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Sos Biodiversità: le specie vegetali aliene invadono l’Italia

edera velonasa
Immagine da Depositphotos

Dall’edera velenosa alla Pianta dei pappagalli passando per la Ludwigia peploide: molte piante “cattive” stanno invadendo l’Italia. Ma c’è chi le combatte…

L’edera velenosa sta prendendo piede in Italia. Lo denunciano i botanici dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa che hanno scoperto un insediamento vicino a Firenze (finora nel nostro Paese c’erano state solo due segnalazioni storiche per il Trentino-Alto Adige risalenti al 1893 e al 1930, come specie occasionalmente sfuggita alla coltivazione).

Si tratta di una pianta fortemente tossica, che provoca dermatiti da contatto che, nel solo Nord America, colpiscono milioni di persone ogni anno.

È dunque importante che le amministrazioni e la popolazione locale siano consapevoli della pericolosità di questa specie, avvisano i ricercatori. Pericoli incombenti che i centri di ricerca italiani molto attivi in tema di biodiversità rilevano sempre più.

Il tema è comunque centrale in questi giorni a Montreal, in Canada, dove si spera in linee guida da adottare efficacemente a livello mondiale per salvaguardare la buona biodiversità e combattere le cattive pratiche che facilitano le invasioni aliene.

In tema, proprio oggi a Parma, si tiene la prsentazione del progetto Sos Biodiversità, condotto dell’Ente Parchi del Ducato di cui l’Ateneo di Parma è partner scientifico.

Obiettivo del progetto è mappare le specie vegetali invasive per aggiornare le informazioni sulla loro distribuzione all’interno di quattro aree fluviali della provincia di Parma.

Tra queste spicca la l’Ailanto (Ailanthus altissima), la Pianta dei pappagalli (Asclepias syriaca), il Luppolo giapponese (Humulus japonicus), la Porracchia a sei petali (Ludwigia hexapetala) e di Montevideo (Ludwigia peploides).

Previsto dal progetto anche il coinvolgimento di cittadine e cittadini, che posso capire come essere d’aiuto per la ricerca.

Per inquadrare la tematica delle specie invasive abbiamo chiesto a Rossano Bolpagni, ecologo vegetale dell’Università di Parma di darci una mano a capire meglio la situazione che tocca direttamente tutti noi.

Si definisce una specie aliena quando viene introdotta dall’uomo (accidentalmente o volontariamente) in un determinato luogo/habitat che non ricade all’interno della sua area di origine.

Spesso queste specie vengono rilasciate a grandissima distanza dai siti nativi, per esempio in un altro continente. In ragione della capacità di queste specie di mantenersi nel tempo e propagarsi nei nuovi luoghi di crescita e sviluppo, possono essere classificate come invasive.

luppolo giapponese
Immagine da Depositphotos

Quest’ultime, sono specie che sono riuscite ad adattarsi alle nuove condizioni in modo efficace determinando impatti significativi agli ecosistemi (inclusi quelli agricoli e urbani) e/o alle popolazioni umane.

Tra le specie aliene ve ne sono alcune che sono definite di rilevanza unionale, i cui effetti negativi sull’ambiente e la biodiversità in ambito europeo sono così gravi da richiedere un intervento concertato degli Stati membri dell’Unione europea.

A tale scopo è stato emanato uno specifico regolamento europeo nel 2014 (Regolamento Ue 1143/14). A seguito dell’emanazione di questo strumento legislativo, tutti gli stati membri, tra cui l’Italia, si sono progressivamente dotati di indirizzi nazionali, tra cui si può ricordare il Decreto Legislativo n. 230/17, che ha introdotto tutta una serie di divieti e obblighi di intervento.

Le specie su cui agire sono quelle inserite nella lista delle specie di rilevanza unionale, che è un elenco in continuo aggiornamento. È stata infatti adottata ufficialmente a luglio 2016 e già aggiornata nel 2017, 2019 e 2022. Attualmente si compone di 88 specie di cui 47 già presenti in Italia in ambiente naturale.

Tra gli ecosistemi maggiormente interessati dalla presenza e diffusione di specie aliene invasive vegetali di rilevanza unionale, ci sono gli ecosistemi urbani e gli ecosistemi acquatici e fluviali.

Non sono solo le specie unionali a preoccupare il mantenimento di biodiversità e funzionamento degli ecosistemi. In generale, le piante invasive sono numerosissime (almeno 30 in Regione Emilia-Romagna, dati aggiornati a dicembre 2022).

I loro principali effetti sono la semplificazione degli habitat e la perdita di biodiversità. Al di fuori dei loro range nativi, queste specie condividono peculiarità eco-fisiologiche e riproduttive che ne facilitano la dispersione e la diffusione facendole divenire in poco tempo dominanti, capaci quindi di sostituire le specie native.

Come intendete agire dopo la mappatura?

I dati che saranno raccolti nell’ambito del progetto Sos Biodiversità dei Parchi del Ducato (finanziato da fondazione Cariparma) serviranno per identificare le aree maggiormente interessate al fenomeno delle invasioni biologiche all’interno di 4 siti protetti in provincia di Parma, con particolare riferimento agli ecosistemi fluviali.

Aggiorneremo i dati distributivi di almeno 8 piante invasive (Ailanto, Poligono del Giappone/di Boemia, Zucca matta, Luppolo giapponese, Falso indaco, Pianta dei pappagalli, Porracchia a sei petali e di Montevideo) e queste informazioni guideranno le successive attività di contenimento e/o gestione.

Saranno, inoltre, rese disponibili a Regione Emilia-Romagna che a breve dovrà elaborare una propria Strategia per il controllo e gestione delle specie alloctone.

Speriamo che la provincia di Parma e il territorio dei Parchi del Ducato possa essere identificato come ambito pilota per attuare i primi interventi di gestione attiva delle specie invasive/unionali in Emilia-Romagna.

ailanto
Immagine da Depositphotos

Ci sono delle specie, invece, che sono state “delimitate” e ora non creano più pericoli?

Interventi sulle specie invasive se ne fanno da più di venti anni, a partire dal controllo della diffusione della Nutria (con esperienze già a partire dagli anni ’90), manca però una forte azione di coordinamento tra i territori impattati.

È difficile parlare di una vera e propria “delimitazione” di specie – sono, comunque, non poche le esperienze locali che hanno permesso l’eradicazione puntuale di specie invasive estremamente pericolose (un esempio su tutti il Panace di Mantegazza).

La definizione di una Strategia regionale (che tutte le regioni in Italia dovranno elaborare) dovrebbe migliorare l’efficacia degli interventi, offrendo anche la possibilità di costruire una rete di monitoraggio regionale per la verifica dell’incisività degli interventi e la possibilità di reindirizzarli sulla base degli effetti verificati.

Crediti immagine: Depositphotos

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