel gennaio 2020, sono avvenuti al Politecnico di Milano. Nel febbraio dello stesso anno mi sono trasferita a Tel Aviv per un semestre di scambio al Shenkar College, istituto all’avanguardia in particolare per il dipartimento di textile.

A seguito della diffusione della pandemia non ho avuto accesso ai laboratori fino all’estate 2020. Successivamente ho ricevuto una borsa di studio per svolgere la tesi all’estero, che mi ha permesso di rimanere a Tel Aviv fino a fine dicembre.

Qui ho condotto gli esperimenti ottenendo il tessuto adversarial e ho disegnato e prototipato la capsule collection. Nei laboratori di textile del Shenkar College sono stata supportata da Naomi Bar, la coordinatrice del laboratorio di maglieria”.

Il tessuto jaquard che crea illusioni ottiche

La collezione di abiti in maglia jaquard in cotone si caratterizza per le decorazioni molto colorate di ispirazione animalier o geometrica, che riproducono un’immagine avversaria che sovrappone di elementi di disturbo impercettibili all’occhio umano, ma che mandano in confusione l’algoritmo della rilevazione facciale, che riesce così a intercettare solo i motivi decorativi e non il viso di chi li indossa.

Il tessuto jaquard è lavorato a maglia tridimensionale utilizzando fili di molti colori. Questi tessuti sono stati testati su Yolo, attualmente l’algoritmo più veloce e avanzato, messo a punto nel 2015 da due dottorandi.

Questi tessuti ingannano con astuzia i sistemi di rilevamento di oggetti grazie all’illusione ottica. La collezione sarà prodotta e commercializzata inizialmente attraverso e-commerce, si stanno cercando fondi attraverso bandi e investitori.

Il tessuto adversarial a febbraio 2021 ha ottenuto il brevetto che appartiene al 40% al Politecnico di Milano, al 60% a Rachele Didero che ha poi ceduto un 5% a Giovanni Maria Conti, professore referente della tesi di laurea in Design for the Fashion System.

Questo progetto vuole farsi portavoce di un problema che riguarda tutti e intende rendere consapevoli le persone dell’abuso di questi sistemi di controllo di cui nella maggior parte dei casi non siamo a conoscenza.

Il confine fra sicurezza e controllo infatti è decisamente labile: molte videocamere non rispettano la privacy degli individui e spesso ledono i diritti umani quando sono utilizzate per discriminare, accusare, controllare e manipolare le persone.

Cittadini sempre più controllati

Se da un lato la videosorveglianza contribuisce ad aumentare la sicurezza, dall’altro pone nuovi quesiti sulla legislazione e la regolarizzazione della tutela della privacy e dei diritti umani.

La situazione attuale sembra abbastanza fuori controllo, spesso un vero e proprio Far West. La pandemia ha dato un notevole slancio ai controlli nei luoghi pubblici e ci ha abituato a sottoporci a screening biometrici per controllare la temperatura o l’utilizzo corretto della mascherina, dando sicuramente un aiuto nella prevenzione e nella diffusione del virus.

Come sempre la tecnologia di per sé non è né buona né cattiva, dipende dall’utilizzo che se ne fa e dalle intenzioni di chi la governa. E se pensiamo che i maggiori attori del settore videosorveglianza a riconoscimento facciale sono multinazionali cinesi, nasce qualche preoccupazione in più.

Quello che anni fa era uno degli ingredienti principali della letteratura distopica, ovvero il controllo della vita delle persone, oggi è realtà. Lo storico e saggista Yuval Noah Harari parla di una rivoluzione nel biotech ormai in grado di hackerare gli esseri umani.

Sicurezza vulnerabile

Recentemente, grazie a un servizio della trasmissione Report si è scoperto che le videocamere collocate in sedi istituzionali italiane come Ministeri, Tribunali, Parlamento e anche in Rai sono fornite dall’azienda Hikvision controllata al 42% dallo Stato cinese e da un’azienda, sempre cinese, che sviluppa software militari.

I giornalisti di Report hanno potuto verificare che i dati registrati dalle videocamere collocate in Rai vengono quotidianamente trasmessi in Cina. La scelta a favore dei prodotti cinesi è stata fatta su base esclusivamente economica, senza minimamente considerare l’aspetto della sicurezza.

Fortunatamente il Parlamento europeo ha deciso di porre fine a queste forniture per motivi di sicurezza ma anche etici e l’Italia dovrà adeguarsi di conseguenza cambiando fornitori.

Nel mondo attualmente sono 110 i Paesi che utilizzano il riconoscimento facciale e i popoli più controllati sono Cina seguita da Malesia, Pakistan, Usa, India, Indonesia, Filippine, Taiwan, Irlanda, Portogallo.

L’Italia si trova a metà classifica mentre tra le città europee tra le più controllate risulta Londra. Nascono quindi grandi problemi di tutela della privacy e la minaccia ai diritti umani, come denuncia anche Amnesty International: non è noto chi raccoglie i dati rilevati ogni giorno dalle videocamere a chi vengono diffusi e per quali scopi.

Insomma il rischio di una deriva verso la sorveglianza di massa nelle cosiddette smart city è già realtà.

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