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Flexitarianesimo: gli alimenti plant based invadono la tavola

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Chi si dichiara seguace del flexitarianesimo fa dei cibi plant based l’elemento principe della propria dieta. Alla fine, però, si tratta spesso di mangiare bistecche a base di proteine di origine vegetale. Soia per lo più. Vogliono essere prodotti virtuosi: vediamo se lo sono veramente

La popolarità dei cibi plant based è collegabile al continuo richiamo delle più importanti autorità alimentari e ambientali a ridurre il consumo di carne.

In generale, nei Paesi occidentali si mangia sicuramente troppo, spesso male e il dito lo si punta sulla carne rossa in primis. Questa presa di coscienza è legata all’aspetto salutare, alle condizioni di sfruttamento degli animali e alla necessità di diminuire l’impatto delle nostre scelte alimentari sull’ambiente.

Lo stile di vita vegetariano e vegano è ormai noto a tutti, ma da qualche anno si parla anche di flexitarianesimo, ovvero un approccio che punta alla riduzione di proteine animali per un aumento di quelle vegetali.

Secondo un’indagine di VeganOk, in Italia l’8,2% della popolazione si dichiara vegetariana e il 2,2% vegana. Per i flexitariani italiani è difficile stimare un dato a oggi, ma tendenze europee parlano di un 22% su tutto il territorio continentale e le stime continuano a crescere.

È quindi sicuramente molto incoraggiante per le aziende di questo settore, il business è molto florido e per questo spuntano in continuazione nuovi brand.

Businesswire ha condotto una ricerca individuando i maggiori player del mercato e come sospettabile, la grande fetta è gestita da multinazionali come Nestlé, Danone e Unilever. Tante sono le startup nazionali che cercano a colpi di innovazione di prendersi una parte.

Secondo un’indagine dell’Unione europea, dal 2018 al 2020, il mercato di questi prodotti è cresciuto del 49% con un valore stimato attorno ai 3,6 miliardi di euro. Questi numeri fanno capire l’impatto delle decisioni alimentari dei consumatori e l’interesse delle aziende agri-food ad accaparrarsi un posto negli scaffali.

La prima particolarità che salta all’occhio è che i cibi plant based, deliberatamente, vogliono somigliare alla vista e, a volte, al gusto di prodotti a base di carne.

Tra i più frequenti ci sono i patties, ovvero burger vegetali, le polpette vegetali e anche gli straccetti (di pollo) vegetali. Un richiamo forte, soprattutto per i flexitariani, così da non discostarsi troppo dai prodotti tradizionali e ben noti.

Richiamare la forma e il gusto a prodotti noti ai carnivori sottolinea il vero obiettivo di questi prodotti: non i vegani, lontani anni luce ormai, ma gli abituali consumatori di proteine animali.

Si enfatizza spesso il termine plant based per esaltarne i benefici, ma allora perché non mangiare direttamente più verdure e legumi senza ricorrere a questi prodotti?” commenta Gabriella Morini, docente all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e grande esperta di nutraceutica.

Il marketing di questi prodotti è forse l’ingrediente principale. La comunicazione è incentrata sull’importanza di un cambio di stile alimentare per sentirsi meglio fisicamente e per aiutare l’ambiente. Il secondo punto è quello più contraddittorio e complicato.

Mi piacerebbe che venisse comunicata la quantità di CO2 prodotta per questi alimenti. Vengono pubblicizzati come sani, ma se l’impatto ambientale è elevato si perdono i loro effetti benefici” prosegue la Morini.

In effetti, questi prodotti sono per la maggior parte dei casi ultra processati e con più di 5 ingredienti, che hanno un’origine non sempre naturale ,come si vuol far credere, ma creata in laboratorio.

Non solo, leggendo le etichette di questi prodotti, si intuisce che gli ingredienti provengono tutti o quasi da zone geografiche diverse e molto lontane tra loro.

I principali consumatori di questi alimenti sono gli Usa e l’Unione europea, i cui consumatori si sentono più virtuosi, visto il boicottamento alla carne, proprio grazie a questo massiccio consumo di cibi plant based.

Le materie prime di questi prodotti come la soia, molto spesso arrivano da Paesi lontani e poveri dove le condizioni ambientali e sociali continuano a peggiorare.

Secondo il Wwf una delle criticità più significative nella produzione della soia è la deforestazione massiva che avviene quotidianamente in Brasile, in Indonesia e altre aree favorevoli alla coltivazione di soia.

“La coltivazione intensiva della soia rischia di creare nuovi problemi in termini di land grabbing e di nuove ingiustizie sociali. Si pensi al Brasile, che viene indicato come il primo consumatore al mondo di fertilizzanti per cercare di soddisfare la domanda crescente del mercato della soia – commenta Sabrina Lanni, docente dell’Università degli studi di Milano e coordinatrice dell’Enfasi, European novel foods agreement and sustainable intercultural systems.

Guardiamo allora qualche dato. Secondo un recente studio di un team di ricercatori brasiliani, per produrre un kg di soia si emettono 188 grammi di CO2 e a questi occorre aggiungere la CO2 prodotta dal trasporto, che varia in base al mezzo utilizzato.

Secondo la Fao, per produrre un chilo di manzo si emettono 300 chili di CO2. E allora viva la soia.

Attenzione, ogni anno nel Mondo si producono 349 milioni di tonnellate di soia e 68 milioni di tonnellate di manzo. Come mai questa differenza? Semplice, la maggior parte del bestiame viene nutrito con soia e infatti, sul totale di soia prodotto più del 77% viene usato come mangime.

Se riduciamo il consumo di carne, da qualche parte quella soia dobbiamo pur utilizzarla. E siamo sicuri che la giusta strada sia aumentare il consumo di questi prodotti soy based più che plant based?

È proprio qui che entra in gioco un tema estremamente delicato, troppo spesso dimenticato quando si parla di alimentazione: la lunghezza della filiera.

La filiera corta è certamente un valore aggiunto, tuttavia il cibo viaggia liberamente nel mercato europeo e spesso la migliore allocazione del cibo stesso risente di logiche economiche e non solo di qualità” commenta la Lanni.

Forse, il problema non è l’ingrediente in sé, quanto l’origine e la distanza percorsa tra i campi di produzione e le nostre forchette.

Al centro del Green Deal europeo c’è la strategia from Farm to Fork, ovvero dalla fattoria alla forchetta, per una transizione più sostenibile del nostro sistema alimentare.

Negli obiettivi di questa strategia, si accenna al bisogno di ridurre la CO2 lungo la filiera agroalimentare, ma non vi si sottolinea a sufficienza quanto sia estremamente importante accorciare la filiera per avere dei benefici anche nelle emissioni.

Il legislatore europeo e così quelli nazionali, dovrebbero favorire modelli economici e produttivi che possano garantire uno sviluppo sostenibile rispetto a quello dell’alterità“.

Non solo, “il giurista si trova a contemperare il right to food con il right to sustainability: si tratta di una prospettiva che richiama l’abbandono di una visione antropocentrica del diritto e, ancor prima di una visione antropocentrica delle garanzie costituzionali e di una maggiore attenzione verso l’ambiente e verso le scelte che gravano su ciascuno dei componenti della società” prosegue sempre la Lanni.

Mangiare è anche un atto politico, sociale e ambientale

Mangiare sembra esser diventato sempre più un problema. Eppure è così se pensiamo a quanti siamo su questo Pianeta e a quanto mangiamo. Mangiare è un atto politico, sociale e ambientale. Le nostre scelte, anche quelle individuali, hanno un forte impatto.

Il tema è sempre più complesso, come si può nel quotidiano adottare pratiche sostenibili nella propria alimentazione? Sembra proprio che non ci sia una soluzione definitiva.

Iniziamo da qui, “basterebbe chiedersi ogni volta che si compra un mandarino turco o spagnolo, anziché italiano, quali sono gli effetti di quella scelta in termini di sostenibilità” commenta la Lanni.

Quando si parla di sostenibilità alimentare non c’è mai un’unica risposta. Però è importante essere coscienti delle proprie azioni. Sull’impatto ambientale del cibo che mangiamo, spesso si tende a generalizzare.

È giusto che chi consuma cibi plant based sappia che quei prodotti hanno comunque un critico impatto sull’ambiente sulla base degli ingredienti che li costituiscono. Anche per questi prodotti non bisogna generalizzare, ma informarsi.

In linea generale, “il problema è che abbiamo smesso di dare valore alla cucina. E bisogna ritrovare le skill necessarie per fare bene e in questo modo dare il giusto valore agli alimenti. Siamo ciò che siamo grazie alla cucina. La cucina è uno strumento di libertà, proprio perché siamo noi a trasformare e mangiare gli ingredienti che vogliamo” sottolinea la Morini.

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Filippo CasèFilippo Casè: Laureato in Scienze Gastronomiche a Pollenzo (CN) e in Food Quality Management presso la Wageningen University & Research. Ha collaborato con diverse realtà del food ed è costante nella ricerca di nuovi sistemi alimentari | Linkedin
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