Home Eco Lifestyle Garden designer: dalle parole di una giovane promettente il percorso da seguire

Garden designer: dalle parole di una giovane promettente il percorso da seguire

pubblicato il:
garden designer
Foto @verdeacidadentro

Da non confondere né con il progettista del verde né con l’architetto ecco cosa significa diventare garden designer secondo la neofita Veronica Vittani

Su Instragram è conosciuta come @verdeacidadentro, per la sua “incurabile mania per il colore verde acido e la passione per il Green“. Un piccolo grande amore che nasce da quando Veronica Vittani era bambina e si divertiva a pressare le pratoline tra le pagine del dizionario o quando “scappava al lancio della ciabatta della nonna, chiedendo asilo politico al vecchio ciliegio del giardino“.

Una passione che la Vittani sta cercando di trasformare in un lavoro: quello di garden designer. Per questo l’abbiamo incontrata: “In Italia la figura del garden designer non è regolamentata da precise prescrizioni normative – ci dice subito – Non esiste insomma un albo dei progettisti per cui la professione, più che da titoli formali, è definita da un saper fare acquisito attraverso un percorso formativo che può essere svolto frequentando master e corsi post diploma“.

Dopo aver lavorato per quindici anni come educatrice di asilo nido, la Vittani ha deciso di ascoltare il suo daimon interiore e cambiare rotta.

A 34 anni mi sono iscritta al corso di progettista di giardini organizzato dalla scuola Arte & Messaggi di Milano e, successivamente, alla Green School di Nad, accademia di Verona, conseguendo il diploma a pieni voti. Perché non è mai troppo tardi“.

veronica vittani @verdeacidadentro
Foto @verdeacidadentro

Cosa serve per lavorare come garden designer?

Avere una conoscenza botanica, delle basi di disegno tecnico, saper usare i software di progettazione, avere competenze compositive e conoscere i principali riferimenti stilistici della storia del giardino.

Tanta roba insomma. Diffidate quindi da chi si spaccia per progettista, ma è solo abbonato a una rivista del settore e non ha seguito alcuna formazione.

E badate bene, il progettista non è nemmeno da confondere con l’architetto, che ha competenze riguardanti l’interior, ma non possiede conoscenze agrarie.

E non è neppure sostituibile da un giardiniere, che si occupa dell’esecuzione dei lavori di piantumazione, mentre il progettista è colui che pensa alla composizione dello spazio in toto (essenze vegetali, pavimentazioni, arredi…), coordinando i vari tecnici (tra cui il già citato giardiniere, l’elettricista per l’impianto di illuminazione, l’idraulico per l’irrigazione e così via).

L’importanza di poter vivere uno spazio verde bello e funzionale: come rientra tutto ciò nel suo lavoro?

Dopo la clausura forzata del lockdown sembra che tutti, ma proprio tutti (compreso il più incallito dei Milanesi Imbruttiti) abbiano riscoperto la voglia di stare all’aperto, l’amore per le piante e l’importanza del contatto con la natura.

Questa rinnovata tendenza non mi stupisce affatto in quanto rappresenta l’innata attrazione che l’essere umano prova verso ciò che è vivo e vitale, verso la natura: Wilson l’ha definita biofilia.

Certamente, durante la quarantena, abbiamo compreso più pragmaticamente l’importanza di poter godere di uno spazio verde indoor e outdoor. Ma come amo ripetere sempre io, perché possa davvero soddisfare la nostra voglia di natura, uno spazio verde non deve essere solo bello, ma anche funzionale.

Per esempio, il balcone può essere organizzato in modo tale che non si riduca a diventare una scarperia en plein air o lo sgabuzzino delle scope. Il giardino, invece, deve poter essere fruibile tutto l’anno, non solo in primavera.

Altrimenti da passatempo e luogo di relax si trasforma in impegno e fonte di stress: potare la siepe, raccogliere le foglie, tagliare il prato…

Quindi che consigli dà per ottenere uno spazio verde sostenibile (sia esso un davanzale, un balcone o un giardino)?

Potrà suonare come un ossimoro, ma anche uno spazio verde può essere poco sostenibile. Per esempio, scegliere un prato inglese pur abitando in Sardegna, vuol dire sprecare migliaia di litri di acqua per mantenerlo verde.

Oppure, pavimentare tutto il giardino per non avere più la scocciatura del tosaerba la domenica mattina, significa ridurre la porzione di terreno che potrà assorbire e drenare l’acqua meteorica, aumentando il rischio di danni in caso di pioggia intensa.

Ci sono invece molte cose che possiamo fare per coltivare un po’ di sostenibilità insieme ai pomodori e alle petunie sul balcone:

  • in climi secchi scegliamo piante con scarsa esigenza irrigua
  • più in generale, per la piantumazione in piena terra, preferiamo piante autoctone o provenienti dalla stessa zona Usd, adatte alle condizioni pedoclimatiche di quel luogo e quindi meno soggette a parassitosi
  • non usiamo mai antiparassitari che potrebbero danneggiare gli impollinatori. Nb: anche rimedi apparentemente naturali come l’equiseto possono essere tossici
  • coltiviamo essenze gradite a farfalle, api e affini: basta una balconette sul davanzale
  • questione prato: se lasciato crescere valorizza la biodiversità animale e vegetale e ospita l’entemofauna utile. Non precipitiamoci a tagliarlo appena supera il centimetro e comunque lasciamo delle aree incolte, dove troveranno rifugio piccoli animali
  • facciamo attenzione quando usiamo mezzi meccanici per lo sfalcio del prato e le potature: ricci e nidi di uccelli potrebbero nascondersi nel folto della vegetazione
Condividi: