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Il vocabolario del cambiamento climatico: guida ai neologismi che raccontano l’impatto della crisi

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neologismi
Immagine di Dominic Wunderlich da Pixabay

Dall’impotenza che proviamo di fronte alle minacce del cambiamento climatico, fino alla serie interminabile di situazioni di crisi che sembrano ormai succedersi l’una all’altra: il mondo ci pone di fronte a sfide nuove e nel descrivere il nostro rapporto con questi scenari inediti ci mancano le parole. Letteralmente. Ecco allora una piccola guida dei neologismi che raccontano i cambiamenti climatici e le loro conseguenze su di noi.

Dare un nome alle cose è un atto importante, significa accettare che abbiano un riscontro nella realtà, conferire loro la possibilità di essere riconosciute, discusse, interiorizzate.

E d’altra parte, se si vuole davvero portare nella riflessione pubblica il dibattito su certe tematiche, avere a disposizione le parole giuste per riuscire nella comunicazione è un requisito fondamentale.

Lo abbiamo sperimentato bene durante la pandemia, quando d’un tratto il nostro lessico quotidiano si è ampliato in maniera repentina, quasi curiosa e termini come assembramento, congiunti, indice Rt o lockdown hanno fatto la loro comparsa nella lista delle parole di uso comune.

In maniera analoga, anche il fenomeno dei cambiamenti climatici e l’emergenza ambientale stanno creando, certamente in maniera più lenta e graduale rispetto all’eccezionalità della pandemia, un nuovo vocabolario ad hoc: servono parole che ci aiutino a raccontare una occorrenza nuova, a plasmare nei discorsi che facciamo una realtà percepita, che sentiamo la necessità di comunicare e che è giusto raggiunga una discussione su vari livelli affinché il problema possa essere fronteggiato.

E se già la sfera tecnica della questione ha trovato il suo lessico ed è riuscita a diffonderlo, solo più recentemente ci siamo accorti che è sfuggito finora a questo bisogno di traduzione tutto quel che ha a che fare con le manifestazioni più profonde che la crisi sta portando con sé.

I neologismi che definiscono il vocabolario dei cambiamenti climatici

Ci indigniamo di fronte a campagne di greenwashing, abbiamo ben presente di cosa parliamo quando ci riferiamo a gas serra, biodiversità ed economia circolare, ma come spiegare invece l’impatto – per esempio psicologico – che l’emergenza riflette su ognuno di noi?

Per rispondere a questa esigenza, abbiamo provato a raccogliere qui di seguito una piccola carrellata di neologismi che raccontano gli aspetti meno visibili dei cambiamenti climatici.

Eco-ansia

Di fronte alle notizie ricorrenti sugli effetti della crisi ambientale e alle proiezioni di quello che sarà il mondo fra qualche decennio, è facile lasciarsi prendere dallo sconforto.

Si tratta di un sentimento condiviso, piuttosto comune ormai, al punto che gli esperti hanno coniato un termine apposito.

Si definisce eco-ansia la profonda sensazione di angoscia e di paura che si sperimenta al pensiero ricorrente della crisi ambientale in atto e degli effetti del riscaldamento globale.

Generalmente si tratta di un quadro sub-clinico di inquietudine e ansia suscitate dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a una crisi senza precedenti, tuttavia può assumere connotazioni preoccupanti che richiedono l’intervento di professionisti quando il disagio diventa particolarmente invalidante per chi ne soffre.

A risentire del fenomeno non sono tutti allo stesso modo: com’è facile immaginare, i più interessati dall’ansia ambientale sono coloro che sperimentano in prima persona gli impatti climatici e coloro che hanno di più da perdere di fronte alle catastrofi ambientali. Sono, quindi, soprattutto i giovani a stare male per la crisi climatica.

Stando ai dati dell’organizzazione non-profit Force of Nature, oltre il 70% dei giovani si sente senza speranza di fronte alla crisi climatica, mentre circa il 56% è convinto perfino che l’umanità sia oramai condannata. Il sentimento prevalente tra i Millenial e la Generazione Z sembra essere quello di una profonda frustrazione, unita a un senso di impotenza nei confronti di una minaccia percepita come troppo più grande di loro.

Dati interessanti riguardano anche la diffusione dell’eco-ansia nel mondo: uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista The Lancet, condotto su 10.000 persone di età compresa tra i 16 e i 25 anni, ha rivelato che, mentre nelle Filippine il 92% degli intervistati ritiene che il futuro sia spaventoso, in Finlandia invece la percentuale si arresta al 56%, mettendo così in evidenza come nei Paesi più prostrati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici la speranza lasci il posto a un tremendo realismo.

Solastalgia

Coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht, il termine solastalgia deriva dall’unione di solace e nostalgia, letteralmente nostalgia del conforto. Con questo neologismo ci si riferisce al senso di malessere che ci invade quando l’ambiente circostante è stato violato, distrutto.

Albrecht stesso ha descritto la solastalgia come “un tipo di nostalgia di casa o malinconia che provi quando sei a casa e il tuo ambiente familiare sta cambiando intorno a te in modi che ritieni profondamente negativi“.

A ispirare il neologismo furono gli effetti deleteri dell’estrazione massiva del carbone sugli abitanti della Upper Hunter Valley, in Australia.

Hope fatigue

Legata in qualche misura al concetto di eco-ansia, ma dai confini più ampi è l’idea di hope fatigue, letteralmente la fatica ad avere speranza.

In un presente in cui sembra che le situazioni di crisi non facciano altro che succedersi l’una all’altra senza alcuna parentesi di sollievo, è davvero difficile rimanere speranzosi verso il futuro.

L’emergenza sanitaria prima, la guerra in Ucraina poi, e nel mentre la crisi ambientale con le sue conseguenze e le minacce future: di fronte a tutte queste situazioni su cui l’individuo non riesce ad avere controllo, si finisce per essere sovrastati dall’ansia ma al contempo per abbracciare l’immobilismo e la rassegnazione che le cose non possano in nessun caso andare meglio.

Tutto questo ci affatica e ci scoraggia a impegnarci per cambiare il futuro.

Kaitiakitanga

Preso in prestito dalla cultura Māori, il termine kaitiakitanga esprime il dovere morale dell’uomo di tutelare l’ambiente, muovendo dall’idea che l’umanità sia strettamente connessa e parte integrante della natura che la circonda.

In netto contrasto rispetto al concetto visto precedentemente, in questo caso l’invito è a impegnarsi nella gestione ambientale, a diventare kaitiaki (guardiani), abbracciando il ruolo che ciascuno di noi condivide in direzione di un futuro più sostenibile.

Avere le parole giuste per comunicare il nostro personale modo di rapportarci alla crisi non sarà forse risolutivo dell’emergenza climatica, ma certo è un passo importante per affrontarla: il fatto stesso di riconoscere le proprie attitudini in un concetto nuovo ci fa sentire meno soli, più compresi e ci dà consapevolezza.

Da qui si parte: attorno a un nuovo vocabolario possiamo ritrovarci e soprattutto possiamo trovare conforto per impegnarci al cambiamento senza farci sopraffare dalla paura del futuro.

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