Home Agricoltura 4.0 Ridurre la Product Environmental Footprint: l’esempio della filiera di lino e canapa

Ridurre la Product Environmental Footprint: l’esempio della filiera di lino e canapa

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filiere lino e canapa
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La capacità di innovazione viene favorita anche quando le aziende hanno a disposizione standard e quadri di riferimento condivisi che permettono di individuare e comparare rapidamente i prodotti e le metodologie più efficienti. Questo vale anche per prodotti, come il lino e la canapa, che pur avendo una lunga tradizione alle spalle, sono oggi pronti ad affrontare le sfide della transizione ecologica.

Introdotta nell’aprile 2013 con la Raccomandazione 2013/179, la Product Environmental Footprint è una metodologia di analisi degli impatti ambientali dei prodotti e dei servizi che parte da un approccio di Life Cycle Analysis.

A differenza di quest’ultima, la Product Environmental Footprint prevede requisiti specifici per le diverse categorie di prodotto e una serie di prescrizioni standardizzate, che permettono di comparare più facilmente i risultati delle varie analisi.

Oltre alle metodologie di indagine, la Pef utilizza anche un database in cui vengono raccolte e organizzate le informazioni raccolte nel tempo.

La Confederazione europea del lino e della canapa (Celc), che rappresenta oltre 10.000 aziende europee che fanno parte della filiera produttiva di questi materiali, ha di recente presentato uno studio sulla fibra strigliata di lino europeo, basato appunto sulla metodologia della Pef.

La Celc è stata la prima a misurare gli impatti ambientali di una filiera secondo questi criteri e questo le consente di fornire ad aziende, consumatori e organismi normativi dati accurati sulla fibra di lino coltivata in Francia, Belgio e Paesi Bassi.

L’analisi ha valutato la fibra di lino a partire dalla fase di coltivazione e macerazione, a cui poi seguono il trasporto, la strigliatura e la parte relativa al prodotto vero e proprio, secondo l’approccio from cradle to grave (dalla nascita del prodotto alla sua fine).

Condotta tenendo a riferimento 13 impatti diversi (acidificazione; cambiamento climatico; eutrofizzazione marina, acque dolci, terrestre; radiazione ionizzante; uso del suolo; assottigliamento dell’ozonosfera; formazione di ozono fotochimico; esaurimento delle risorse di origine fossile, di minerali e metalli; consumo idrico; particolati) ha restituito una valutazione della qualità dei dati pari a 1,6, che in una scala da 1 a 5 equivale a molto buona.

Più nel dettaglio, il 92% degli impatti viene dalla coltivazione del lino, il 7% dalla stigliatura (operazione completamente meccanizzata) e l’1% dal trasporto della paglia di lino (grazie alla vicinanza tra i campi e gli stigliatori).

L’88% degli impatti si concentra in 7 categorie, fra cui il cambiamento climatico e particolarmente rilevante risulta il valore molto basso (2%) del consumo idrico: il lino prodotto in Europa occidentale non viene infatti irrigato se non in circostanze eccezionali e la sua coltivazione richiede un ridotto apporto di fertilizzanti, contribuendo a ridurre all’1% la voce dell’eutrofizzazione delle acque dolci.

Ancora, il lino prodotto in Europa occidentale si basa su un sistema di rotazioni colturali, che non fa uso né di Ogm né di defoglianti.

Tutte qualità che fanno del lino un ottimo materiale sia per l’industria dell’abbigliamento sia per quella delle costruzioni e per altre filiere industriali, dall’edilizia fino all’automotive e al motorsport.

Crediti immagine: Depositphotos

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