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I docenti devono formarsi sui temi ambientali, è la riforma della scuola

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La scuola da settembre cambia e servono insegnanti formati anche sui temi ambientali: ce lo chiedono le normative e le buone pratiche che arrivano dall’Europa.

È ufficiale: la riforma della scuola, per il reclutamento e la formazione è entrata in vigore dal 30 giugno 2022, inserita nel decreto – legge n.36 sull’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr 2) e pubblicata in Gazzetta ufficiale.

Saranno oltre 300mila, secondo le stime del Ministero dell’Istruzione, i docenti dalla scuola dell’infanzia fino alle scuole superiori, che parteciperanno ai nuovi percorsi formativi, che riguarderanno:

  • approfondimento dei contenuti specifici della disciplina di insegnamento
  • strumenti e tecniche di progettazione partecipata ai bandi nazionali ed europei
  • governance della scuola
  • leadership educativa
  • formazione tecnico metodologica, socio-relazionale, strategica
  • inclusione scolastica nella classe con alunni disabili
  • continuità e strategie di orientamento formativo e lavorativo anche in funzione delle nuove professioni green
  • tecniche della didattica digitale

Per scommettere sulle nuove generazioni, bisogna che i docenti sappiano dialogare con loro anche su contenuti attuali, come quelli ambientali e ora avranno la possibilità di formarsi ancora di più anche su questi.

Alimentazione, biodiversità, tutela del mare e del territorio, cultura del paesaggio e gestione dei rifiuti finiscono anche sulle cattedre degli insegnanti: non nasce una vera e propria disciplina scolastica ma di questi temi, in modo interdisciplinare, dovranno occuparsi tutte le attuali materie scolastiche.

Sarà anche istituita una Scuola di Alta formazione che, sotto la vigilanza del Ministero dell’Istruzione, si occuperà di coordinare la formazione in servizio dei docenti e avrà anche il compito di assegnare gli accreditamenti agli enti che erogheranno i corsi.

Si deve investire concretamente nella formazione e nei territori, perché queste sono le vere materie prime che abbiamo.

Con la riforma si istituisce una formazione con accesso volontario, sviluppata su programmi triennali e incentivata: i docenti saranno retribuiti, ma non tutti; solo una parte dei professori che parteciperanno con successo ai corsi di formazione.

Agli altri docenti, è corrisposto comunque un compenso in misura forfettaria.

Cosa cambierà da settembre per la formazione dei docenti

È una buona notizia che l’Italia voglia puntare sulla formazione dei docenti e la voglia anche finanziare: formazione retribuita, infatti in base al raggiungimento di determinati indicatori di performance, consistente in un elemento retributivo una tantum, variabile dal 10% al 20% del proprio stipendio.

Dopo gli oltre 5 miliardi assegnati per le infrastrutture scolastiche, la riforma della scuola assegnerà quindi 1,5 miliardi di euro agli istituti scolastici, grazie alle risorse erogate dall’Europa attraverso il Pnrr.

Un piano che, per migliorare i risultati dell’apprendimento degli studenti, sostiene anche la formazione di coloro che l’insegnamento lo devono dare: i docenti, appunto.

Si procede anche a migliorare la competenza digitale nelle scuole, come vuole il modello della Scuola 4.0. Trasformare almeno 100mila classi, entro il 2026, in ambienti di apprendimento innovativi e sostenibili, che daranno impulso all’intelligenza artificiale, alla robotica, alla realtà aumentata, ai big data, alla cyber-sicurezza.

Particolare attenzione sarà anche rivolta alla tematica del rispetto dell’ambiente nell’ambito della transizione digitale.

Sarà infatti prevista l’attivazione di un’offerta di circa 20.000 corsi di formazione che abbracceranno tutte le discipline scolastiche, insieme a una piattaforma per l’educazione digitale dedicata a docenti, studenti e famiglie.

Per questa nuova scuola del learning by doing, saranno necessari nuovi spazi: in Italia circa 100mila classi saranno trasformate in ambienti di apprendimento connessi e sostenibili e gli edifici scolastici dovranno essere dotati di banda ultra-larga.

Colmare le lacune e allinearci all’Ue

La scuola italiana è carente e in ritardo rispetto al resto dell’Europa, anche in ambito di formazione degli insegnanti: metodologie e competenze didattiche.

Un recente rapporto di Eurydice, Teachers in Europe: careers, development and well-being, mette in evidenza la necessità di uno sviluppo professionale continuo degli insegnanti e formatori.

In media, in Europa, in particolare in Spagna, Francia e in Italia si scende sotto il 60% per ciò che riguarda la formazione continua sui contenuti disciplinari: necessità dunque di migliorare la formazione, sia in ingresso che nel corso della propria carriera.

Molti dei Paesi europei hanno cercato di rispondere alle raccomandazioni che fa l’Europa, che vuole sostenere gli insegnanti e i dirigenti scolastici per raggiungere un ottimo livello di insegnamento e di apprendimento e garantire la qualità e la coerenza della formazione degli insegnanti.

L’arricchimento professionale e i continui aggiornamenti sono alla base della crescita dell’insegnante. Non sono più sufficienti soltanto i vecchi modelli formativi dato che i giovani, provenienti da realtà culturali e storie personali diverse tra loro, necessitano di un approccio nuovo e dinamico.

Una formazione più evoluta e sperimentale: l’insegnante deve cercare percorsi alternativi per raggiungere ogni alunno.

Il sistema capillare di formazione continua dei docenti è necessaria per essere in grado di trasferire e contestualizzare, ai discenti, i temi di attualità, come quelli legati ai cambiamenti climatici.

L’abilità del docente è quindi anche quella di stare al passo con i tempi e con le esigenze effettive di una generazione sempre in continua evoluzione.

Il cuore di questo nuovo programma di formazione si basa sulle competenze definite nel Framework europeo DigiCompEdu.

Per l’Europa, spazio quindi alla formazione anche supportata da strumenti digitali, che punta ai temi ambientali e alla sostenibilità, alle scienze e alla tecnologia, all’economia e al multilinguismo.

Insomma una sfida e un buon punto di partenza per cambiare la didattica tradizionale, che possa approcciare correttamente i nuovi temi che via via si affacciano, per il bene degli studenti e per il bene comune: educare alla convivenza civile e al futuro sostenibile.

Dopo tanti dibattiti, quindi, un passo in avanti.

Crediti immagine: Depositphotos

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