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Oasi verdi nel grigio delle carceri

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verde in carcere
Immagine da Depositphotos

Rieducare, risocializzare, reinserire, garantire la sicurezza e il rispetto della legge all’interno di un istituto complesso, come può essere quello detentivo, significa anche diffondere la cultura che una seconda possibilità esiste.

Il 3° comma dell’articolo 27 della Costituzione italiana, recita che “la pena deve avere lo scopo principale della funzione rieducativa per il reinserimento sociale del detenuto”.

In Italia è molto elevata la percentuale dei detenuti che ritorna in carcere dopo aver scontato la pena, il che fa supporre che il reinserimento sia tutt’altro che certo e, soprattutto, fa riflettere su quanto sia difficile il reinserimento sociale.

Per formare i detenuti e offrire loro un’opportunità di reinserimento nel tessuto sociale, una volta scontata la pena, anche la realizzazione di uno spazio verde attrezzato all’interno delle case circondariali è importante.

L’importanza della cura del verde in ambito rieducativo

Piantare un albero e prendersene cura, diventa anche una festa, riconosciuta già con la legge forestale del 1923 e rappresenta un atto di speranza verso il futuro, come simbolo di crescita e libertà, come assunzione di responsabilità personale e impegno attivo, verso sé stessi e verso il mondo.

Il verde pubblico deve essere inteso e concepito come un bene dell’intera collettività, per il quale tutti possono impegnarsi, anche chi per un certo periodo vede il sole da dietro le sbarre e sono in molti.

Infatti, nonostante dall’inizio del secolo il vecchio continente sia l’unica macroregione al mondo a conoscere una riduzione della popolazione carceraria, in Italia si registra un aumento del 13% negli ultimi tre anni e si fa sempre più notare il problema del sovraffollamento carcerario.

Il World Prison Brief, il database dell’Institute For Crime and Justice Policy Research dell’Università di Londra, che fornisce informazioni sui sistemi penitenziari in tutto il mondo, ha infatti pubblicato la 12esima edizione del World Prison Population List, un rapporto che mostra l’ampiezza della popolazione carceraria nel mondo e le relative tendenze.

Secondo il rapporto, in tutto il mondo ci sono circa 10 milioni di persone detenute, considerando sia quelle in attesa di processo o in custodia cautelare, oppure già giudicate colpevoli e condannate.

Essenzialmente, la tendenza tra il 2015 e il 2018 rivela un andamento piuttosto positivo, tuttavia, un Paese spicca tra gli altri: l’Italia, con un aumento del sovraffollamento carcerario.

Ai numeri, va associato anche lo stare nelle carceri: dal deserto interiore che molti detenuti provano durante il loro periodo carcerario, può però risorgere la fenice, quella speranza di una nuova vita, che li può attendere fuori e che possono già sperimentare all’interno del carcere, adoperandosi tra il verde dei giardini e degli orti.

Noi di Greenlanner.i ci eravamo già occupati del polmone verde nel carcere di San Vittore, che ora è diventato realtà. Uno “spazio condiviso per riflettere sul senso delle proprie azioni e recuperare” come ci racconta Elena Grandi, assessora all’Ambiente e al verde del Comune di Milano, partecipando alla conferenza Il respiro del mondo: verde evasivo, organizzata da Enea, in collaborazione con l’Università di Padova, l’Università degli Studi della Tuscia e Lipu.

Due esempi virtuosi: Cascina Bollate e San Vittore

La cura di sé attraverso il verde, porta ad acquisire il senso di responsabilità anche verso il Pianeta: solo così anche il deserto interiore può diventare un giardino verde.

Cascina Bollate e il suo vivaio e il giardino condiviso di San Vittore sono due realtà italiane dove la presenza e la gestione delle piante hanno un ruolo fondamentale per l’integrazione, il recupero e il reinserimento nel mondo del lavoro delle persone destinate altrimenti all’esclusione.

Imparare dagli errori, il progetto di Cascina Bollate lancia un messaggio propositivo: “il giardino non è solo un luogo di pace e serenità. È anche un posto dove impari dai fallimenti. Sono i fallimenti che ti insegnano la pazienza, la costanza, la precisione e la cura necessaria in quello che fai.

Realtà, quelle carcerarie, dove gli spazi dedicati al verde sono spesso inesistenti e che invece si trasformano in una preziosa confort zone psico-fisica pro-attiva.

Il verde ha un grande supporto nelle relazioni interpersonali, un incontro fra realtà sociali e umane che altrimenti non si incontrerebbero, un verde che non solo migliora la qualità della vita, ma favorisce la socialità e lo scambio al di là dei pregiudizi.

Un mondo composto da professionisti preparati, associazioni, amministratori locali e volontari capaci di azioni sinergiche di cui beneficia la comunità carceraria.

I progetti di attività green tra le mura di detenzione nascono dalla sinergia fra l’amministrazione comunale, attivamente impegnata e sensibile verso le problematiche sociali e le direzioni dei centri penitenziari, nell’ambito dei programmi di recupero: percorsi che comprendono attività pratiche e laboratoriali, di orientamento, accompagnamento e reinserimento lavorativo in percorsi di legalità, per un recupero di dignità e prospettive sociali.

Una società civile che ha un approccio e uno sguardo diverso e dimostra, offrendo strumenti culturali e opportunità concrete di riscatto, che dare un senso alla pena si può e conviene a tutti: educare e migliorare sé stessi e il mondo circostante anche coltivando un giardino.

Il dovere civico di riconoscere una seconda opportunità per il reinserimento e la partecipazione attiva degli individui alla società può scaturire anche dalla pratica del verde, che può rappresentare il ponte tra la realtà detentiva e il mondo fuori.

Attività che insegnano la bellezza, la pazienza e la cura e che possono sfociare in opportunità di lavoro stimolanti nel momento in cui da quel contesto si è nelle condizioni di uscire.

Crediti immagine: Depositphotos

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