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Benefici della transizione energetica superiori ai costi, già dal 2043

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Foto di Greg Rosenke da Unsplash

Quando il sistema vuole contrastare le azioni innovative – siano esse nel campo dei trasporti, della finanza, della digitalizzazione o dell’ambiente – il primo ostacolo che si alza è sempre quello dei costi. Così si sta facendo per la transizione energetica, così si è fatto per la bonifica di aree tossiche come l’Ilva di Taranto… ma il tempo smentisce gli allarmisti

Sul piano ambientale non ci sono discussioni: se non c’entriamo gli obiettivi sul contenimento dell’aumento delle temperature globali a 1,5°C le conseguenze saranno catastrofiche per le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Sul piano economico, invece si discute ancora della sostenibilità degli investimenti necessari per avviare e completare in tempi brevi la transizione energetica. Ma anche qui, stima Deloitte, se le temperature non aumenteranno più di 1,5°C già dal 2043 i benefici della transizione energetica supereranno i costi.

Diventa urgente agire e sfruttare bene le risorse del Next Gen Eu. Secondo la società di consulenza, infatti, mantenendo l’aumento delle temperature a 1,5°C il nostro Paese potrebbe realizzare la transizione energetica più velocemente di altri Paesi europei.

Non agendo, o agendo in modo insufficiente, invece “nei prossimi 50 anni il mancato contrasto ai cambiamenti climatici potrebbe causare all’Italia fino a 1,2 trilioni di euro di danni economici, oltre che 21 milioni di posti di lavoro in meno, riducendo significativamente le prospettive economiche di lungo termine.

Di contro, una rapida decarbonizzazione nel nostro Paese, in un contesto di riscaldamento globale limitato entro 1,5°C, potrebbe portare a un differenziale positivo del Pil annuo pari al 3,3% nel 2070 e a 470,000 posti di lavoro in più.

Non a caso, il più grande successo del G20 a guida italiana, da poco conclusosi a Roma, è stato l’accordo dei Paesi sulla necessità di mantenere entro il tetto massimo di 1,5°C il riscaldamento globale” afferma Franco Amelio, sustainability leader di Deloitte Italia.

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Mentre alcuni critici sostengono che il processo di decarbonizzazione potrebbe rivelarsi troppo costoso, il modello economico Italy’s Turning Point – Accelerating New Growth On The Path To Net Zero presentato da Deloitte ipotizza un costo della transizione pari a circa 0,7% del Pil annuo.

Ecco come potrebbe realizzarsi uno scenario di sviluppo economico sostenibile per l’Italia da qui al 2050 e oltre.

Dal 2021 al 2030

Nel prossimo decennio, gli investimenti pubblici e privati in innovazione e Ricerca e Sviluppo saranno fondamentali per accelerare la trasformazione tecnologica e creare le condizioni di mercato per una decarbonizzazione su larga scala.

Secondo Deloitte, dal 2021 al 2030 l’Italia sarà in grado di ripensare la sua attuale dipendenza dai combustibili fossili importati per alimentare principalmente il suo settore manifatturiero, con un declino del consumo di petrolio e carbone e parallelamente un aumento dell’energia solare, che nel 2030 arriverà ad assorbire il 40% del fabbisogno energetico totale.

Una transizione coordinata e rapida permetterebbe comunque di minimizzare l’impatto negativo sul Pil italiano, determinandone una contrazione di appena lo 0,3% nel 2030.

Dal 2031 al 2040

Dal 2030 in poi i costi della transizione per l’Italia diminuirebbero ogni anno. La produzione di energia rinnovabile aumenterebbe a un tasso medio annuo del 6% dal 2031 al 2050.

In questo periodo, inoltre, l’Italia sperimenterebbe un incremento dell’occupazione nel comparto clean energy così come nel settore edile.

Parallelamente, dopo il 2045 l’industria manifatturiera beneficerebbe di una riduzione dei costi di produzione, dovuta al calo dei costi delle energie rinnovabili, mentre la produzione di combustibili fossili continuerebbe a diminuire.

Dal 2041 al 2050

In questo decennio, il processo di decarbonizzazione risulterebbe quasi ultimato per tutti i principali settori economici italiani, con una temperatura globale contenuta ben al di sotto dei +2°C.

Il Pil del nostro Paese registrerebbe un differenziale positivo superiore dello 0,9% rispetto a un mondo caratterizzato da una temperatura di 3°C superiore ai livelli preindustriali.

In particolare, il settore dell’edilizia, precedentemente rallentato dai costi di transizione, trarrebbe significativi profitti dalla futura necessità di decarbonizzare ulteriormente edifici e infrastrutture, mentre nel 2050 i servizi pubblici e privati registrerebbero 100.000 unità di lavoratori in più.

Dopo il 2050

Dal 2050 in poi le maggiori economie a livello globale raggiungerebbero lo scenario a zero emissioni nette, limitando il riscaldamento medio globale a circa 1,5°C entro fine secolo.

In questo periodo, secondo Deloitte, l’economia italiana risulterebbe completamente trasformata e si caratterizzerebbe per la presenza di molteplici sistemi interconnessi a basse emissioni che vanno dal settore energetico a quello dei servizi, trasporti, manifattura e agricoltura.

I settori di servizi ad alta intensità di manodopera e a minore intensità energetica continuerebbero a crescere rapidamente: per esempio, entro il 2070 si registrerebbe una crescita dell’occupazione nei servizi privati e pubblici, così come nel commercio al dettaglio e nel turismo rispettivamente di 625.000 e 215.000 unità.

Nel 2070, il Pil registrerebbe un differenziale positivo del Pil pari al 3,3% e fino a 470.000 posti di lavoro in più rispetto allo scenario senza azione climatica.

Ogni cambiamento strutturale ha inevitabilmente un costo. Ciò vale anche per la transizione energetica. Serviranno però pochi anni per vedere gli effetti positivi degli investimenti effettuati, sia a livello di imprese, sia a livello di comunità nazionale” conclude Pareglio.

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