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Crollo della Marmolada: l’analisi del Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico

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crollo ghiacciaio marmolada
Immagine di Agenzia Dire.it - Soccorso Alpino

Quali sono le cause del crollo del ghiacciaio della Marmolada? Ecco l’analisi dei ricercatori del gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per le ricerche sulla Marmolada, che da vent’anni studiano il ghiacciaio

Lo scorso 3 luglio sulla Marmolada, all’altezza di circa 3.000 metri, si è staccato un seracco di ghiaccio che è piombato a valle con una velocità di 300 chilometri orari, tarvolgendo con effetti drammatici gli escusionisti che stavano transitando in quel momento.

Il crollo ha interessato un lembo residuale del ghiacciaio centrale che occupa una piccola nicchia a ridosso della cresta sommitale sotto Punta Rocca formando un ghiacciaio sospeso.

Come sempre, dopo questo genere di drammi, scattano le infinite polemiche e le discussioni. Noi abbiamo voluto dare voce al Comitato Glaciologico Italiano che studia il ghiacciaio da oltre venti anni e che ha voluto dare il proprio contributo alla comprensione del fenomeno.

Il gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per le ricerche sulla Marmolada è composto da Aldino Bondesan (glaciologo dell’Università di Padova, responsabile del Comitato Glaciologico Italiano per il coordinamento della campagna glaciologica annuale nelle Alpi orientali), da Roberto Francese (geofisico dell’Università di Parma e membro del Comitato Glaciologico Italiano), da Massimo Giorgi e Stefano Picotti (geofisici dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale).

Il ghiacciaio della Marmolada: storia e comportamento negli anni

Il ghiacciaio della Marmolada è il più grande ghiacciaio delle Dolomiti e rappresenta un importante indicatore dei cambiamenti climatici perché mostra una rapida risposta anche a piccole variazioni di precipitazioni e temperatura.

Il ghiacciaio è stato costantemente osservato sin dai primi anni del secolo scorso da parte del Comitato Glaciologico Italiano. Nel corso dell’ultimo secolo il ghiacciaio si è ridotto di più del 70% in superficie e di oltre il 90% in volume.

Il ritiro ha mostrato una progressiva accelerazione, tanto che negli ultimi 40 anni la sola fronte centrale è arretrata di più di 600 metri risalendo nel contempo in quota di circa 250 metri.

Tra le principali cause di questa riduzione c’è certamente l’aumento della temperatura e, in particolare nella zona della Marmolada, della temperatura minima invernale che nel corso di 35 anni di osservazioni è aumentata di circa 1,5 gradi.

Il crollo, tuttora in fase di studio, si è verificato per una serie di condizioni il cui relativo peso non è di facile determinazione. Tra queste:

  • la forte inclinazione del pendio roccioso
  • l’apertura di un grande crepaccio che ha separato il corpo glaciale in due unità
  • la presenza di discontinuità al fondo e sui lati
  • l’aumento anomalo delle temperature che hanno influito sullo stato del ghiaccio
  • l’aumento della fusione con conseguente incremento della circolazione d’acqua all’interno del ghiaccio che può aver innescato una crescita dello stress sulle superfici di discontinuità
  • la fusione progressiva della fronte glaciale che ha fatto mancare sostegno alla massa sospesa

Eventi simili si sono già verificati in passato?

Collassi di intere porzioni di ghiacciaio si sono registrati anche negli anni recenti in diverse aree delle Alpi. Solo un mese fa due alpinisti sono deceduti per il distacco di seracchi dal Grand Combin.

Il ghiacciaio Planpicieux (Monte Bianco), sottoposto a monitoraggi dal 2020, aveva di fatto messo a rischio la sottostante Val Ferret.

Un evento molto simile, anche nelle dinamiche, a quello della Marmolada si è verificato nel luglio del 1989 nel ghiacciaio superiore di Coolidge (Monviso), fortunatamente senza vittime.

L’analisi della cartografia storica della stessa Marmolada evidenzia la probabile presenza di analoghi distacchi che potrebbero essersi verificati sul finire del 1800.

Il crollo del ghiacciaio della Marmolada era prevedibile? Cosa ci dobbiamo aspettare ora?

Prima del crollo non si sono osservati dei segnali evidenti di un collasso imminente. A differenza delle frane, nei ghiacciai, salvo rarissimi casi, non vi sono sistemi di allerta che misurano movimenti e deformazioni in tempo reale.

I crepacci, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel distacco, erano visibili già da diversi anni e di per sé fanno parte della normale dinamica glaciale.

Il distacco di seracchi è un fenomeno frequente nei ghiacciai e fa parte della normale dinamica glaciale, più raro il caso di collassi in blocco come quello verificatosi in Marmolada.

Il ritiro e il riscaldamento determinano un aumento della frequenza degli eventi e in generale un aumento della pericolosità delle fronti glaciali.

L’osservazione annuale di molti ghiacciai è stata recentemente abbandonata proprio per l’incremento delle condizioni di rischio alle fronti glaciali.

Tuttavia, non tutti i ghiacciai presentano le medesime condizioni di pericolo che variano in funzione della temperatura, ma anche della morfologia, delle pendenze, delle dimensioni e di altri parametri.

Ogni ghiacciaio va studiato singolarmente individuando i rischi specifici che si sommano a quelli già insiti nella frequentazione dell’ambiente alpino.

Fare previsioni è sempre un esercizio difficile quando si parla di sistemi naturali. Se saranno confermati gli attuali andamenti anche nei prossimi anni, è molto probabile che il ghiacciaio della Marmolada scompaia prima del 2040.

Se dovesse rallentare il processo di riduzione della massa glaciale, in ogni caso è improbabile che possa conservarsi oltre il 2060.

Solo pochi anni fa i modelli prevedevano una vita del ghiacciaio per altri 100 o 200 anni. È evidente, quindi, come i modelli predittivi debbano essere costantemente aggiornati e migliorati ma come sia anche fondamentale garantire (e possibilmente migliorare) il monitoraggio dei ghiacciai con particolare attenzione alle loro variazioni volumetriche.

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