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Regolamento sul biologico, a che punto siamo oggi? Il parere di Aiab

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giuseppe romano aiab
Giuseppe Romano, presidente Aiab

A pochi giorni dall’anniversario del regolamento europeo sul biologico, Giuseppe Romano, presidente dell’associazione per l’agricoltura biologica, ripercorre il percorso che ha portato alla nascita di Aiab e le sue iniziative, passate e attuali

Da pochi giorni si è festeggiato l’anniversario dei 30 anni del Regolamento biologico in Europa. Era il 24 giugno 1991 quando per la prima volta veniva normato a livello europeo (con il Reg. 2092/91) un metodo produttivo che già riuniva uomini e donne ancora poco strutturati ma con una chiara visione del futuro.

Tra questi c’erano i movimenti italiani che, dai primi anni ’80 hanno creato il Coordinamento nazionale Cos’è il biologico che ha prodotto, nel 1985, una iniziale normativa di settore in autodisciplina e dal quale nel 1988 è nata Aiab (associazione italiana per l’agricoltura biologica).

Oggi siamo arrivati all’imminente entrata in vigore del terzo Regolamento comunitario (848/2018), la visione del futuro è rimasta la stessa, ma molte cose sono cambiate.

Il gruppetto di visionari degli anni ’80 è cresciuto, maturato ed è diventato una parte consistente della società sia in termini di consumo sia in termini di produzione.

I dati elaborati dal Sinab (Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica) relativi al 2019 ci dicono che dal 2010 il numero degli operatori è cresciuto del 69%, mentre gli ettari di superficie biologica coltivata sono aumentati del 79%.

In Italia si è così arrivati a sfiorare i 2 milioni di ettari di superfici biologiche. Una crescita non solo in termini di superfici ma anche di soggetti coinvolti nel settore che sono saliti a 80.643.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Sau – superfficie agricola utilizzata – nazionale e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media Ue, che nel 2018 si attestava all’8,0%.

Anche il mercato va a gonfie vele da anni. Basti ricordare che rispetto al 2014 i consumi di prodotti bio nella sola Gdo sono aumentati del 73%. Nel 2020 il mercato ha raggiunto i 6,9 miliardi di euro (dati Nomisma per Osservatorio Sana), suddivisi in 3 grandi fette: 2,6 miliardi per le esportazioni, 2 miliardi le vendite nei supermercati e 2,3 miliardi di euro tutti gli altri canali – negozi bio, altri negozi, e-commerce, vendita diretta.

Solo nei 3 mesi del primo lockdown (da marzo a maggio 2020) c’è stato un aumento di domanda dell’11%. Insomma non si può certo più parlare di un mercato di nicchia ma di un vero e proprio settore trainante della produzione e dell’economia Made in Italy.

Una vera a propria eccellenza che ci sta indicando da che parte dobbiamo andare. Il mondo sta cambiando molto rapidamente e le scelte che si fanno adesso a livello politico e strategico incideranno profondamente sul futuro del pianeta e dell’umanità.

Per questo non sono ammessi tentennamenti, dubbi, passi falsi e polemiche inutili, come quella recente, tutta italiana, sull’agricoltura biodinamica che ha di fatto bloccato l’approvazione del testo di legge sul biologico che stiamo aspettando da 15 anni.

Si tratta di un ddl che non convince e che ha numerose criticità da correggere:

  • interprofessionale unica
  • un Piano sementiero nazionale di cui non viene specificato il funzionamento
  • scarsità di fondi sulla ricerca
  • ambiguità nella definizione dei biodistretti

Elementi che rischiano di creare mere operazioni di marketing regionali invece che strumenti di salvaguardia territoriale e di vera sostenibilità come Aiab, sin dagli anni ’90 li ha sempre pensati e regolamentati con il suo disciplinare.

Nonostante tutte queste incertezze, però, approvare la legge significa prima di tutto che anche la politica (con molto ritardo rispetto al mercato e alle scelte dei consumatori) finalmente riconosce il biologico come sistema produttivo di portata nazionale.

Cosa che del resto è indicata dall’Europa con la strategia Farm to Fork e il Piano d’azione per l’agricoltura biologica. Senza questa legge sarà molto difficile raggiungere gli obiettivi del Green Deal e l’Italia rimarrebbe irrimediabilmente indietro rispetto agli altri Stati membri.

Un nuovo stop Sarebbe inoltre un errore non meritato per un settore strategico che, oltre a tutelare l’ambiente, rappresenta una delle eccellenze italiane.

Insomma, quello della legge italiana è diventato il campo di battaglia dove l’agribusiness e il modello di produzione basato sulla chimica e sulle monocolture sta combattendo la sua battaglia più importante.

La vera posta in gioco è la ripartizione delle risorse, in un momento in cui c’è un Piano strategico nazionale della Pac (Psn) tutto da scrivere e nel quale il biologico è la vera alternativa a un sistema di produzione ormai datato che ci ha portato a un punto di non ritorno.

Non è il momento delle scorciatoie, ma è l’ora delle decisioni vere, che possano lasciare il segno. E la politica italiana deve fare la sua parte senza se e senza ma.

(testo di Giuseppe Romano, presidente Aiab)

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