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Le opportunità dell’idrogeno “verde” nell’ottica della transizione energetica

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Idrogeno verde e transizione energetica: un’associazione che, al momento, non funziona ancora perché la tecnologia per la produzione del vettore energetico e i suoi costi sono ancora lontani dal permettere una produzione di massa: ne parliamo con Nicola Armaroli, scienziato del Cnr

L’Unione europea spinge forte sull’idrogeno come vettore energetico “pulito ed ecosostenibile” ma “i tempi ancora non sono maturi: i costi di produzione sono ancora alti e le tecnologie di produzione dell’idrogeno verde vanno migliorate” conferma Nicola Armaroli, scienziato del Cnr, esperto di sistemi di produzione dell’idrogeno a Greenplanner.it.

Un altro fattore importante è il tempo: la transizione energetica si deve fare oggi; produrre idrogeno in quantità significative sarà impossibile prima di 10 anni, sia a causa dei costi, sia per la mancanza di quel surplus di energie rinnovabili che servirebbe ad alimentare il processo produttivo.

Abbiamo intervistato Armaroli chiedendogli di spiegare come funziona il processo di produzione dell’idrogeno verde, cosa comporta, quali sono i suoi costi economici e ambientali – il processo richiede consumo di acqua, tanto per porre un tema importante in epoca di progressiva desertificazione dei territori.

Importante anche chiarire il  tema dell’idrogeno in relazione alla mobilità sostenibile: se l’utilizzo di idrogeno verde può essere promettente per i trasporti pesanti – autotreni, treni passeggeri e navi – e per alcuni settori dell’industria pesante – siderurgia e petrolchimico – certamente non ha senso per la mobilità leggera.

Settore nel quale – conferma Armaroli – c’è già l’elettrico che è una tecnologia molto più sviluppata e già pronta per essere utilizzata.

Inoltre, non ha certamente senso pensare a un utilizzo dell’idrogeno per il riscaldamento degli edifici, nonostante questa opzione permetterebbe di usare la rete di distribuzione del gas come infrastruttura – con vincoli notevoli per tutti però.

Infine, la transizione energetica avrà senza dubbio costi notevoli: si tratta di un passaggio epocale che avrà impatti anche sul mondo del lavoro – quando scomparvero i cavalli per l’esplosione dell’industria automobilistica, interi settori produttivi cessarono di esistere e fu necessaria una grande riconversione.

Ma è necessario farla partire da ora, “anzi siamo già in ritardo” conferma Armaroli. Cosa che rende il parlare di nucleare in Italia pretestuoso e privo di senso. Anche per ragioni tecniche: prima di 10 anni sarebbe impossibile mettere in funzione una centrale nucleare e con costi elevatissimi.

Inoltre, per avere una resa minima di energia – circa 10 GW – servirebbe realizzare almeno 10 centrali sul territorio italiano (la taglia attuale delle centrali è di circa 1 GW): dififcile immaginare la disponibilità di luoghi dove installarle, vista le difficoltà che si incontrano anche per realizzare una discarica – per non parlare del sito di stoccaggio delle scorie radioattive.

Per finire, questo è il nostro ammonimento, non facciamo ancora una volta l’errore di contrapporre economia, salute e ambiente: se la transizione avrà costi alti per essere realizzata si trovino i fondi per finanziarla, senza far pagare come sempre solo i cittadini.

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