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Agricoltura blu, per ridurre gli sprechi idrici

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uso acqua in agricoltura
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Le previsioni sono chiare: ci sono intere aree del nostro Paese che sono a forte rischio di desertificazione, condizione che rende molto difficile produrre cibo e avere acqua sufficiente a soddisfare i bisogni delle persone e delle imprese. Le soluzioni ci sono e molte passano per la riduzione degli sprechi, in alcuni casi davvero dissennati, e il miglioramento dell’efficienza degli usi idrici in agricoltura.

Se a maggio fa caldo come a luglio e se è caduta una frazione irrisoria della pioggia che cade normalmente, cosa succederà nei mesi estivi?

Sono domande che in diverse parti d’Italia si stanno ponendo molti agricoltori, sempre più preoccupati per una situazione che rischia di essere davvero pesante, complici anche le turbolenze sui mercati globali innescate dal conflitto un Ucraina.

È per questo che il mondo dell’agroalimentare guarda con crescente attenzione alle strategie definite a livello europeo – con il Green Deal e con la Farm to Form – e italiano con il Pnrr e, in generale, a tutte quelle innovazioni che permettono di usare meglio l’acqua sprecandone meno.

Un primo esempio è il progetto A.C.Q.U.A. (Agrumicoltura consapevole della qualità e uso dell’acqua), promosso dal Distretto produttivo agrumi di Sicilia e dall’Università di Catania con l’obiettivo di sviluppare tecnologie e metodi per un utilizzo sostenibile dell’acqua in agrumicoltura.

Dopo la chiusura della prima fase, nel corso della quale è stata creata una piattaforma WebGis che permette di mappare le aziende che producono agrumi nell’isola, si avvia adesso la seconda fase, che prevede l’installazione di sensori nei campi, che verranno usati assieme a dei droni per gestire in modo più efficiente l’irrigazione.

La realtà siciliana, quella a cui guarda A.C.Q.U.A., si caratterizza infatti per una condizione di grave sofferenza idrica, con i bacini pieni a poco più della metà della loro capacità per il periodo, in linea con il trend negativo degli ultimi anni.

Oltre ai sistemi di rilevamento, il progetto prevede poi l’implementazione di una blockchain con cui tracciare le produzioni dal campo allo scaffale e dare informazioni anche sui consumi idrici collegati.

Spostandosi a nord, è recente l’annuncio che Assomela, l’associazione che riunisce circa il 75% dei produttori italiani di mele, ha deciso di finanziare un progetto di ricerca di durata triennale presso la Libera Università di Bozen-Bolzano sull’impronta ambientale della produzione delle mele.

L’obiettivo è arrivare a definire un percorso che porti a migliorare il bilancio tra assorbimenti ed emissioni di CO2 del settore, in linea con gli obiettivi europei che prevedono un azzeramento delle emissioni entro il 2050.

Si consolida così la partnership tra Assomela e Università di Bolzano che era iniziata nel 2010 con ricerche mirate a quantificare i flussi di CO2 e di acqua nei meleti e a migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua di irrigazione.

Crediti immagine: Depositphotos

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