Home Agricoltura 4.0 Rispettare la biodiversità, nelle parole di Antonio Pascale, lo scrittore/ispettore

Rispettare la biodiversità, nelle parole di Antonio Pascale, lo scrittore/ispettore

Antonio Pascale
Immagine Wikimedia Commons

Concediamoci il lusso di parlare di biodiversità con un agronomo scrittore di bei libri, come La foglia di Fico. Riflessioni che conducono a una necessaria presa di coscienza di tutti noi…

Antonio Pascale è un personaggio poliedrico, ma con il pallino fisso della botanica: scrittore (di questo autore ho appena finito di leggere e apprezzare La foglia di Fico, Einaudi editore, pp. 296 – €20,00) e ispettore del Ministero dell’Agricoltura: quello che va per campi – lo racconta anche nel suo ultimo libro – a valutare i disastri causati dalla crisi climatica (la storia di come si è sviluppata la Xilella in Puglia è racconto amaro pungente).

Pascale è il tipo che una ne fa cento ne pensa: è sua (e di Maria Lodovica Gullino, fitopatologa con la quale Pascale “condivide una visione laica dell’agricoltura produttiva e innovativa“) anche l’idea di organizzare ColtivaTo, il Festival dell’Agricoltura che si terrà a Torino dal 31 marzo al 2 aprile 2023.

Ma greenplanner.it ha voluto dare la parola a questo agronomo/scrittore per avere contezza di come la biodiversità (tema della Cop15 appena conclusa con un pari patta, palla al centro sempre che si possa ancora in futuro giocare una partita) debba ormai essere raccontata, vissuta e salvaguardata da tutti noi.

Ecco la nostra chiacchierata virtuale che sa già di romanzo (e qualche parte è anche tratta dal suo ultimo libro), ovvero esperienze tra i campi di un’agricoltura italiana che va difesa in qualsiasi modo.

Partiamo da un dato di fatto: quanto secondo te gli italiani sanno a proposito di biodiversità e come dovremmo spiegarla loro?

Per spiegare la questione biodiversità temo occorra un ragionamento controintuitivo. Vuoi  diversificare? Sì, deve intensificare in alcuni luoghi. Produrre tanto su poca terra libera lo spazio restante per altri usi.

Per produrre tanto su poca terra è necessario tuttavia usare tecniche meno impattanti. Oggi l’obiettivo principale è ridurre l’intensità delle lavorazioni, magari omettendole completamente.

Tale riduzione fa risparmiare notevoli quantità di carburante e riduce moltissimo l’erosione del suolo. A sua volta ciò si ripercuote sulla remunerazione per l’agricoltore e il mantenimento della fertilità del terreno.

Per esempio, per le colture erbacee, si può seminare direttamente su terreno non lavorato con adeguate seminatrici (si chiama No tillage o Direct drilling, ma ha anche altri nomi) anche in presenza di residui colturali.

Purtroppo, la tecnica è complessa e vanno ristrutturati tanti aspetti gestionali, tra cui rotazioni, scelta del genotipo, concimazioni, controllo degli stress… Se non si agisce su tutto ciò contemporaneamente, la possibilità di successo si riduce molto.

E spesso gli agricoltori non sono in grado di gestire tutto. In altri casi non hanno la disponibilità della seminatrice. Insomma, per spiegare bene cos’è la biodiversità bisogna introdurre il difficile concetto di sostenibilità, dunque l’atteggiamento corretto sarebbe meno slogan più ragionamenti caso per caso.

Ma il paradosso è che senza uno slogan emotivo il ragionamento nemmeno si accende, figuriamoci quello tecnico e caso per caso…

Come il tuo mestiere (sia come ispettore del Mipaaf sia come divulgatore scientifico) ti ha insegnato quanto è importante rispettare la biodiversità?

Faccio una premessa. Il problema biodiversità va pari passo con quello della sostenibilità. Ma i due conetti sono tenuti insieme da un paradosso, irrisolvibile credo.

A meno che non si tenti di volta in volta di ragionare caso per caso e facendo attenzione sia a dettagli tecnici, sia tenendo sempre presente uno sguardo lungimirante. Due atteggiamenti tuttavia molto difficile da tenere a lungo.

Comunque, a maggio del 1990 mi trovavo per lavoro sulla costa calabrese, lato tirreno. Ero lì per controllare i danni prodotti da una calamità (è il mio lavoro ispettivo). Credo che fosse la mia seconda o terza missione ispettiva e insomma me ne stavo sulla costa ad aspettare un collega che doveva arrivare da lì a poco in macchina e portarmi sulla Sila.

Ricordo ancora il caldo e il mare, la luce bellissima. La brezza come un soffio diffondeva i fotoni, delicatamente e soavemente. Ma arriva il collega e l’incanto termina: noto la stonatura tra il mare, la luce bellissima, il caldo e il suo abbigliamento.

Vestiva con un maglione e indossava il cappello. Ho pensato di tutto sui calabresi: chiusi, arcigni, insensibili. Ma non sentite caldo, chiesi al collega, appena entrato in macchina. Lui nemmeno mi rispose.

Fatto sta che dopo svariate curve, cominciò a cambiare la luce e la temperatura. Dopo un tornante avvertii un brivido di freddo. Quando scesi su un pratone della Sila è come fossi sbarcato su un altro pianeta, c’era una sottile nebbia.

Invidiai il maglione e il cappello del mio collega: non era affatto chiuso e arcigno, conosceva bene il territorio. Italia: orografia speciale, un attimo e il microclima cambia. È una particolarità del nostro territorio: estremamente diversificato.

Nel gergo tecnico generalista a territori diversi corrispondono prodotti diversi. Difatti il nostro patrimonio gastronomico per lo meno non annoia. Abbiamo tanti (forse troppi e inutili) prodotti tipici.

Risorsa o limite? Che sia l’una o l’altra cosa, di certo non si può pensare di risolvere i problemi della nostra agricoltura con un solo specifico trattamento: la Cipolla di Tropea non salverà la nostra agricoltura, ma nemmeno si possono maltrattare specifici (e spesso ottimi) prodotti di nicchia (e i legami di comunità e sentimentali che formano).

Dall’altra parte, spesso si parla di agricoltura industriale (con disappunto) e di agricoltura locale (con grande enfasi), ma come in Italia sono poche le zone dove è possibile praticare una (indispensabile e sostenibile) agricoltura industriale e molte le zone dove è difficile praticare agricoltura tout court: questo è un problema (per costi, investimenti…).

Insomma, per salvare la biodiversità ci vuole un’agricoltura che funzioni e non solo le brochure illustrative dove vantiamo cento e più prodotti tipici. Qui inizia il paradosso.

Crisi climatica e perdita di biodiversità: quali legami e rischi associ?

Ecco, ancora, il paradosso. Non credo che possiamo affrontare la questione senza capire come siamo arrivati fin qui, cioè agli otto miliardi di persone. Il fatto è che siamo passati da Pinocchio a Masterchef quasi senza rendercene conto.

Cos’è Pinocchio se non il grande racconto della fame? Tutto l’orizzonte del romanzo mostra una situazione di profonda miseria, una fame popolare, diffusa e nera.

Cos’è invece Masterchef se non il grande racconto dell’abbondanza? Il cibo c’è, non è più sognato, desiderato: basta entrare nel supermercato sotto casa per provare l’ebrezza del paese dei balocchi.

Il paese di Pinocchio è durato 10 mila anni, mentre quello di Masterchef è giovanissimo. Come strumento di misura possiamo usare due parametri semplici, come la mortalità infantile e l’aspettativa di vita.

I due parametri sono rimasti costanti per 10 mia anni, Alta era la mortalità infantile nel neolitico e bassa l’aspettativa di vita, alta era la mortalità infantile e l’aspettativa di vita al principio del ‘900.

Ora la mortalità infantile tende a zero in quasi tutto il mondo (è ancora alta in una dozzina di paesi dell’Africa subsahariana). Insomma, per grandi numeri c’è benessere diffuso.

Tradotto significa che siamo in un mondo in cui 8 miliardi e fra poco 10 miliardi di cittadini, hanno la loro quota di benessere, un arco di pace che copre più generazioni, cibo in abbondanza, consumi, viaggi.

Un mondo dove l’aspettativa di vita è alta (semmai c’è un problema di invecchiamento della popolazione), la mortalità infantile ha cifre bassissime (tranne in alcune aree povere del Pianeta), la mortalità delle donne per parto è bassissima (tranne in alcuni Stati africani e in alcune regioni del pianeta molto povere), su otto miliardi di persone, gli affamati sono 800 milioni, riusciamo a produrre di più con meno risorse, viviamo in un’epoca di pace e le disuguaglianze solo alte all’interno di alcuni Stati, ma tra gli Stati sono più basse (segno forse di una distribuzione di ricchezza).

Ma c’è un ma! Queste cose costano. È il costo del paradosso che viviamo: abbiamo voluto un mondo migliore, dove i bambini non morissero più, ebbene, ora quei bambini sono cresciuti e impattano sul pianeta.

Il paradosso costa. Perché ci vuole energia per migliorare ancora le cose e allo stato attuale l’84% circa dell’energia che usiamo è ancora ricavata da fronti fossili e soprattutto costano perché le transizioni energetiche non sono velocissime.

La sensazione è che il benessere non porta riflessioni in tal senso, non aiuta cioè a guardare il problema su larga scala, ma provoca riflessioni su piccola scala e quindi, invece di analizzare ci sfoghiamo: siamo i distruttori del Pianeta, egoisti…

Problema, per salvare la biodiversità, che vogliamo fare? Abbassare il tasso di natalità al di sotto dell’indice di sostituzione (come in Italia) e quindi lentamente andarsene, smettere con la riproduzione?

Oppure vivere al meglio i nostri giorni, collaborando e aiutandoci, sostenendoci? Se ci consideriamo come un problema allora dobbiamo smettere di riprodurci.

Se siamo la soluzione, dobbiamo fare in modo di rendere più sostenibili le nostre scelte sapendo che queste comunque avranno un peso, un’impronta ecologica: la perfezione e la purezza non esistono, vivere significa imparare a morire (cioè, non credersi speciali) crescere significa accettare le responsabilità.

Cosa ci sta sfuggendo di mano rispetto alla bellezza della natura di cui un giorno ce ne pentiremo amaramente?

La riflessione su larga scala. Che poi non è una caratteristica comune, cioè non siamo portati a vedere lontano…

(Di questo e di tanto altro ancora – sono sicura – se ne riparlerà quindi a ColtivaTo, il nuovo Festival dell’Agricoltura di Torino. Ci vediamo lì).

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