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Biomedicina, fare ricerca tra l’Italia e l’estero

margherita protasoni

Per chi si affaccia al mondo dell’università o a quello del lavoro, il confronto con i percorsi formativi e le carriere di altri professionisti è indispensabile. Ne ha parlato Margherita Protasoni ai lettori di greenplanner.it, a cui ha descritto la sua esperienza di ricercatrice biomedica

Margherita Protasoni è una ricercatrice biomedica e attualmente lavora presso l’Istituto di Ricerca Biomedica di Barcellona, nel dipartimento di invecchiamento e metabolismo.

Dopo una laurea in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche al San Raffaele di Milano, un master in Neuroscienze Cliniche al University College of London e un dottorato in Scienze Mediche all’Università di Cambridge, Margherita si è specializzata in biologia mitocondriale nel contesto di diversi fenotipi patologici.

Biomedicina: ricerca e applicazioni

L’abbiamo incontrata per approfondire insieme a lei la professione del ricercatore biomedico e delle sue possibili applicazioni. Infatti, come la stessa Margherita ha precisato, si tratta di una scienza complessa che “risulta dall’insieme di diverse discipline“.

Ricercatrice presso l’Istituto di Ricerca Biomedica di Barcellona: su quale progetto sta attualmente lavorando?

Il mio laboratorio si occupa di due settori in particolare: invecchiamento cellulare e senescenza da un lato, riprogrammazione e ringiovanimento cellulare dall’altro.

Io lavoro in parte in entrambi, ma il mio progetto principale si focalizza sulla senescenza cellulare. La senescenza cellulare è un fenotipo particolare che può essere osservato in vari contesti, sia fisiologici che patologici.

Le cellule senescenti smettono di proliferare e vanno incontro a una serie di modifiche strutturali e funzionali che includono, tra le altre cose, alterazioni mitocondriali.

A livello patologico, questo processo avviene in seguito a una serie di stress e danni alle cellule (stress ossidativi, radiazioni Uv, chemioterapici, danni al dna…) e l’accumulo di cellule senescenti è tipico delle patologie associate all’invecchiamento (malattie cardiovascolari, tumori, neurodegenerazione, malattie polmonari croniche ostruttive, problemi muscoloscheletrici…).

A livello di ricerca medica, una delle strategie per migliorare o prevenire i sintomi di queste patologie è eliminare selettivamente queste cellule senescenti, senza creare tossicità per le altre cellule.

A oggi, alcuni senolitici (medicinali che eliminano le cellule senescenti) sono stati identificati, ma nessuno è ancora al livello di sviluppo per utilizzarli in clinica.

Il mio progetto si occupa di trovare nuovi target mitocondriali per eliminare le cellule senescenti in patologie legate all’invecchiamento.

L’obiettivo è quindi di identificare differenze a livello mitocondriale tra cellule proliferative e cellule senescenti, capire il meccanismo molecolare e i pathway legati a queste differenze, trovare un modo potenziale di agire su questi target farmacologicamente per uccidere le cellule senescenti ma non le altre.

Nello specifico, io mi occupo dello studio della biologia/biochimica in vitro e in vivo (modelli murini), non di creare i farmaci, né di testarli per uso clinico.

laboratorio ricerca

Fare ricerca all’estero è stata una scelta obbligata? Ci sono più possibilità nel suo campo, rispetto all’Italia? 

Si e no. È possibile restare in Italia, ci sono validissimi scienziati che sono sempre stati in Italia sia a studiare che a lavorare e producono lavori eccellenti, come ci sono centri di ricerca italiani di alto livello.

Comparata ad altri Paesi europei (per esempio Regno Unito, Germania, Olanda e alcuni paesi scandinavi), però, l’Italia ha tendenzialmente meno soldi, meno centri e meno risorse.

Questo significa che andare all’estero, statisticamente, aumenta le tue possibilità di apprendimento, networking e accesso a fondi e istituti specializzati.

Senza contare che, qualunque sia il tuo Paese d’origine, in questo settore è largamente consigliato fare esperienze all’estero, conoscere ambienti e persone diverse e apprendere tecniche e approcci diversi, per diventare uno scienziato più completo e uscire dal potenziale provincialismo del tuo istituto di origine.

Per quanto riguarda la vita e lo sviluppo personale fuori dal lab, inoltre, consiglierei a chiunque di vivere qualche anno in Paesi diversi, sono esperienze che arricchiscono incredibilmente.

ricercatrice biomedicina - margherita protasoni

Cosa consiglia ai ragazzi incuriositi e interessati al suo percorso? 

Andiamo per gradi. Prima di decidere a quale università iscriversi, sarebbe meglio cercare di capire se c’è dell’interesse effettivo per gli argomenti e il tipo di lavoro.

Se possibile, partecipare a open day, eventi, o programmi che certi licei organizzano e che permettano loro di mettere piede in laboratorio.

Qui a Barcellona, per esempio, abbiamo un programma per ragazzi (16/17 anni) che passano con noi almeno 5 sabati nel corso dell’anno a fare esperimenti (si chiama Crazy about Biomedicine).

Pur essendo organizzato a misura di liceale, può dare un’idea della quotidianità di chi fa ricerca. In generale, approfittare del fatto che la maggior parte delle università/centri di ricerca accademica hanno programmi interessanti di public engagement, situazioni in cui i ricercatori si mettono a disposizione del pubblico per parlare, mostrare alcuni esperimenti o risultati, o raccontare aspetti del loro lavoro a un livello di divulgazione per ogni tipo di pubblico.

Una volta deciso di voler fare ricerca biomedica, come scegliere la facoltà universitaria? Partiamo dal fatto che molte facoltà scientifiche permettono di finire a fare ricerca.

Le più ovvie per lavorare in un wet lab sono biotecnologie mediche e/o farmaceutiche, medicina, biologia/biochimica o affini, e chimica.

La ricerca medica, comunque, deriva da un insieme di skill e conoscenze diverse e i laboratori migliori hanno gente esperta in vari settori.

Per questo motivo stanno diventando sempre più importanti i bioinformatici e computer scientist e in certi contesti più tecnologici fisici, matematici e ingegneri. Infine, per tornare sull’argomento di prima, non aver paura di guardare all’estero sin dalla laurea triennale.

Per chi è interessato agli argomenti ma è in dubbio sulla professione di ricercatore, invece, consiglierei di informarsi su tutte le varie carriere che possono derivare da un percorso di studi in biologia, biotecnologie, biochimica, chimica.

Così da capire che il loro interesse in queste materie può portare in varie direzioni diverse, oltre alla ricerca pura.

Potrebbe dar loro idee nuove, tra cui comunicazione scientifica e divulgazione, editoria, consulenza, data analysis, insegnamento, gestione di progetti di ricerca per aziende o di clinical trial, business e gestione brevetti.

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Francesca CutroneFrancesca Cutrone: laureata in lettere e comunicazione, credo che alla collettività spetti muovere proposte per un futuro migliore. Qui entra in gioco la passione dei giovani, da ispirare e accompagnare con il dialogo intergenerazionale | Linkedin
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