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Inquinamento dell’aria? Anche peggio di quanto si pensasse

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inquinamento atmosferico
Foto di Ria Sopala da Pixabay

L’accumulo dei dati e il miglioramento delle conoscenze scientifiche non fanno che confermare che l’inquinamento atmosferico, riconducibile a fattori naturali ma soprattutto al traffico, ai sistemi di riscaldamento domestico, agli impianti industriali e alle pratiche agroindustriali, è una minaccia gravissima alla salute. Anche a livelli bassissimi e per centinaia di milioni di persone. Servono, e sono più urgenti che mai, interventi decisi. E la politica deve fare la sua parte

Pubblicate per la prima volta nel 1987, le Linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’inquinamento atmosferico sono rapidamente diventate il quadro di riferimento condiviso a livello globale.

I decisori politici, le autorità sanitarie e la comunità scientifica le hanno utilizzate per mettere a punto le misure di riduzione dell’inquinamento, un fenomeno che ancora oggi ha costi pesantissimi, in termini di morbilità e mortalità, in tutto il mondo.

Qualche giorno fa, l’Oms ha presentato le nuove linee guida, che aggiornano quelle del 2005 e fissano limiti molto più stringenti per i vari inquinanti. Di fatto, l’Organizzazione mondiale della sanità ha certificato sia che gli inquinanti (particolati, biossido di azoto, ozono, anidride solforosa e monossido di carbonio) sono pericolosi per la salute anche a concentrazioni estremamente basse, sia che hanno impatti su fasce di popolazione molto più ampie di quanto si pensasse in precedenza.

Le nuove linee guida sono il risultato di una serie di avanzamenti che durano da oltre quindici anni. Gli effetti dell’inquinamento sono oggi studiati in gran parte dei paesi dell’Oms, mentre nelle linee guida del 2005 i dati provenivano quasi esclusivamente da Europa e Nord America.

Le varie ricerche che si sono succedute negli anni poi chiarito che l’inquinamento atmosferico è implicato nello sviluppo o nel peggioramento di diverse condizioni di salute non considerate nello studio precedente, tra cui asma, diabete, disturbi riproduttivi e neurocognitivi.

In terzo luogo, si sono accumulati gli studi che hanno cercato di identificare quali fonti e/o caratteristiche fisico-chimiche del particolato trasportato dall’aria contribuiscono di più alla sua tossicità.

Infine, le nuove linee guida risultano da una collaborazione senza precedenti tra i ricercatori di tutto il mondo: progetti collettivi come il Multi-Country Multi-City Collaborative Research Network, l’European Study of Cohorts for Air Pollution Effects o il Global Exposure Mortality Model hanno rafforzato le conoscenze degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, migliorando la qualità degli studi e utilizzando metodi standardizzati di raccolta dei dati, analisi e reporting.

Insieme, questi fattori hanno contribuito all’ultima ridefinizione delle linee guida, che ha abbassato parecchio le soglie, ora molto più rigide anche di quelle indicate utilizzate in Europa e definite dalla Direttiva 2008/50 Ce.

I cambiamenti più significativi riguardano i limiti medi annui per il biossido di azoto, ridotti a un quarto (10 μg/m³) rispetto alle linee guida del 2005, con una soglia limite giornaliera di 25 μg/m³.

Viene stabilita una nuova soglia annuale per il PM2,5, che da 10 passa a 5 μg/m³, cinque volte meno dell’attuale limite europeo. La media annua per il PM10 passa a 15 μg/m³, molto più bassa rispetto al limite attualmente vigente in Europa (40 μg/m³), ed è stata introdotta anche una nuova soglia media per l’ozono, da calcolare nei sei mesi più caldi, di 60 μg/m³.

Secondo l’Oms, se i tassi di inquinamento venissero abbassati in modo da restare al di sotto dei nuovi limiti, i decessi legati al PM2,5 potrebbero essere ridotti dell’80%.

Proprio per aiutare cittadini e decisori politici a individuare le migliori politiche per ridurre l’inquinamento nelle città italiane, l’associazione Cittadini per l’aria ha presentato la Guida per i cittadini per un’aria più pulita.

Il documento, strutturato in 10 punti (più uno), mette al primo posto il potenziamento della mobilità ciclistica: volendo essere ottimisti, si potrebbe dire che gli spazi di miglioramento nel nostro paese sono enormi, se si considera che per esempio ogni abitante di Helsinki ha a disposizione 2,05 metri di corsie ciclabili, che diventano 0,43 per chi vive a Berlino, ma che si riducono a 0,00016 per i ciclisti di Milano e a 0,0000061 per quelli di Napoli.

Per l’associazione occorre poi aumentare il verde urbano, estendere le zone a traffico limitato e quelle a 30 km/h, introdurre le strade scolastiche, ridurre gli spazi per la sosta delle auto favorendo il trasporto pubblico locale e i sistemi di interscambio, evitare caldaie a legna, pellet e a gasolio e iniziare a ragionare sulle cosiddette superciclabili, quelle che servono a collegare centri distanti fino a 20 chilometri.

Soprattutto, questo è il punto +1, occorre stare molto attenti al greenwashing, soprattutto nei periodi di campagna elettorale.

Che la politica abbia delle responsabilità importanti è fuori discussione. Due casi recenti ne danno l’ennesima conferma. Il primo è quello di Brescia, città che conta almeno un migliaio di morti all’anno per inquinamento, su cui ha puntato l’attenzione un’interrogazione alla Commissione presentata da Eleonora Evi.

L’eurodeputata ha chiesto di valutare la conformità delle misure adottate a Brescia rispetto alla Direttiva europea sulla qualità dell’aria: nella risposta, la Commissione si è impegnata a valutare l’inserimento delle emissioni generate dagli allevamenti intensivi nell’ambito di applicazione della direttiva sulle emissioni industriali.

Un passaggio importante, se si considera che la responsabilità maggiore dei decessi da inquinamento è ascrivibile proprio agli allevamenti intensivi che costellano la provincia di Brescia.

La stessa Evi è poi protagonista di un’altra vicenda, che riguarda la provincia di Bolzano. Nel luglio scorso la deputata aveva presentata un’interrogazione in cui chiedeva un approfondimento sul superamento dei limiti per il biossido d’azoto nella città di Bolzano nel periodo tra il 2003 e il 2019.

Nella sua risposta, la Commissione ha riconosciuto lo sforamento dei limiti, menzionando però il piano per qualità dell’aria della Provincia di Bolzano, piano che dovrebbe portare alla piena conformità della situazione solo entro il 2023.

Il problema, rileva Evi, è che la risposta “non tiene conto di violazioni reiterate e documentate da quasi 15 anni […] e non si profila all’orizzonte alcuna prospettiva di miglioramento“.

In particolare, se anche tutte le misure previste fossero state attuate entro il 2020, avrebbero portato a un calo solo del 10% delle concentrazioni di medie annuali di NO2 rispetto ai valori del 2017.

Una riduzione quindi insufficiente, che avrebbe sforato in ogni caso il limite europeo e aggravata dal fatto che, a oggi, non si riscontra neanche il previsto calo del 10%.

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