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Expat in Rotterdam: l’esperienza di un giovane architetto milanese

expat in rotterdam

Dalla Milano del Politecnico al Corso di Landscape architecture a TuDelft, Marcello Corradi si è disegnato un percorso interessante arrivando a lavorare in De Urbanisten. E ci racconta anche come si vive a Rotterdam…

Marcello Corradi è un giovane architetto che ha lasciato Milano per andare a continuare studi e lavoro in Olanda. Un expat alla ricerca di stimoli che gli permettessero – come dice lui – di “leggere meglio i miei dintorni“.

Dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano è volato a Rotterdam, per poi iscriversi al Corso di Landscape architecture a TuDelft.

E ora lavora in DeUrbanisten, lo studio di urbanistica e paesaggio impegnato su temi tipici della città spugna compreso il recupero di spazi (anche acquatici).

Incontriamo Marcello proprio nello studio di DeUrbanisten, un ex mall pieno di luce e colleghi con i quali collaborare.

Così, Corradi ci racconta la sua storia fatta di 27 lune (è nato nel 1995) senza tralasciare i primi anni: scuola alla Casa del Sole, nel parco Trotter (chi abita a Milano sa che è sempre stata una scuola attenta alla natura).

E lui aggiunge: “Credo che crescere circondato dal verde, nella zona multiculturale che ora viene chiamata NoLo, abbia avuto un forte impatto sul mio modo di essere e sulle direzioni che ho scelto di seguire.

Ho solo che bei ricordi del posto, nonostante la zona fino a pochi anni fa non avesse una grandissima reputazione. A parere mio, è una miniera di stimoli, colori e sapori. Dopo 5 anni allo scientifico al Virgilio, mi sono iscritto ad architettura, presso il Politecnico di Milano“.

Il corso di architettura in Italia lo stimola, il suo giudizio è che sia stata una “bellissima sofferenza“. Durante i tre anni di studi – continua il giovane architetto – “ho imparato che il mondo costruito è molto più complesso di quanto appaia in facciata, che bisogna avere un’infarinatura generale in un sacco di campi, dalla sfera umana a quella puramente tecnica, dall’estetica alla prospettiva storica e che la cosa più importante è coltivare il proprio pensiero critico, senza avere paura di mettere in discussione le proprie idee e quelle degli altri“.

Qui Corradi ha avuto alcuni professori “per e a cui sarà per sempre grato e amici che frequento ancora nonostante la distanza. Il Poli però – lo dice chiaramente – sa anche essere un ambiente difficile, spesso inutilmente competitivo e con una spiccata connotazione di ego all’italiana.

A parere mio, è un problema che si affronta spesso in Italia e nell’essere italiani: cresciamo circondati dal bello, con molta diversità artistica e culturale e spesso e volentieri siamo fantasiosi e innovatori, ma paradossalmente ci si fossilizza in quello che c’è già e cresce la boria. Basti pensare al nostro rapporto con il cibo“.

expat - marco corradi

Quindi sei poi approdato a Rotterdam: come è successo, quali canali hai seguito?

Conclusa la triennnale, un po’ per carenza di sonno causa modellini ed esami vari e un po’ per motivi personali, ho deciso di fermarmi per un periodo indeterminato.

In un certo senso, vedevo meno sostanza di quanta ne cercassi e mi sono sentito meno spinto e appassionato. Non vale la pena fare qualcosa tanto per farla, quindi ho preferito cercare lavoretti all’estero, per imparare a vivere da solo, per inserirmi in prospettive diverse e anche per un po’ di sano relax e divertimento.

Dopo un paio di mesi facendo workaway a Valencia, ho trovato lavoro nel bar di un ristorante a Rotterdam, nel Markthal, e mi sono trasferito. Che posto, una città stramba e bellissima, non nel tradizionale senso di bello.

Mi sono innamorato del luogo, che per molti aspetti mi ricorda Milano, e dopo un anno ho deciso di riiscrivermi all’università, quindi ho fatto richiesta per studiare Landscape architecture a TuDelft.

Ho optato per lo spazio pubblico, perché spazia dalla scala territoriale al dettaglio costruttivo, non serve solo ed esclusivamente gli umani ma deve prendere in considerazione gli ecosistemi e in generale è, ai miei occhi, un po’ meno sotto i riflettori.

Non ho nulla contro un approccio scultoreo, ma ci sono troppi protagonisti in giro. Penso che un luogo debba essere flessibile, ecologico, memorabile, attraente e accogliente, ma chi lo rende davvero un luogo sono gli esseri viventi che lo riempiono e decidono di esprimercisi.

Un palco più che una statua. In più ho sempre avuto una forte attrazione verso l’acqua, come elemento fluido, vivo e in Olanda, nello spazio pubblico, gioca un ruolo fondamentale.

Delft ha un approccio molto diverso da quello che conoscevo: promuovono molto la collaborazione tra studenti, tendono a far sviluppare visioni di gruppo, seguite da progetti individuali e cercano di dare una visione olistica della città come ecosistema, con un interesse nel mantenere la continuità di concept ed esperienza spaziale dalla scala territoriale al dettaglio costruttivo.

Danno molta importanza alla sostenibilità e sono spesso brutalmente sinceri e diretti nel dar feedback e opinioni, molto olandesi. Un modo di essere difficile con cui interfacciarsi all’inizio, ma in qualche modo estremamente rinfrescante.

La comunicazione è astratta dal livello personale e più pratica, il che aiuta molto.

marco corradi

Ora lavori in De Urbanisten. Mica male: come hai scelto questo studio? O meglio come loro hanno scelto te?

Durante il quarto quarter del primo anno a Delft, c’era la possibilità di fare un tirocinio o di seguire un corso a scelta. Io ho scelto di iscrivermi al secondo, a uno organizzato dal dipartimento di urbanistica e incentrato sullo sviluppo delle megacity nel Pearl River Delta.

Felicissimo della scelta, anche perché abbiamo passato tre settimane a Hong Kong per un workshop in collaborazione con il Politecnico locale, mi sono però ritrovato l’anno seguente a pensare di non avere un curriculum abbastanza competitivo, in particolare se paragonato a quello dei miei compagni che hanno fatto il tirocinio.

Per questo motivo, ho deciso di propormi e contattare diversi studi di urbanistica e paesaggio per lavorare part-time durante l’anno della laurea.

Come dicevo prima, ho sempre avuto una certa connessione con l’acqua e DeUrbanisten lavora molto con questo elemento, in particolare con l’obiettivo di raccogliere, ridistribuire, organizzare in maniera più sostenibile e celebrare l’acqua piovana e tutte le dinamiche a lei collegate.

Mentirei se non dicessi che ho mandato curriculum a tappeto, ma per mia fortuna questo ufficio, che era una delle mie preferenze tra i vari, mi ha contattato per un colloquio.

Come è avvenuto il colloquio?

Quando mi sono presentato, mi hanno detto che cercavano qualcuno che lavorasse su un paio di modellini e in generale su ricerca e scelta di materiali per un progetto che gli era stato appena assegnato: un giardino tidale (soggetto alle fluttuazioni delle maree e parzialmente subacqueo) nel vecchio porto accanto all’ufficio stesso, il Keilehaven.

Me la sono sempre cavata bene con il fare modelli e l’approccio mostrato nei progetti nel mio portfolio si è dimostrato abbastanza in linea con il loro, quindi ho passato i sei mesi successivi quasi interamente nell’area modelli, con occasionali giornate su Photoshop e Rhino.

Inizialmente pensavo di dover solamente produrre, ma essendo il team abbastanza piccolo e l’ambiente professionale ma piacevolmente informale, dopo poco hanno iniziato a chiedere anche le mie opinioni più a livello progettuale ed estetico.

Nulla di grosso, però io, abituato a sentire quello che mi raccontano molti miei ex compagni della triennale, non ci potevo credere. La prima volta che Florian (il suo capo – ndr) mi ha chiesto un’opinione, ci ho messo 5-10 secondi buoni per tornare con i piedi per terra ed emettere un suono.

Man mano ho iniziato a chiedere più opportunità di provare quello che posso e so fare, principalmente per imparare il più possibile, trovando una risposta positiva e stimolante ma che comunque richiede molto, come è giusto che sia. Ora sono due anni e mezzo che faccio parte del team.

Su quali progetti stai lavorando e quali credi siano le peculiarità di questi progetti?

Al momento sto lavorando a uno studio sul cedimento del suolo e il suo impatto sul patrimonio culturale e sull’accessibilità a Gouda, stiamo finalizzando il progetto per il recupero e sviluppo del vecchio quartiere delle distillerie a Schiedam, un altro quartiere residenziale a nord del fiume per Nijmegen e a un paio di tetti giardino per una competition per la riqualificazione di un quartiere nella periferia di Amsterdam.

La gestione dell’acqua e il pensiero di come queste realtà andranno a inserirsi in una prospettiva di cambiamento climatico, in termini di vivibilità, accessibiltà per tutti, mancanza e rimozione di barriere architettoniche, nature-inclusiveness e flessibilità a livello di performance e circolarità sono il nostro punto di partenza per ciascuno di questi progetti.

Per Gouda, usando dati da satellite, piante fornite dalla municipalità e tanta, ma tanta pazienza, abbiamo modellato in 3D quale potrebbe essere la situazione tra 100 anni se il compattamento non uniforme del suolo dovesse continuare con la stessa media annua attuale.

Ora stiamo sviluppando un toolbox che le diverse municipalità della regione e con problematiche simili possano usare per definire che strategia e insieme di soluzioni adottare in risposta ai problemi di accessibilità, livello della falda acquifera, estetica e danneggiamento del patrimonio culturale.

Per Schiedam, abbiamo lavorato moltissimo con topografie e qualità dello spazio pubblico perché ci siamo dovuti interfacciare con una situazione esistente piena di monumenti ed edifici da mantenere, ma con diverse problematiche legate al suolo.

Il manto stradale sarà infatti rialzato e allo stesso livello dei marciapiedi e ogni angolo sarà servito da rampe, ma molte facciate e ingressi rimarranno al livello attuale, i profili stradali esistenti sono molto stretti e lo spazio è poco.

Per questo, il cuore di ogni isolato diventerà una piccola piazza. Queste sono tutte interconnesse e ognuna avrà una sua forte identità, sempre legata al rallentare, rivelare, riutilizzare e celebrare il deflusso dell’acqua piovana. La topografia e il piano orizzontale hanno qui un’importanza primaria.

Per Nijmegen, l’obiettivo è simile ma la zona è praticamente una tela bianca, quindi c’è stata più libertà nel costruire la narrativa e la gestione di flussi di persone, atmosfere e, come sempre, acqua e animali.

Per quanto riguarda Amsterdam, non posso dire molto ma l’approccio è molto verde. Siamo più in supporto dello studio di architettura con cui stiamo collaborando, quindi il nostro intervento è più incentrato su spazi semiprivati, greening di facciate e tetti giardino e sul rendere gli edifici più attraenti per la fauna locale.

Tutto molto stimolante, in particolare dato dal fatto che i team sono in genere composti da due-tre persone, quindi c’è sempre molto da scoprire, imparare e spesso bisogna reinventarsi. Io lavoro pricipalmente alle fasi successive al piano urbanistico.

Ma torniamo alla tua vita in città: come ti trovi a Rotterdam?

Sono qui da 5 anni e amo questa strana città, ha uno spirito giovane, è policentrica e con molte identità diverse e il costante reinventarsi è parte della sua essenza.

Rotterdam è stata rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e ha usato questa tragedia come trampolino di lancio verso il futuro. Spesso e volentieri, soffermandosi davanti a un edificio o una piazza, la reazione spontanea è pensare “chi diamine ha pensato che fosse una buona idea?“, però funziona.

Qui è tutto talmente “troppo” che nell’insieme ha un suo equilibrio, in più negli ultimi anni sta diventando sempre più verde ed ecologica. Per strada è abbastanza comune incontrare conigli, aironi, cormorani, gazze ladre e una miriade di altri uccelli, la notte ci sono i ricci e a essere molto fortunati, si possono persino incorciare delle volpi.

A me non è ancora successo, ma continuo a sperarci. A livello culturale c’è sempre qualcosa che bolle in pentola, i suoi abitanti sono strambi e decisi, proprio come la loro città e molto liberi di esprimersi. Come dicevo, animali a parte, mi ricorda molto Milano.

La città è molto buia la sera e il traffico è ancora molto presente e spesso difficile da interpretare, ma come per il resto dell’Olanda c’è una rete di piste ciclabili che si snoda in maniera capillare per tutta Rotterdam, quindi si può benissimo vivere scegliendo mezzi di trasporto più ecologici.

Non ho un’automobile e non ho la minima intenzione di prenderne una, finché non ne avrò un’assoluta necessità, per ora vivo benissimo con bici e mezzi pubblici.

In più, è ricca di aree industriali ed ex-industriali, piene di creativi, studi e piccole industrie, quasi in una dissolvenza incrociata con il porto, che gioca un ruolo importantissimo nella crescita e nella vita della città.

Nonostante tutto, non è una città facilissima, è molto frenetica e il clima olandese è quello che è, ma essendo abituato alla mia grigia, bellissima Milano, mi sento a casa e non mi pesa più di tanto.

In quale quartiere vivi e come si sta trasformando questo quartiere?

Al momento vivo a Schiedam, che è una città a sé, ma orbita molto nella sfera di influenza di Rotterdam. Guardando la mappa, si incastra perfettamente nell’angolo tra la linea del porto e il lato occidentale della città.

Schiedam ha la scala e l’atmosfera di una cittadina, è tranquilla e di dimensioni contenute, ci sono moltissime case storiche e ha abbastanza l’aspetto della tipica città olandese che ci si immagina, ma è molto ben collegata in termini di infrastrutture con tutta la regione e le città del Randstad, di cui Rotterdam fa parte.

In pratica ha tutti i vantaggi di vivere in un paese, vivendo in una metropoli. Negli ultimi due anni, Rotterdam ha iniziato a costruire molto nelle aree portuali, che non vengono più utilizzate per logistica e trasporti e i prezzi nel centro sono saliti alle stelle, quindi molta della popolazione ha iniziato a spostarsi verso Schiedam e altri quartieri e cittadine satellite, visto che sono esattamente lungo la traiettoria dello sviluppo.

Questo significa che ora Schiedam, avendo molti più fondi ed essendo molto più nel mirino, sta costruendo molto e migliorando i propri spazi pubblici le proprie infrastrutture (strade, sistema fognario e simili), ma si sta anche gentrificando, con tutte le problematiche sociali ed etiche che vanno di pari passo con questa dinamica.

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