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Contro la crisi climatica, serve una cultura del limite allo sviluppo

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risorse pianeta spremuto
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L’umanità è a un bivio. La crisi climatica si poteva evitare? È la domanda che ci si pone considerando gli scenari sviluppati dallo studio condotto nel 1972, ormai 50 anni fa, dagli autori di Limits and Beyond. Lo studio mostrava che, se le politiche globali non fossero radicalmente cambiate, il sistema economico e la società industrializzata, sarebbero giunti al tracollo entro i primi decenni del Ventunesimo secolo.

Il tema della criticità climatico-ambientale è sempre più sentito e affrontato all’interno dell’attuale dibattito internazionale, contraddistinto dalla multiforme risposta alla pandemia.

E se ne è parlato anche a Milano, a Palazzo Marino, durante la presentazione del rapporto Oltre i limiti. L’ultimo report del Club di Roma, pubblicato in occasione dei 50 anni del rapporto The Limits to Growth.

L’evento, organizzato dal Gruppo Europa Verde è stato l’occasione per veder dialogare una rappresentanza dei membri del Club di Roma, riguardo ai contenuti focali della pubblicazione, che si sono confrontati con le istituzioni locali, nazionali ed europee, sulle modalità più efficaci ed efficienti per trasformare le raccomandazioni degli autori, in azioni concrete.

È importante ed è un bene che ancora se ne continui a parlare, ma ciò dimostra che a mezzo secolo dal 1° rapporto del Club di Roma, la sostenibilità è ancora un obiettivo lontano.

Un libro, quindi, ci racconta cosa abbiamo sbagliato e cosa dovremmo fare. Un sodalizio di imprenditori e studiosi, all’inizio degli anni ’70 aveva documentato con dati quantitativi e puntuali, elaborati dal Massachussetts Institute of Technology di Cambridge – Usa, il divario tra la disponibilità di risorse e l’uso delle stesse.

Furono prese in considerazione cinque variabili, che si ipotizzavano avere una crescita esponenziale, per il primo concreto approccio ai segnali del cambiamento climatico. Le variabili erano:

  1. popolazione mondiale
  2. industrializzazione
  3. inquinamento
  4. produzione alimentare
  5. consumo di risorse

Gli autori del rapporto intendevano quindi esplorare la possibilità di individuare uno schema di feedback, di retroazione sostenibile, in modo da alterare le tendenze di crescita della cinque variabili.

Se la crescita delle grandezze principali che caratterizzano il mondo, come la popolazione e la disponibilità di alimenti, fosse continuata al ritmo del 1972, si sarebbe giunti a superare dei limiti che avrebbero portato al collasso della popolazione e della capacità industriale e tale superamento sarebbe probabilmente avvenuto nel corso della vita della prossima generazione.

Esisteva, così una alternativa possibile: quella di riequilibrare l’incremento demografico e la produzione materiale con l’ambiente e le risorse; ci sarebbero voluti dai 50 ai 100 anni per raggiungere questo punto di equilibrio.

Ogni anno perso nel perseguimento di questi obiettivi, avrebbe reso più difficile la transizione ordinata verso una situazione di equilibrio. E infatti, ancora oggi, a mezzo secolo di distanza dalla stesura del libro, sul clima grava ancora una forte azione di disequilibrio, che necessita di porre dei limiti allo sviluppo eche che favorisce un dibattito sul futuro, o meglio sui possibili scenari futuri.

Secondo il rapporto del Club di Roma è necessario uno sforzo di analisi ecologica, economica e politica e una maggiore attenzione alla dimensione umana e sociale.

Sono necessarie azioni concertate a livello mondiale per gestire i beni comuni del Pianeta. L’idea di fondo è che i problemi che affliggono il mondo sono tra di loro interconnessi e non possono essere risolti separatamente. Per poterli affrontare in maniera efficace, devono essere trattati in maniera sistemica.

C’è una relazione tra crisi climatica e le scelte socio-economiche

È ormai chiaro che gli attuali modelli di produzione e consumo sono tra le principali cause del continuo deterioramento dell’ambiente. Una volta riconosciuta l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, si è fatto solo il primo passo per ammettere l’esistenza di un problema.

Il Nuovo Rapporto presentato a Milano, durante l’evento Oltre i limiti. L’ultimo report del Club di Roma, mostra che l’aumento della popolazione mondiale implica una crescita della produzione industriale e una richiesta di prodotti agricoli e beni alimentari.

Di conseguenza, si verifica una crescita dell’inquinamento planetario e una diminuzione delle risorse disponibili, come ci dice Carlos Alvarez Pereira – vicepresidente del Club di Roma e co-editore del libro I limiti della crescita.

E continua ancora dicendo che “conosciamo la strada giusta, ma continuiamo forse a fare le scelte sbagliate, imboccando la direzione che, a breve termine comporta i costi minori. Non è al puro aumento del consumo che corrisponde il progresso o il miglioramento della qualità della vita.

Uno dei problemi che cominciamo a percepire come conseguenza dell’inquinamento, che in generale rappresenta uno degli effetti generati a valle del nostro sistema produttivo, è l’alterazione della stabilità climatica del nostro Pianeta.

Per non mandare completamente in tilt il clima terrestre, sappiamo che l’anomalia termica deve essere contenuta entro il limite di 1,5°C di aumento. L’obiettivo di riduzione dei gas serra per poter restare all’interno di questo valore è possibile: sappiamo benissimo come costruire auto elettriche e abitazioni ben isolate, sappiamo come produrre pannelli solari e pale eoliche che generino energia al posto di centrali funzionanti a petrolio e carbone.

Sappiamo anche come costruire oggetti affidabili, riparabili, che siano capaci di durare nel tempo. Secondo una recente analisi della Banca Mondiale, la crisi che oggi noi vediamo, corrisponde alla concretizzazione delle proiezioni derivanti da scelte sbagliate.

Gli investimenti da attuare corrispondono circa all’1-2% del Pil mondiale, che significa, secondo i dati della Banca Mondiale, a un piccolo spostamento nell’impiego di capitali, o un piccolo posticipo o ridimensionamento nella concretizzazione di qualche consumo“.

Cooperazione tra istituzioni e cittadini

È ormai chiaro che l’indirizzo deve essere necessariamente diverso: da una parte ci sono le istituzioni che stanno comprendendo sempre più, la necessità di sostenere uno sviluppo che non sia solo economico e consumistico, ma che abbia anche una forte dimensione umana.

Ne è convinta l’Europa, con Eleonora Evi – eurodeputata e co-portavoce di Europa Verde, intervenuta durante la presentazione del rapporto del Club di Roma, parlando delle iniziative europee a favore del clima, come la proposta di direttiva sulle emissioni industriali.

All’Ue si aggiunge l’Italia e il suo impegno, come ci dice Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che riconosce il valore dei contributi del Club di Roma nelle politiche di sviluppo delle infrastrutture italiane.

Sulla stessa linea anche Elena Grandi, assessore all’Ambiente del Comune di Milano, che citando il Piano Area Clima, come una delle iniziative intraprese dall’amministrazione locale, ha sottolineato l’importanza e la necessità di integrare e attualizzare le linee politiche alle raccomandazioni a favore del clima e dell’ambiente.

Dall’altro lato ci sono poi i cittadini, che hanno un ruolo importante per favorire e coadiuvare uno sviluppo sostenibile nella quotidianità.

Alla base di un’economia sostenibile, infatti, ci sono: cooperazione, reciprocità e valorizzazione delle diversità. Oltre alla tutela dell’ambiente.

Lo sviluppo sostenibile guarda al futuro del mondo

In un sistema mondiale interdipendente e interconnesso, una crescita esponenziale di una parte del mondo, mette in pericolo non solo quella parte, ma l’intero Pianeta.

La moderazione e la regolamentazione delle risorse sono necessarie per un’economia sana e sono necessarie per una base solida nella riorganizzazione culturale, scientifica, socio-economica e politica.

Il Pianeta è patrimonio dell’umanità. Lo sfruttamento smodato delle risorse naturali causa il rapido impoverimento delle riserve. Sono espliciti i problemi pratici legati alla scarsità delle risorse e quelli ambientali su scala globale.

Il momento di svolta è arrivato il 25 settembre 2015. Quel giorno le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile, insieme ai 17 Obiettivi, da raggiungere entro il 2030 e la regola è quella delle 3 E.

Ecologia: preservare l’ambiente con un uso responsabile delle risorse e con un corretto smaltimento dei rifiuti.

Economia: in grado di valorizzare le specificità del territorio nel rispetto di chi lavora, abbinata alla tecnologia innovativa per realizzare azioni sostenibili.

Equità: tutti, quindi anche le generazioni future, hanno lo stesso diritto di poter usufruire delle risorse del pianeta.

Le 3 E sono interconnesse e possono essere realizzate anche con piccoli gesti quotidiani e pratici: bisogna passare all’azione.

Per quanto decisive possano essere le innovazioni tecnologiche, la ricerca e la raccolta di dati sempre più sofisticati e disponibili in quantità crescenti, non ci porteranno al traguardo di un equilibrio con la Natura fino a quando non saremo in grado di rigenerare un pensiero ecologico che modifichi le abitudini del genere umano, a partire da quelle dei Paesi e delle società più ricche e avanzate.

Mamphela Ramphele, accademica e imprenditrice, ha parlato di una grande leadership in tempi straordinari della storia mondiale: i leader che rispondono alle esigenze di una crisi straordinaria, tendono a essere quelli disposti a correre il rischio di essere creativi, inventivi e coraggiosi.

Tali leader riescono, perché hanno il coraggio di rompere con il noto verso l’ignoto, dal familiare al non familiare, da modi tradizionali a non tradizionali, per aprire nuove strade a futuri più promettenti.

Non può esistere una sostenibilità climatica e ambientale, accompagnata dallo sviluppo sociale ed economico, se si cercano continuamente di oltrepassare i limiti dei sistemi naturali, continuando a depauperarli.

Crediti immagine: Depositphotos

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