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Usare, bene, i dati per aiutare il ripristino ecologico della Terra

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ripristino ecologico
Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

Da una collaborazione che coinvolge aziende che si occupano di scienza e tecnologia, nasce la piattaforma Restor, che permetterà ai cittadini di agevolare il ripristino ecologico del nostro Pianeta.

Restaurare, riparare, ricostruire… la nostra società sta lentamente, ma inesorabilmente, perdendo la consuetine con la riparazione degli oggetti. Oggi si ripara poco, le aziende produttrici stesse disincentivano la riparazione, spingendo verso la sostituzione.

Ma il Pianeta non si può sostituire, si deve invece riparare, ricostruire. Nasce da qui il concetto di ripristino ecologico che sostiene e sospinge il progetto Restor, nato dalla collaborazione tra Crowther Lab dell’università Eth di Zurigo e alimentato da Google Earth Engine e Google Cloud.

Si tratta di una piattaforma tecnologica che permette a chiunque – scienziati, studenti, aziende e cittadini – di analizzare il potenziale di riassetto di qualsiasi territorio.

Un’iniziativa cha ha radici profonde: Thomas Crowther – il professore da cui è nata l’iniziativa – e un team di scienziati dell’università di Zurigo, partendo dalla ricerca sulla relazione tra i sistemi ambientali e il cambiamento climatico, si resero conto dell’importanza dei progetti di ripristino ecologico in tutto il mondo.

Progetti spesso isolati e che lavorano senza alcun accesso a dati scientifici che possano aiutarli; è così che, nel 2019, il Crowther Lab ha iniziato a lavorare su un progetto per mettere in contatto professionisti e scienziati e per creare una rete mondiale.

Oggi, grazie a Restor, i progetti di restauro ecologico locali possono connettersi a una rete sempre crescente di azioni simili in tutto il mondo.

Azioni ecologiche che possono avere molte forme, dalla protezione della Terra in modo che la vegetazione possa fiorire alla gestione olistica del suolo, all’agroforesteria, alla piantagione di alberi, alla protezione delle zone umide e altre ancora.

Un’attività che si esplica attraverso le cosmologie indigene, come parte dell’agricoltura rigenerativa, all’interno delle catene di approvvigionamento, ma anche attraverso esperimenti da cortile.

Tutti noi abbiamo un’impronta di terra che si estende dalle nostre emissioni di carbonio al nostro impatto sul suolo, sulla biodiversità e sui sistemi naturali.

Ognuno di noi può fare la differenza, una decisione alla volta. Specialmente con l’aiuto di strumenti come Restor: la piattaforma, infatti, permette di analizzare il potenziale di riassetto di qualsiasi territorio.

Quando si evidenzia un’area specifica sulla mappa di Restor, vengono mostrati i dati sulle specie di piante locali e le loro caratteristiche, il livello di carbonio nel suolo attuale e potenziale di tale luogo e altre variabili come la copertura del suolo, il suo Ph e le precipitazioni annuali.

Grazie a queste informazioni si può intraprendere un percorso di riassetto e determinare quali piante coltivare e come curare l’area. Inoltre, la piattaforma facilita lo scambio di informazioni e rende i progetti visibili a potenziali finanziatori e al pubblico.

Google, oltre ad aver messo a disposizione le sue piattaforme tecnologiche e i suoi designer, ha elargito una sovvenzione di 1 milione di dollari per aiutare il team di Restor a testare nuovi modi per raccogliere indicatori come la dimensione e la densità degli alberi, l’umidità del suolo e la vegetazione da vari progetti di restauro attualmente in corso.

Informazioni che aiuteranno i modelli di apprendimento automatico della piattaforma a ottenere approfondimenti a carattere ambientale ecologici più accurati, a monitorare l’andamento del progetto, a consentire un intervento precoce nelle aree a rischio e ad aiutare le organizzazioni di ripristino ecologico a imparare le une dalle altre.

Ecco come Thomas Crowther parlava del progetto – quando ancora era solo un’idea – in un intervento al Ted.

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