Home Green Jobs Phd a Okinawa: l’esperienza di un biochimico milanese

Phd a Okinawa: l’esperienza di un biochimico milanese

oist okinawa

Conclusi gli studi alla Statale di Milano, Alessandro Bevilacqua ha intrapreso un dottorato di ricerca in Giappone, presso l’Okinawa Institute Science Technology (Oist), per studiare gli enzimi e nuove strade per usarli nell’industria. Ce ne parla e ci racconta la sua esperienza con la nuova cultura…

Alessandro Bevilacqua, classe 1995, è un giovane biochimico che ha lasciato Milano per conseguire un dottorato di ricerca in Giappone. Qui, nello specifico presso l’Okinawa Institute Science Technology (Oist), studia il funzionamento degli enzimi, vale a dire: enzimologia.

Ci spieghi meglio cosa vuol dire lavorare sugli enzimi?

Innanzitutto, la mia ricerca parte dal fatto che raramente gli enzimi vengono studiati nel loro ambiente naturale, ovvero nella cellula.

Dunque, con il nostro progetto di ricerca vogliamo indagarne il funzionamento, per capire se lavorano diversamente nella cellula, rispetto a come lavorano in acqua.

Si tratta di uno studio che finora nessun laboratorio era riuscito a compiere, per mancanza di sistemi adeguati. Di cui ora invece disponiamo.

E quale sarebbe il sistema?

Il termine tecnico è liquid-liquid phase separation. Un fenomeno biologico che si riferisce ai componenti di proprietà simili che formano goccioline condensate internamente alle cellule.

Per intenderci, un po’ come quelle che si creano quando si mischiano acqua e olio. Ecco, noi riusciamo, in questo modo, a creare in provetta una protocellula (ovvero priva di membrana) e studiamo il funzionamento dell’enzima al suo interno.

Ci sono altre alternative, ma sono tutte più costose o complicate, pertanto meno adatte a isolare il comportamento dell’enzima e alla replicabilità dello studio.

Quali sono le applicazioni pratiche del tuo progetto di ricerca?

Il punto è che gli enzimi sono ampiamente usati in industria: dai biocarburanti ai medicinali. Ma spesso o sono troppo costosi, o sono poco efficienti.

Dunque, studiare l’efficienza di un enzima vuol dire studiare il miglioramento di diversi processi industriali. E noi in laboratorio osserviamo che, in diversi casi, l’attività di un enzima in cellula migliora.

Terminato il dottorato a Okinawa vorrei applicare questo sistema a un processo industriale – per esempio quello del biocarburante – in modo da abbassare i costi del prodotto e renderlo più competitivo.

Questo è il motivo per cui ho scelto di fare scienza: impattare positivamente, nel mio piccolo, sulla quotidianità.

Quale percorso hai fatto per arrivare al Phd?

Dopo una laurea triennale in biotecnologie generali e una specialistica in biotecnologie vegetali e ambientali presso l’Università degli Studi di Milano ho deciso di provare il dottorato.

In Italia fare ricerca non è semplice, mentre fare domanda presso l’Oist è stato molto veloce ed economico. Superata una prima selezione, l’università ti supporta pagandoti il volo e la sistemazione per una settimana presso il campus, così da poter terminare il processo di selezione.

È un’iniziativa molto apprezzata, che garantisce l’internazionalizzazione. Non a caso, la mia università è composta al 50% da studenti esteri.

Dal punto di vista dei numeri, il Giappone investe molto di più: non solo in macchine e laboratori, ma anche in persone. Le borse a disposizione per il dottorato sono fino a 40, in Italia non arrivano neanche alla decina.

Spero però in una crescita delle nostre università grazie al Pnrr, così da poter rientrare, almeno per un post-doc.

Un’ultima curiosità: come si vive a Okinawa?

Per un milanese, andare al mare dopo il lavoro è bellissimo. Okinawa è meravigliosa dal punto di vista naturale, con la barriera corallina che si trova a un metro dalla battigia.

Ma per quanto riguarda l’aspetto tecnologico è indietro rispetto al resto del Giappone: si paga spesso usando i contanti e i mezzi pubblici non sono particolarmente efficienti.

Veniamo da due culture molto diverse, i giapponesi sono molto gentili, ma manca il contatto fisico come lo intendiamo in Italia.

Per esempio, non si usa toccare sulla spalla il proprio interlocutore. Qui, in università ci formano con un corso per prevenire le molestie sessuali: all’inizio ero terrorizzato all’idea di sbagliare la comunicazione, ma poi ho scoperto che anche i giapponesi riconoscono la nostra italianità e, alla fine, è solo questione di tempo per imparare a conoscere e rispettare l’incontro tra le due culture.

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Francesca CutroneFrancesca Cutrone: laureata in lettere e comunicazione, credo che alla collettività spetti muovere proposte per un futuro migliore. Qui entra in gioco la passione dei giovani, da ispirare e accompagnare con il dialogo intergenerazionale | Linkedin
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