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Alberi in città: come evitare il rischio di fallire

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verde urbano
Foto di William Pomares da Pixabay

Francesco Ferrini – docente al Dagri, Università di Firenze – spiega in questo articolo quali sono i passaggi legati alla decisione di ampliare il verde in città. A partire da una meticolosa analisi delle condizioni pedologiche e microclimatiche dell’area d’impianto. E avvisa: l’impianto degli alberi non finisce con il taglio del nastro, ma quando gli alberi saranno attecchiti, il che vuol dire dopo qualche anno dall’impianto

Le città sono un amalgama di strutture grigie: aree residenziali e industriali, edifici, strade, servizi e parcheggi; ma anche blu, come i corpi d’acqua naturali e artificiali; verdi come la foresta urbana.

Tutte queste zone colorate interagiscono con le condizioni meteorologiche prevalenti per determinare la percezione del microclima locale e del comfort termico degli abitanti.

Le città più densamente popolate sono delle vere e proprie giungle di cemento, prive dell’ecosistema naturale a causa dei rapidi aumenti della popolazione urbana globale, con conseguente crescita senza precedenti del “grigio” a scapito del “blu” e del “verde”, in particolare degli alberi.

Questi ultimi, a causa della loro durata di vita relativa lunga, possono essere considerati strutture permanenti nelle aree urbane ed è quindi importante che la scelta delle specie (e anche della cultivar), il posizionamento dei singoli individui, nonché quello dei nuovi popolamenti vegetali e la loro cura siano adattate alle esigenze e alle condizioni peculiari del sito d’impianto.

Ma quale albero scegliere?

Se si prendono in debita considerazione questi aspetti, utilizzando strumenti e anche tecnologie moderne, non possiamo prescindere dal semplice, ma spesso disatteso principio, de “l’albero giusto nel posto giusto“.

Non possiamo permetterci errori, non solo per gli investimenti necessari per la creazione di hub verdi, ma, come appena detto, per la loro permanenza e la fornitura di servizi ecosistemici.

Questi, insieme all’apprezzamento estetico e alla durata della vita dei singoli individui e, lato sensu, degli impianti, saranno massimizzati mentre saranno ridotti al minimo gli aspetti negativi, come i costi di gestione o i potenziali danni alle infrastrutture.

Solo dopo averlo fatto si può percepire, rispettare e apprezzare tutto il valore di un albero. È, infatti, ormai largamente acclarato che agli aspetti spiccatamente estetici e funzionali degli alberi si sommano funzionalità fondamentali legate al riutilizzo di sostanza organica derivante da rifiuti compostati (economia circolare), all’assorbimento di polveri e metalli pesanti prodotti dai mezzi di trasporto e dagli impianti di riscaldamento, al contenimento degli squilibri termici, alla mitigazione degli eventi meteo estremi.

L’analisi della sostenibilità legata al verde urbano presuppone, pertanto, una conoscenza approfondita della struttura e delle funzioni delle aree verdi, nonché un bilancio, non solo economico, ma anche tecnico e ambientale della loro realizzazione.

L’impianto in ambiente urbano è, infatti, il complesso risultato dell’azione cumulativa ed equilibrata di una serie di fattori sia intrinseci, sia estrinseci al luogo d’impianto che, insieme alla scelta del materiale di piantagione, concorrono ad assicurare l’attecchimento e la successiva crescita delle piante e la massimizzazione dei loro effetti sull’ambiente urbano.

francesco ferrini
Francesco Ferrini, docente al Dagri, Università di Firenze

Perché le città hanno bisogno di verde…

L’effetto specifico della copertura arborea sulle caratteristiche ambientali delle aree urbane varia da città a città, ma si può affermare, con piena certezza, che qualora si scelgano le specie giuste e le si mettano a dimora nel posto giusto, gli alberi migliorano indubbiamente la qualità dell’aria.

Gli alberi possono anche raffreddare le aree urbane da 0,5 a 2°C nelle giornate estive più calde (con punte fino a 5°C), il che è vitale durante forti ondate di calore che ormai non possiamo più considerare anomale (gli studi hanno rilevato che ogni ulteriore di 1 grado durante un’ondata di calore porta a un aumento del 3% o più della mortalità).

A questo proposito è stato stimato che una massiccia nuova campagna di piantagioni di alberi nelle 245 più grandi città del mondo, quantificabile in una spesa di circa 3,2 miliardi di dollari in tutto (intorno a una media 13 milioni di dollari per città), potrebbe salvare tra 11.000 e 36.000 vite all’anno in tutto il mondo, grazie alla riduzione dell’inquinamento.

Questo impedirebbe anche tra 200 e 700 decessi all’anno direttamente causati dalle ondate di calore – numero che, presumibilmente, salirà nel tempo a mano a mano che il riscaldamento globale manifesterà appieno i suoi effetti.

Ma non è tutto: il significativo raffrescamento delle aree urbane, determinerebbe una riduzione della richiesta di energia per l’aria condizionata, riducendo il consumo di elettricità, stimato fra lo 0,9 e il 4,8% in alcune città e contribuendo a rallentare il riscaldamento globale perché saranno necessari meno input energetici per far funzionare i condizionatori.

Piantare alberi è anche conveniente

Quindi piantare alberi può essere conveniente? Non è solo conveniente: è un vero e proprio affare. Addirittura, rappresenta uno degli investimenti più redditizi che un’amministrazione possa fare.

Una vera e propria campagna di piantagione di alberi ben mirata è, solo considerando l’abbattimento degli inquinanti, approssimativamente economica quanto le altre strategie per ridurre l’inquinamento, come per esempio sostituire i vecchi mezzi pubblici diesel.

Ciò detto, l’esatto rapporto costi-benefici varia tra le città e sarà comunque necessario impiegare molte, se non tutte, le strategie per ridurre l’inquinamento: gli alberi da soli possono fare tanto, ma non sono mai sufficienti.

C’è però un problema: la campagna per la piantagione di alberi deve essere ben mirata. E, spesso, questo diventa, nel nostro Paese (ma non solo), un problema complesso.

Le città devono infatti capire quali sono i quartieri che beneficiano maggiormente di nuovi alberi (in genere le aree più densamente costruite, ma anche le aree intorno agli ospedali e alle scuole, quelle dove maggiori sono le problematiche sociali).

Devono anche piantare specie che siano più efficienti ed efficaci nel catturare gli inquinanti e sequestrare la CO2 nelle diverse e specifiche situazioni.

Non si può generalizzare, come spesso si vede, con classifiche del tipo le migliori 10 specie che abbattano gli inquinanti o, peggio ancora, con articoli che ci indicano le migliori piante mangiasmog, perché ciò che può assicurare buone performance ambientali a Milano, può essere un fallimento totale a Napoli e viceversa.

Ma anche all’interno della stessa città, le situazioni possono essere anche molto diverse da suggerire delle scelte ad hoc per le diverse zone. Il tutto anche considerando la necessità di preservare o, ancor meglio aumentare, la biodiversità.

I funzionari e i tecnici devono anche tenere conto della prevalenza di venti dominanti, della spaziatura degli alberi, nonché del loro naturale habitus vegetativo e capire se saranno in grado di gestirli senza eccessivi input energetici.

Inoltre, se l’acqua è scarsa, dovranno considerare le varietà tolleranti la siccità. E dovrebbero evitare gli alberi che possono determinare pollinosi.

Per cui non è corretto fornire liste delle specie da utilizzare per l’impianto ma, piuttosto, chiedere che venga fatta una meticolosa analisi delle condizioni pedologiche e microclimatiche per ogni sito d’impianto e poi decidere, sulla base di ciò che ci dice la letteratura e, soprattutto, dell’esperienza personale degli addetti ai lavori, cosa piantare.

Proprio perché la piantagione è un investimento, dobbiamo farlo con oculatezza, magari rinunciando a prospettive di guadagni alti, ma utopistici, e affidandosi a investimenti che magari rendono, almeno sulla carta, meno, ma danno la certezza del ritorno.

Prospettive da ribaltare

Alla luce di quanto detto non si capisce come mai la ricerca, sia di base che applicata e indipendente nel settore del verde urbano e delle sue varie sfaccettature, sia così sottofinanziata.

Sarebbe invece fondamentale fornire maggiori e inconfutabili dati ai nostri decisori politici per far sì che anche il nostro Paese, nella sua interezza, compia quella svolta ambientalista che fatica a emergere e che, certo, non è esplicita neanche nei primi documenti provenienti dal nuovo Ministero della Transizione Ecologica.

A questo proposito c’è anche da dire che, in Italia, l’ambientalismo è spesso visto in modo negativo e addebitato o accreditato a una certa parte politica, quando invece la tutela e il miglioramento dell’ambiente devono essere di tutti e per tutti.

E questo ingessa il Paese in una stagnazione che, mi sento di dire anche se so di passare per la classica cassandra, pagheremo a caro prezzo nel prossimo futuro.

Quindi, cosa sta impedendo a molte città di piantare alberi? Lo spazio a volte è un grosso ostacolo, così come la disponibilità di acqua. Ma ci sono anche altri ostacoli.

Innanzitutto, molte città non considerano gli alberi come una misura di sanità pubblica, ma li fanno rientrare nella sfera ricreativa e, quindi, non di primaria importanza. Ciò può portare a un sotto investimento nelle piantagioni urbane.

Il problema “gestionale”

Infine, c’è un problema gestionale. Piantare alberi può essere anche facile – per esempio attraverso leggi locali e nazionali che impongano l’impianto di un certo numeri di alberi nei nuovi insediamenti urbani – ma facile non è reperire i fondi per farlo e, soprattutto, occorre la consapevolezza che l’impianto degli alberi non finisce con il taglio del nastro, ma quando gli alberi saranno attecchiti, il che vuol dire dopo qualche anno dall’impianto.

Perciò piantiamo alberi, ma facciamolo nel modo giusto, non solo perché dobbiamo piantarli. E una volta piantati, dobbiamo gestirli in modo corretto.

Il fatto che gli alberi sono sempre lì per noi, tutto il tempo, non significa che dobbiamo darli per scontati e che non dobbiamo averne la massima cura.

Ma questo richiede personale adeguato, budget operativi più alti e così via che possono essere un ostacolo per molti governi locali messi a dura prova, specialmente se gli alberi sono visti per lo più come un lusso estetico.

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