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Il recupero delle materie prime dai processi di scavo

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Il recupero delle materie prime dai processi di scavo

In un mondo dove il rispetto per il Pianeta è diventato uno degli aspetti predominanti, in ogni settore si cerca di prestare attenzione alle azioni che si compiono per far sì che non rimanga solo un concetto astratto.

La tutela dell’ambiente può essere raggiunta sia assumendo determinati comportamenti che impiegando strumenti in grado di renderla possibile.

Tra questi ci sono gli impianti utilizzati durante le attività di scavo ed edili, largamente impiegati in questi contesti per cercare di recuperare i materiali di scarto derivanti dai processi di lavorazione, definiti anche materia prima seconda.

Se opportunamente trattati per ridurne le impurità, permettono di ottenere un materiale praticamente identico a quello estratto, rispettando così l’ambiente ed evitando la messa in discarica di sostanze il cui smaltimento provocherebbe ulteriore inquinamento.

Materiali impuri: i fanghi

Tra i macchinari funzionali a massimizzare il recupero di materiali riutilizzabili, riducendo la quantità di rifiuti da destinare alle discariche, ci sono gli impianti per il trattamento di fanghi.

A essere processati possono essere per esempio i fanghi da trivellazione, funzionali per ottenere perforazioni di successo soprattutto in caso di scavi profondi e direzionali.

Due sono essenzialmente gli scopi di questi fanghi: lubrificare la punta dello scalpello di perforazione per scongiurarne il surriscaldamento e la conseguente rottura per l’attrito con la roccia, e portare in superficie i residui di terra e di pietra.

In alcuni casi possono essere aggiunti in fase operativa i fanghi bentonitici, a base acquosa e così chiamati per la forte presenza al loro interno di bentonite, un minerale composto da calcio e sodio che si trova soprattutto nei territori vulcanici.

In edilizia, oltre che come additivo dei fanghi di trivellazione, servono anzitutto per stabilizzare le pareti nelle opere di scavo. Questi fanghi contaminati, una volta sottoposti a specifici interventi, possono essere utilizzati in altri contesti d’applicazione.

Funzionamento impianti per il trattamento fanghi

Per giungere alle materie prime seconde si rende necessario un trattamento fanghi bentonitici, applicabile anche ad altre tipologie di fanghi.

In primo luogo, grazie all’ausilio di specifici impianti, si avrà un processo di alleggerimento del fango, dove sarà messa in atto la separazione solido/liquido in cui le particelle dalla granulometria maggiore come sabbia e ghiaia potranno essere recuperate e riutilizzate, in quanto divise dai materiali inerti più fini come limi e argille.

Le sostanze contaminate tendono a legarsi di più a queste ultime. I fanghi inquinati vengono condotti poi ai processi di depurazione e chiarificazione.

La separazione dell’acqua dal fango può avvenire mediante l’applicazione di una forza centrifuga, grazie al diverso peso specifico dei grani. L’acqua pulita può dunque essere reimpiegata in altri processi edili, mentre i fanghi con i contaminanti dovranno essere ancora disidratati per ridurne il volume e avviarli alla discarica.

Acque in esubero: dove finiscono?

Che si abbia a che fare con acque contenute nei fanghi da trattare o con acque reflue da smaltire, è chiaro che nel corso delle attività edili sia frequente la produzione di queste sostanze, che se non gestite correttamente possono inquinare in maniere grave le acque superficiali e sotterranee, provocando danni considerevoli all’ambiente e agli organismi che ci vivono.

Tutti questi fluidi contengono infatti agenti inquinanti fisici come materiali inerti, o chimici quali cementi o idrocarburi, che non vanno a intaccare solo le fonti d’acqua considerate pure, ma anche gli impianti in cui le acque luride vengono canalizzate, generando indesiderati depositi e malfunzionamenti dell’impianto di depurazione che le riceve.

Prima dello scarico è imprescindibile dunque un pretrattamento. In che cosa consiste? Nell’abbattimento delle sostanze non disciolte, nel filtraggio della sabbia e nell’abbattimento degli idrocarburi, oppure nella regolazione del ph.

Solo dopo questi passaggi sarà possibile procedere con lo scarico delle acque in esubero in superficie, nel suolo e sottosuolo o nella rete fognaria. Nel primo caso è necessario avere il benestare della Provincia prima di dare inizio ai lavori.

Obbligatoria l’autorizzazione anche nel caso di scarichi nel suolo o negli strati superficiali del sottosuolo, peraltro concessi solo in specifiche circostanze, come nel caso in cui l’onerosità, rispetto ai benefici ambientali conseguibili a recapitare in corpi idrici superficiali, risulti eccessiva.

Gli scarichi in pubblica fognatura invece sono sempre ammessi purché nel rispetto di quanto stabilito nel regolamento dell’ente gestore del servizio idrico integrato, in cui possono essere indicati precisi limiti di emissione.

Prevedere e programmare la gestione di tutti i materiali coinvolti nei lavori, prima ancora di installare il cantiere, consentirà di smaltirli o reimpiegarli in maniera corretta senza che le operazioni vadano a scapito dell’ecosistema.

Anche in settori come quelli legati alle attività di scavo o estrattive, considerati inquinanti e poco attenti alla tematica, è in corso un’inversione di tendenza: la Terra non viene più vista solo come un luogo da sfruttare, ma anche da preservare attraverso un corretto controllo dei materiali che se ne ricavano.

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