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Salviamo i semi antichi per il bene del futuro

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Foto di Vikro Smith da Pexels

I semi antichi vanno preservati e reintrodotti garantendo la salvaguardia della biodiversità e delle culture gastronomiche. Per farlo, è necessario coinvolgere tutti i protagonisti della filiera, obiettivo di Avasim

È nata Avasim, l’alleanza per la valorizzazione delle antiche sementi italiane e del mediterraneo, fondata dall’avvocato Alessia Montani. Romana, con una missione molto chiara e audace, sensibilizzare il pubblico su tematiche di interesse comune come i semi antichi.

L’obiettivo di questo consorzio è di accogliere e aggregare tutti gli attori delle filiere agroalimentari delle antiche sementi italiane, dalla cerealicola a quella ortofrutticola. Tutto questo grazie al continuo sviluppo di ricerca e azioni di promozione sul territorio.

Con l’industrializzazione dell’agricoltura c’è stato un vero e proprio passaggio di testimone tra varietà di semi antichi e nuove tipologie ibride in grado di resistere a produzioni intensive e a prodotti chimici.

Le varietà di semi antichi, seppur fondamento delle società passate, sono state snobbate dai principali player dell’agro-industria perché in alcuni casi considerate troppo inaffidabili per sostenere i bisogni crescenti dato l’aumento della popolazione globale.

Questa scelta del passato ha portato alla perdita di molte varietà, ma grazie ad agricoltori e appassionati stoici stanno nascendo delle campagne, vere e proprie banche di sementi, per salvaguardare le varietà antiche e iniziare a produrre seguendo cicli e metodi non intensivi.

Preservare la biodiversità partendo anche dalla raccolta dei semi è una missione attuata già da diverso tempo. Lo aveva ben chiaro la Norvegia quando nel 2008 finanziò interamente la costruzione della banca di semi Svalbard Global Seed Vault in una remota isola immersa nei ghiacciai. Quasi all’estremo opposto, per Avasim, il luogo simbolo è il Parco dell’anima di Noto, conosciuto per il suo ruolo di custode delle antiche colture.

La ricerca portata avanti da Avasim ha sottolineato che il settore dei semi antichi in Italia è ancora difficile da analizzare in termini quantitativi, è molto complesso stimare chi utilizza varietà antiche, ma anche quanti ettari complessivi sono coltivati con queste sementi.

Le due principali conclusioni presentate dalla ricerca evidenziano che la redditività di queste colture è ancora incerta ed è legata a una comunicazione poco incisiva sia verso il consumatore finale e sia per gli addetti ai lavori.

Grazie a un questionario effettuato dal team di Avasim, si è capito che i consumatori sono molto favorevoli alla reintroduzione di semi antichi e all’acquisto di alimenti prodotti da queste varietà.

È auspicabile che questo dato possa essere un maggior incentivo per indurre i coltivatori italiani a reintrodurre le sementi che hanno fatto la storia della nostra gastronomia e chissà, anche del nostro futuro.

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Filippo CasèFilippo Casè: Laureato in Scienze Gastronomiche a Pollenzo (CN) e in Food Quality Management presso la Wageningen University & Research. Ha collaborato con diverse realtà del food ed è costante nella ricerca di nuovi sistemi alimentari | Linkedin
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