Home Eco Lifestyle Riuso di oggetti di scarto: dal sogno a un lavoro creativo

Riuso di oggetti di scarto: dal sogno a un lavoro creativo

pubblicato il:
Annarita Serra

La storia di Annarita Serra ci insegna come realizzare i propri sogni, coniugando arte e rispetto dell’ambiente, trasformandoli in un’attività lavorativa.

Ho incontrato Annarita Serra, di cui conoscevo la fama, a Milano nel dicembre 2021 durante una sua mostra. Il percorso personale e artistico di Annarita, che mi ha incuriosito, è quello di una persona determinata a coniugare gli “amori artistici di famiglia” (la musica e la pittura) con le proprie aspirazioni giovanili, anche attraverso tappe intermedie forse un po’ tortuose.

Alla base una forte educazione al rispetto dell’ambiente, il riuso, la valorizzazione creativa e artistica dei materiali scartati, ma dimenticati (si proprio quelli abbandonati sulle spiaggie della sua Sardegna): sono questi alcuni degli aspetti che hanno ispirato Annarita nel suo percorso degli ultimi 20 anni di lavoro che collima con la realizzazione di opere d’arte con materiali di scarto.

Come per esempio una figura di Obama di 1 mt. x 1 mt. realizzato con migliaia di cotton fioc raccolti proprio sulla spiaggia di Portu Maga. Oggetti di scarto diversi, ricomposti in maniera creativa, ma anche simbolica, con un risultato estetico molto intenso, carico di grande energia.

Come ricorda la stessa Annarita, “si tratta di opere che, attraverso una bellezza mascherante, si fanno testimoni di un silenzioso grido d’aiuto di una natura sempre più contaminate e oggi mi sento pronta a lasciare andare la plastica per sperimentarmi con qualsiasi altro materiale, come vetro, legno, componenti elettronici“.

Annarita Serra, è nata a Villacidro, in Sardegna, a 50 chilometri da Cagliari, ma per esigenze familiari ha vissuto il primo periodo della sua vita tra Cagliari e Torino, per poi trasferirsi definitivamente, insieme alla famiglia, a Milano, dov’è cresciuta e dove ha sviluppato il suo percorso formativo, professionale, personale e artistico.

Dopo il diploma, conseguito  presso il Liceo Artistico Statale II° di Brera, si è iscritta alla Facoltà di Architettura, studi che ha interrotto per rendersi indipendente e iniziare un’attività professionale nell’ambito del marketing aziendale, portata avanti fino a quando ha preso avvio la sua attività espositiva.

L’attività di brand manager di Annarita per una multinazionale americana ha fortemente forgiato la sua personalità, in particolare quella parte che riguardava l’osservazione dell’ambiente circostante nel corso dei suoi numerosi viaggi di lavoro.

Ed è stato proprio durante un viaggio in Nuova Zelanda, su una spiaggia che lei stessa oggi definisce primordiale, che Annarita ha percepito una magia particolare, ed è stato in quel momento che ha deciso di tornare nella sua Sardegna, a distanza di moltissimi anni.

Sbarcata a Porto Torres, in un mese di novembre, periodo dell’anno in cui quei luoghi sono più veri e magici, la prima località che ha deciso di visitare è stata la spiaggia di Piscinas, uno degli splendidi territori della selvaggia Costa Verde, nel versante occidentale della regione (il meno frequentato dai turisti, ma ben noto ai viaggiatori).

A partire da quel momento, Annarita ha deciso di cambiare vita, riscoprendo la sua terra d’origine e decidendo anche di prendere casa lungo quella costa, a Portu Maga, una delle frazioni marine del commune di Arbus.

Una combinazione ancora più magica, poi, è stata quella di trovare, proprio nell’appartamento scelto, un calendario con la fotografia della spiaggia della Nuova Zelanda da cui tutto era partito.

Un segnale? Chissà! Sta di fatto che quella situazione ha rappresentato la vera svolta della sua vita e, anche a rischio di passare per strana, Annarita ha cominciato a setacciare metro per metro le spiagge selvagge battute dal maestrale, raccogliendo sacchi di rifiuti di plastica, riempiendo anche la sua casa di Milano di reperti dell’umana follia.

Grazie a un’amica francese che le ha suggerito di mandare i suoi lavori a una galleria di Parigi, le sue prime creazioni hanno avuto un immediate successo, facendo comprendere ad Annarita che il suo sogno giovanile di diventare un’artista poteva avverarsi anche così.

La sua particolare attenzione è stata dedicate per molti anni alle plastiche, così inquinanti per i mari e molti dei suoi lavori, inizialmente di piccole dimensioni (ma poi sempre più grandi), che rappresentano icone e personaggi famosi universalmente conosciuti (Frida Kahlo, La ragazza con l’orecchino di perla, Marilyn Monroe, per citarne solo alcuni) sono state realizzati come se le plastiche abbandonate sulle spiagge fossero vere e proprie pennellate.

L’effetto è un’immagine riconoscibile che attira l’attenzione e solo avvicinandosi si scopre il materiale di cui è composta. Piano piano, passo dopo passo, il frutto di quella raccolta sistematica si è trasformata in produzione di lavori realizzati con materiali di scarto molto diversi tra loro (modellini di automobili, bustine usate del té, monete da 1 cent di euro, tazzine sbrecciate…) permettendo ad Annarita di mettere in luce quella vena artistica apparentemente e momentaneamente sopita.

Come ricorda la stessa Annarita “si tratta di opere che, attraverso una bellezza mascherante, si fanno testimoni di un silenzioso grido d’aiuto di una natura sempre più contaminate e oggi mi sento pronta a lasciare andare la plastica, per sperimentarmi con qualsiasi altro materiale, come vetro, legno, componenti elettronici“.

Tra gli aspetti più impegnativi di quest’attività c’è sicuramente la scelta di una vita molto più semplice e spartana di quanto non fosse ai tempi della sua attività manageriale, ma di questo Annarita è molto orgogliosa perché è così che lei ha raggiunto la sua libertà, che intende tutelare fino in fondo.

Afferma Annarita “il lavoro nel mio laboratorio si svolge secondo ritmi assolutamente naturali e secondo i tempi necessari per la realizzazione delle opere, senza vincoli esterni e, possibilmente, senza condizionamenti,  anche se le difficoltà negli ultimi due anni della pandemia da Covid-19 non sono mancate“.

E prosegue “quello che mi ha fatto capire di essere sulla strada giusta è stato il coinvolgimento e la sensibilizzazione delle persone della strada che ho avvicinato nel mio lavoro, anche sulle spiagge in cui ho fatto le mie raccolte e che hanno compreso il significato reale di questa possibilità di riuso“.

Condividi: