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Alberi amici nostri, ecco come si comportano

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Foto di M.Cristina Ceresa

Nuovi studi sugli alberi ce li fanno apprezzare ancora di più. Lo dimostrano due studi internazionali, il primo sulla produzione da frutti e il secondo sulla capacità di generare la pioggia

Anche gli alberi invecchiano e producono di meno. È quanto dimostra uno studio internazionale coordinato dalla Duke University – con la partecipazione anche dell’Università Statale di Milano e dell’Università di Torino – nel quale è evidente che la fecondità degli alberi non cresce di pari passo con la loro crescita di dimensione, ma raggiunge un picco quando gli alberi hanno raggiunto una dimensione intermedia, per poi decrescere.

L’obiettivo dello studio, condotto su quasi 600mila alberi appartenenti a quasi 600 specie diverse in tutto il mondo, è quello di studiare i cali di fecondità e sapere a quale dimensione o età potrebbero verificarsi.

La ricerca rivela, infatti, che nell’80% delle specie esaminate la fecondità degli alberi, cioè il potenziale biologico di riproduzione, ha raggiunto un picco quando gli alberi hanno raggiunto una dimensione intermedia, dopodiché è diminuita.

Va precisato che il restante 20% delle specie non possiede necessariamente un elisir di giovinezza per scongiurare questo deterioramento: anche queste piante, probabilmente, sperimentano un declino della fecondità oltre una certa età e dimensione, ma non esistono ancora abbastanza dati sugli alberi più vecchi e più grandi di queste specie per saperlo con certezza.

Insomma, gli alberi secolari, pensiamo agli ulivi, sono belli ma, esattamente come noi umani, meno propensi a produrre e quindi sarebbe naturale il loro pensionamento.

Cosa che già in un certo senso avviene: gli alberi da frutto vengono spesso sostituiti a venti o trent’anni di età, quando la produzione inizia a diminuire, mentre è molto difficile monitorare la produzione di semi negli alberi che crescono in foreste naturali.

Questo significa che la maggior parte degli studi sulla fecondità degli alberi fino a ora si è basata su dati sbilanciati verso gli alberi più giovani e di piccole o medie dimensioni.

In mancanza di dati sufficienti sulla produzione di semi nelle fasi successive dello sviluppo di una specie, finora gli scienziati hanno approssimato questi numeri sulla base di quanto osservavano nelle fasi precedenti, con il rischio di sopravvalutare il potenziale effettivo di un albero.

Secondo Giorgio Vacchiano, esperto in gestione e pianificazione forestale dell’Università Statale di Milano “saper prevedere accuratamente quanti semi produrrà un albero in un certo anno è fondamentale per migliorare la nostra capacità di gestire, conservare e ripristinare le foreste del mondo. Questi modelli matematici ci aiuteranno a capire quanto rapidamente una foresta sarà in grado di rigenerarsi dopo un incendio o un danno da vento, e dove sarà più urgente concentrare le risorse per accelerare il processo di riforestazione“.

Fa eco a questo studio pubblicato su Pnas , un’altra ricerca, questa volta firmata dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Torino e condotta in collaborazione con l’Università di Utrecht (Paesi Bassi) che dimostra come siano fondamentali gli alberi per la produzione di pioggia.

Area di studio è stata la foresta amazzonica. La base è il disboscamento inciso sulla piovosità della regione maggiore di quanto previsto e potrebbe portare fino a una riduzione annuale del 55-70%.

Piccoli cambiamenti nell’umidità dell’aria, dovuti alla presenza o meno di alberi, possono portare a grandi cambiamenti nella pioggia osservata” riassume Mara Baudena, ricercatrice del Cnr-Isac e primo autore della ricerca che analizza dati di precipitazione e umidità dell’aria per più di dieci anni a scala oraria su una ampia parte della foresta amazzonica e delle aree confinanti.

I dati vanno però trattati con prudenza: queste nuove stime sono un importante passo avanti del nostro livello di conoscenza, ma non sono prive di incertezze e approssimazioni. Dovremo proseguire la ricerca con metodi diversi per confermarle” precisa Arie Staal, dell’Università di Utrecht.

Gli autori confidano comunque che il risultato ottenuto sia qualitativamente significativo e che la riforestazione di aree già disboscate potrebbe portare a effetti importanti riguardo il ripristino del ciclo dell’acqua e della piovosità.

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