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Italia, corsi di Dottorato e imprese: una spinta verso l’innovazione

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dottorati di ricerca

In Italia i dottorati di ricerca sono meno che negli altri Paesi: i bandi sono pochi, la retribuzione è minima e pochi trovano lavoro nelle imprese. Rilanciare la ricerca e creare nuove opportunità professionali è l’obiettivo del nuovo corso di Dottorato industriale.

L’Italia è, dopo Malta, il Paese con la più bassa percentuale di dottorati di ricerca.

Da un’indagine dell’Istat del 2018 emerge che, in termini di cifre, nel nostro Paese sono meno di 30.000 gli studenti che decidono di intraprendere la strada della ricerca, contro i 200.400 iscritti della Germania e i 111.257 del Regno Unito.

Ma anche Spagna e Francia – con 85.480 immatricolati la prima e 66.097 la seconda – si attestano su un livello decisamente più alto rispetto alla nostra penisola.

Le cause sono probabilmente da addebitare ai pochi bandi presenti – in Italia siamo sotto all’1,5% contro il 9,8% del Lussemburgo e il 6% di Germania, Repubblica Ceca e Finlandia – uniti a una retribuzione annuale media troppo bassa, se paragonata a quelli degli altri Paesi (2.700 euro contro i 1.679 euro medi percepiti a sei anni dal conseguimento del titolo).

A tal proposito, lo scorso maggio 2021, la ministra dell’Università e della ricerca Maria Cristina Messa ha dichiarato di voler raddoppiare in Italia il numero dei dottorati, così da arrivare almeno al pari della Francia.

A mettere in luce l’esigenza di aumentare i dottori di ricerca in Italia interviene anche un capitolo della terza Relazione annuale sulla ricerca e l’innovazione realizzata dal Cnr – Consiglio nazionale delle ricerche.

La necessità di innovazione industriale passa obbligatoriamente da una maggiore quantità di idee e di sperimentazioni: per apportare progressi nel sistema produttivo italiano occorre investire maggiormente nella ricerca.

In ugual modo, però, è lo stesso ambiente produttivo che dovrebbe cominciare a caratterizzarsi di personale altamente qualificato: diversamente, si rischierebbe di creare professionisti con competenze specifiche troppo elevate per il mercato italiano, il che porterebbe, di conseguenza, questi ragazzi a cercare impiego nei paesi concorrenti.

In questi termini, è piuttosto marcato il numero di ragazzi che non solo, dopo aver conseguito il dottorato, si spostano a lavorare all’estero, ma che addirittura decidono di intraprendere il loro percorso direttamente in un altro Paese.

I numeri risultano particolarmente alti, soprattutto per coloro che decidono di intraprendere lo studio di discipline scientifiche, fra cui spiccano le Scienze fisiche (32%), Matematica e Informatica (27%) e Ingegneria industriale e dell’informazione (19%).

Non è nuovo il fatto che, ancora, in Italia le materie scientifiche non siano al passo con gli altri Paesi occidentali.

Se si pensa che – come sottolinea il Cnr – Austria, Francia, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti ospitano circa 12mila studenti di dottorato italiano, mentre nelle università italiane solo il 15% degli studenti (di dottorato) provengono da Paesi esteri – di cui la maggior parte arrivano da Iran, Cina e India – significa che ancora c’è qualcosa che non va.

Infatti, mentre è vero – come emerge dalla relazione – che, in Italia, la maggior parte dei dottorandi riesce a inserirsi facilmente nel mercato del lavoro, è anche vero che solo una piccola parte di loro riesce a trovare occupazione nel settore delle imprese (cosa che non vale, invece, per i Paesi esteri nominati sopra).

La maggioranza degli studenti italiani, dopo aver conseguito il titolo, si inserisce nelle università, nella pubblica amministrazione o nell’istruzione non universitaria.

Segno che, insieme all’esigenza di aumentare i bandi presenti sul nostro territorio, sarebbe necessario rivedere anche il nostro sistema produttivo e industriale.

Investire nella ricerca e nella formazione senza creare le giuste opportunità professionali sarebbe, non solo una perdita di tempo e di denaro, ma soprattutto un servizio gratuito erogato ai nostri partner decisamente più avanzati di noi.

Industrie e dottorati di ricreca

E se, invece, fossero direttamente le imprese a coinvolgere gli studenti di dottorato?

È quanto dovrebbe affiorare dal Dottorato Industriale, un percorso di studi nato da poco che si pone l’obiettivo di creare un ponte fra studenti e aziende.

Al fine di dare una spinta a questa iniziativa, Cnr e Confindustria hanno erogato una nuova metodologia: il dottorando, durante il suo percorso, è affiancato da tutor aziendali e accademici e, una parte della sua formazione, la svolge in un’azienda.

In questo modo, è l’impresa a definire quelle che sono le sue esigenza di rinnovo e quindi a proporre il progetto che intende portare avanti: questo dovrebbe garantire una stretta collaborazione fra l’azienda e l’università.

Attualmente, le borse di studio vengono finanziate dal Cnr e dalle aziende che, di volta in volta, vengono coinvolte nel progetto formativo, ma vista l’efficacia di questo esperimento, è auspicabile che si possano trovare nuove risorse nell’ambito del Pnrr – Piano nazionale ripresa resilienza.

Si tratta di un approccio piuttosto valido anche per favorire l’inserimento dei dottori di ricerca nelle aziende, aumentando non solo il potenziale di innovazione delle imprese protagoniste, ma anche la motivazione degli studenti che intendono iscriversi al corso di dottorato.

L’efficacia dell’iniziativa è misurabile dall’aumento dei dottorati industriali attivati ogni anno: le prime borse di studio finanziate sono state 14, poi 30, mentre le prossime saranno 38.

In questi primi tre cicli sono state coinvolte 200 imprese (di cui oltre la metà sono Pmi – piccole e medie imprese – e oltre il 20% sono micro-imprese), le quali hanno presentato circa 250 proposte per borse di studio.

Si tratta di un risultato significativo: inizialmente appetibile solo per le grandi imprese, lo strumento ha riscosso l’interesse anche delle aziende più piccole che, a differenza delle altre, spesso non hanno le risorse per investire in ricerca e innovazione.

Al momento, la maggior parte delle borse di studio finanziate sono state accolte nelle regioni del Sud Italia, soprattutto in Campania, dove ne sono state attivate il 20%.

I risultati iniziali sono incoraggianti e ci fanno ben sperare: uno strumento a servizio sia delle Università che delle aziende – se ben utilizzato – non può che portare benefici al nostro Paese, sia da un punto di vista produttivo e industriale che da una prospettiva più specificatamente accademica.

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