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Per risolvere la crisi idrica non bastano gli invasi montani

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Proposte per una gestione della mancanza di acqua non emergenziale; arriva da Uncem un elenco di cinque punti su cui iniziare immediatamente a lavorare, senza attendere che il problema passi e lo si possa rimandare al prossimo anno… perché nel frattempo l’agricoltura boccheggia

La crisi idrica sta mettendo in serio pericolo tutto il settore agroalimentare ed energetico – le centrali vengo raffreddate usando acqua – e comincia a far fibrillare tutto il comparto economico italiano.

Già si innescano infatti le prime polemiche su come e dove cedere le acque dei laghi – non al Po perché serve al Mincio, annunciano oggi i comuni del Garda – con le aziende del turismo preoccupate per dover rinunciare alle acque in favore dell’agricoltura.

D’altra parte la situazione della produzione agricola è drammatica. Secondo le prime stime di Cia-Agricoltori Italiani nel Centro-Nord nei primi giorni di trebbiatura ci sarà un taglio del raccolto del grano del 30%.

Problema che si va ad aggiungere all’aumento dei costi di produzione per le aziende cerealicole: dal rincaro dei fertilizzanti (+170%) a quello del gasolio arrivato a 1,60 euro/l. con un aumento nell’ultimo anno del 130%.

In tutto questo scenario, gli invasi in montagna – di cui si parla in continuazione oggi – non possono però essere l’unica soluzione per uscire dalla crisi.

Perché rappresentano una soluzione di medio termine. La crisi climatica, invece, richiede soluzioni e operazioni di lungo periodo, di visione strategica e di transizione ecologica.

Lavorando seriamente, ma da subito perché, purtroppo, tra burocrazia e valutazioni tecniche, i tempi sono lunghissimi; lo spiega Uncem quando porta l’esempio del progetto per un nuovo bacino idrico a Serra degli Ulivi, in provincia di Cuneo, voluto dagli Enti locali e da tutti i portatori di interesse del territorio (associazioni agricole, produttori di energia, comunità locale): se ne parla dal 2006, si è avviata la progettazione (1 milione di euro), ma dell’opera ancora c’è traccia.

L’associazione nazionale dei Comuni montani ha allora elaborato cinque proposte concrete da attuare immediatamente:

  1. efficientare le reti idriche – che hanno perdite dal 20 al 60% investendo almeno 5 miliardi di euro in 5 anni. Efficientare le reti dei Comuni significa realizzare i depuratori dove non esistono, nei paesi e città che ne sono sprovvisti, con un nuovo piano di investimenti dello Stato
  2. pianificare gli invasi investendo nella relazione tra acqua e forza di gravità e dando dunque pieno ruolo ai territori montani. Il tema nuovi invasi deve rientrare nelle partite del rinnovo delle concessioni idroelettriche delle grandi derivazioni perché serve una pianificazione territoriale vasta, oltre i singoli municipi
  3. incentivare i cittadini a essere parte dell’uso efficiente della risorsa idrica attraverso la creazione di riserve domestiche, obbligando l’installazione di meccanismi per il recupero e il riuso delle acque, per esempio introducendo un credito d’imposta al 100% per acquisto e installazione di questi sistemi
  4.  rendere migliore il ciclo idrico integrato attraverso la creazione di tavoli di
    interazione e concertazione del sistema degli Enti locali, con le associazioni e i
    gestori di acquedotto, fognature, depurazione, con tutte le multiutility
  5. realizzare nuovi invasi a uso plurimo della risorsa idrica (potabile, energetica, antincendio, irriguo) per essere efficaci nelle modalità di concertazione e nei tempi

Ma le proposte e le soluzioni tecnologiche, da sole non bastano. Serve collaborazione ed educazione ambientale: vanno promosse campagne di informazione sull’utilizzo responsabile dell’acqua.

Nonostante le ordinanze dei sindaci, infatti, c’è ancora chi irriga il proprio giardino senza considerare la complessità e gravità delle crisi che stiamo vivendo.

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