Home Certificazione La certificazione di sostenibilità può risolvere la controversia dell’olio di palma

La certificazione di sostenibilità può risolvere la controversia dell’olio di palma

pubblicato il:
olio di palma
Foto di Sébastien Noël da Unsplash

Olio di palma, rispetto dell’ambiente ed equlibrio economico: nella certificazione di sostenibilità una possibile soluzione alla controversia più nota del mercato alimentare.

Le foreste coprono il 30% del Pianeta ma ospitano circa l’80% delle specie conosciute. In un mondo ideale, questa affermazione dovrebbe essere sufficiente a farcene comprendere l’importanza.

Eppure, tra il 1990 e il 2020 abbiamo perso 420 milioni di ettari di foresta, una superficie più vasta dell’intera Unione Europea (approfondimento online).

Tale perdita è dovuta principalmente all’espansione dei terreni agricoli tanto che, nelle sole zone tropicali e subtropicali, l’agricoltura industriale su larga scala è responsabile del 40% della conversione delle foreste a usi agricoli, prioritariamente per pascoli e coltivazione di soia, cacao, caffè e olio di palma (maggiori informazioni).

Quest’ultimo è, forse, l’anello di congiunzione più vicino tra la nostra quotidianità e paesi lontani, almeno sulla mappa, come Indonesia e Malesia.

Estratto principalmente dal mesocarpo del frutto di Elaeis guineensis, una specie di palma originaria del continente africano, ma ormai ampiamente presente come specie aliena invasiva in Asia, Nord, Centro e Sud America, questo olio o grasso vegetale è contenuto in una miriade di prodotti confezionati – dalle merendine ai cracker, passando per molti gelati – tanto da essere il più usato al mondo dal settore alimentare.

Tuttavia il suo peso relativo sul tasso di deforestazione varia molto da regione a regione e in base alla definizione di foresta considerata e il periodo temporale analizzato.

Uno studio pubblicato nel 2019 dal Center for International Forestry Research (Cifor), Ong specializzata in studi forestali, mostra che tra il 2000 e il 2017, dei 6,04 milioni di ettari di foresta vergine persi nel Borneo indonesiano, circa la metà è stata convertita in piantagioni industriali entro un anno dall’abbattimento di cui l’88% per la palma da olio e il 12% per la cellulosa.

Tuttavia, come sottolinea Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura), nell’isola del Borneo – tra il 2005 e il 2015 – se è vero che circa il 50% della perdita di foreste è stata correlata allo sviluppo della palma da olio, a livello globale il peso dell’olio di palma sul totale della deforestazione tropicale è stato stimato pari al 5% (maggiori informazioni).

Olio di palma, il legame tra produzione, deforestazione, ambiente e diritti umani

Se il legame tra olio di palma e deforestazione è, dunque, evidente e dimostrato, lo è altrettanto il fatto che questo prodotto sia il pilastro attorno al quale ruotano temi legati ai diritti umani, l’alimentazione e l’ambiente, nonché il simbolo della discordia tra paesi e organizzazioni impegnate nella tutela degli ecosistemi naturali e della salute umana.

Un numero crescente di studi scientifici dimostra infatti che, se gestiti in modo sostenibile e inclusivo, la produzione e l’approvvigionamento di olio di palma possono contribuire considerevolmente al raggiungimento di almeno 8 dei 17 Obiettivi Sostenibili del millennio, in particolare quelli legati allo sviluppo socioeconomico.

olio palma sdg
Obiettivi Sostenibili e Olio di palma

È quanto emerge da una ricerca presentata da Matteo Bellotta, ricercatore presso la Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2021 promosso da Asvis e dal Green Commodities Programme del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp).

Gli standard di sostenibilità come Rspo, si evince dalla ricerca, sono fondamentali per stimolare l’adozione di buone pratiche, correggere gli impatti negativi, supportare la crescita economica con particolare attenzione per i piccoli produttori, ridurre le disuguaglianze di genere e combattere la povertà e la fame anche attraverso l’accesso a cibi nutrienti.

Attualmente, il principale standard di sostenibilità a livello internazionale è Rspo, che assicura la certificazione del prodotto lungo l’intera filiera grazie a organismi di valutazione indipendenti.

La certificazione è stata ideata dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil, un’organizzazione non governativa multi-stakeholder fondata nel 2004 per minimizzare gli impatti ambientali e sociali derivanti dalla coltivazione di olio di palma, attraverso l’introduzione di uno standard di sostenibilità composto da diversi parametri sociali, economici e ambientali.

A oggi milioni di tonnellate di olio di palma (il 20% del totale della produzione mondiale) sono prodotti in maniera sostenibile, coprendo circa 3,5 milioni di ettari di piantagioni e contribuendo, sempre secondo Rspo, alla tutela di aree forestali ad alto valore di conservazione e risparmiando dal 2019 a oggi un totale di 191.254 tonnellate di CO2, corrispondenti a circa 41.594 veicoli privati in circolazione per un anno.

Il grande vantaggio dell’olio di palma sembra essere, infatti, la sua elevata resa, per cui a parità di input e superficie utilizzata, le emissioni per unità di prodotto sono minori rispetto a oli alternativi come quello di soia, colza e girasole che dovrebbero rientrare quanto prima nel processo di certificazione per evitare uno spostamento e una conseguente amplificazione, delle emissioni da un settore all’altro.

Le controversie su questo prodotto, su cui è stato scritto e detto molto, sono ancora fortissime. Da una parte, l’olio di palma è estremamente redditizio ed efficiente – sementi alternative comporterebbero l’uso di superfici nettamente superiori – dall’altra, ha un indubbio impatto sugli ecosistemi, sulla biodiversità e sulle popolazioni umane che, nelle foreste, hanno la loro casa e la principale forma di reddito.

Per questo la lente con cui si guarda al problema dovrebbe essere spostata non tanto al prodotto, quanto alla modalità con cui si ottiene e che richiede politiche trasparenti, ambiziose e responsabili che fanno delle certificazioni sostenibili uno strumento imprescindibile.

Questo aiuterebbe le imprese virtuose ad imporsi sul mercato, a discapito di tante aziende che hanno fatto loro lo slogan no olio di palma senza assumersi, però, alcuna responsabilità in termini di sostenibilità della filiera.

Inoltre, a beneficiarne sarebbero anche i consumatori, troppo spesso confusi da etichette difficilmente comprensibili e che potrebbero così orientare più facilmente le proprie scelte di consumo su prodotti certificati Rspo o Poig, la certificazione del Palm Oil Innovation Group, istituito dal Wwf con l’obiettivo di stabilire direttive più rigide nell’ambito della Rspo.

» Leggi tutti gli articoli di (Re)Agire per il clima (#stopclimatechange)

Valeria Barbi Valeria Barbi: politologa, naturalista e viaggiatrice. Si occupa di gestione di progetti su cambiamento climatico e sostenibilità. Svolge attività di formazione e consulenza a livello nazionale e internazionale. Analizza e racconta il rapporto tra uomo e natura nell'Antropocene, per dare vita a progetti e strategie di coinvolgimento dei cittadini | Instagram
Condividi: