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Le startup del food aumentano e sono circolari

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Le startup agroalimentari sono in continua espansione e grazie a nuove tecnologie puntano a diventare più sostenibili strizzando l’occhio all’economia circolare

Che l’economia circolare sia diventata di interesse globale è ormai sotto gli occhi di tutti tanto da essere stata fissata come uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile.

L’analisi del Food Industry Monitor dell’università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo rileva che l’81% delle aziende intervistate si ritiene sostenibile e il 56% ha già messo in atto una strategia di sostenibilità.

Il 78% di queste aziende ha nella propria gamma uno o più prodotti sostenibili, ma la scelta non si limita ai processi produttivi: il 54% è intervenuto sul packaging e il 44% valuta la sostenibilità anche dei propri fornitori, nel momento in cui li seleziona.

Una ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano ha fatto emergere che soprattutto le startup agroalimentari, con obiettivi di economia circolare, sono in continuo aumento in tutto il Mondo.

Sono 7.120 le startup agroalimentari nel Mondo e 1.808 sono quelle che mirano a obiettivi rivolti all’economia circolare. Complessivamente hanno raccolto 5,6 miliardi di dollari di finanziamenti, pari a un investimento medio di 7,7 milioni di dollari.

Insieme a Paesi già considerati virtuosi come la Norvegia e Israele, tra le startup agroalimentari più sostenibili, nel podio, ci sono quelle dell’Uganda. In questa classifica, l’Italia si colloca solo in dodicesima posizione con 22 startup sostenibili sulle 76 nuove imprese agrifood censite (29%).

È comunque un dato positivo di crescita rispetto allo scorso anno con 15 startup sostenibili in più (erano 7 nel 2019, il 13% del totale) e 23 milioni di dollari di investimenti raccolti contro i 300mila dollari di un anno fa, pari a un finanziamento medio di un milione di dollari.

Una delle criticità maggiormente affrontate da queste startup è lo spreco alimentare. È ormai diventato di interesse comune il riutilizzo di scarti tra le mura domestiche, ma anche all’interno di aziende alimentari di grandi volumi.

Pensiamo ai sistemi di Themis per il riutilizzo degli scarti del pesce così da poter dar loro nuova vita ed evitare un ingente spreco alimentare.

Dalla lotta alla plastica è partito un importante movimento contro il packaging invasivo e poco green. Adesso il consumatore pone molta attenzione all’origine dei contenitori dei prodotti e predilige l’acquisto di alimenti sfusi.

Certamente, non tutti i prodotti possono essere venduti sfusi dalla grande distribuzione, ed è per questo che molte aziende affermate e startup investono in nuove soluzioni di packaging sostenibile a basso impatto ambientale.

Oltre al tema della sostenibilità, il packaging sta diventando sempre più mezzo di comunicazione e vuole parlare al consumatore finale. Sempre più spesso si trovano delle vere e proprie narrazioni sull’origine del prodotto e sul metodo di produzione.

Tutto questo grazie all’utilizzo della blockchain anche nel settore agroalimentare che permette una tracciabilità completa del prodotto.

Il terzo tema che è entrato nel cuore dei consumatori e di conseguenza delle aziende dell’agro food è il ruolo della filiera corta. Sfruttare la prossimità geografica ha indiscutibilmente senso, soprattutto dove la produzione è abbondante. Ma a questo si inserisce anche la propensione del consumatore a rispettare la stagionalità dei prodotti.

La filiera corta lancia un messaggio di rispetto della biodiversità stagionale. Ci siamo abituati, soprattutto in Occidente, ad avere tutto e subito. Mangiare fragole o asparagi del Sudafrica a gennaio per il ciclo biologico non ha senso, non tanto per la bontà del prodotto, quanto per la sua sostenibilità generale. Puntare invece su realtà locali ha un forte impatto sociale, ambientale ed economico.

Lo stadio della produzione agricola è un anello fondamentale della filiera, ma spesso le dimensioni ridotte e lo scarso potere contrattuale di queste realtà alimentano diseguaglianze nella distribuzione dei redditi lungo la filiera e il problema della povertà rurale.

A livello globale, il 90% delle aziende di produzione agricola rientra tra le family farm, ovvero piccole realtà a conduzione familiare, mentre in Europa il dato sale al 95%. Questi dati sono in controtendenza con l’Italia perché secondo dati Istat, le aziende agricole italiane sono diminuite del 32% favorendo un aumento delle dimensioni di quelle ancora presenti sul territorio.

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Filippo CasèFilippo Casè: Laureato in Scienze Gastronomiche a Pollenzo (CN) e in Food Quality Management presso la Wageningen University & Research. Ha collaborato con diverse realtà del food ed è costante nella ricerca di nuovi sistemi alimentari | Linkedin
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