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Green Jobs, anche con una laurea umanistica

regione lombardia
Immagine da Depositphotos

Per svolgere un green job non servono solo lauree scientifiche. Anche gli studi umanistici possono fare la loro parte. A essere indispensabile è solo una caratteristica: l’interdisciplinarità. E così, anche dai classici si può imparare in materia di sostenibilità. Ne abbiamo parlato insieme a Eugenio Amato, che lavora come consulente per lo Sviluppo Ambientale in Regione Lombardia

Il percorso di Eugenio Amato, classe 1994, è interessante perché apre nuove prospettive per coloro che hanno deciso di intraprendere un percorso di studi umanistici, con la paura di non poter applicare le proprie competenze nel mercato del lavoro.

Laureato in Lettere classiche per passione, Eugenio ha conseguito un master improntato alle tematiche della sostenibilità con l’idea di svolgere una professione dagli evidenti risvolti sociali: perché prendersi cura dell’ambiente vuol dire preoccuparsi anche delle persone che lo abitano.

Sulla base della sua esperienza, qual è la relazione tra studi umanistici e green jobs?

Gli studi umanistici aiutano a identificare le matrici culturali alla base delle nostre abitudini e credenze. L’idea di un tempo lineare è un portato dell’ebraismo, che si è sposata bene con un impero romano fatto per espandersi all’infinito, così come l’economia moderna. Sappiamo che fine ha fatto il primo, sulla seconda possiamo ancora agire.

Dopo la laurea triennale ho proseguito con la magistrale, ma con una voglia crescente di interagire con persone vive più che studiarne di sepolte. Ho scritto una tesi sulle possibili innovazioni nella didattica delle lingue classiche. Questo mi ha portato poi a uno stage in una startup che crea corsi digitali, di lingue e altro.

Avevo già preso in considerazione un master sulla sostenibilità, ma quando ho ricevuto l’incarico di creare un corso sul problema della plastica usa e getta e ho approfondito questo tema, ho sentito scattare qualcosa dentro di me.

Non è stata tanto la consapevolezza a farmi decidere, perché come tutti sapevo da tempo di questo e di molti altri problemi legati all’ambiente. È stata la sensazione che ci fosse una battaglia giusta e che avrei potuto partecipare al più grande lavoro di gruppo della storia (finora) insieme a tutta la mia generazione: aggiustare il mondo.

Il mio percorso è una prova che si può arrivare alla sostenibilità da strade molto diverse. Al lato tecnico-scientifico si affiancano quello pratico e quello culturale e la vera cifra distintiva è l’interdisciplinarità.

Ragionare per compartimenti stagni non è solo inadeguato alle sfide del presente, ma anche contrario alla complessità delle persone. L’offerta formativa, poi, è in aumento soprattutto a Milano.

La Città Metropolitana ha creato un portale che aiuta a trovare i percorsi di studi orientati alla sostenibilità: SOS-School of sustainability. È un buon punto di partenza per chi è in fase di orientamento.

eugenio amato

Dallo studio al lavoro. Attualmente lavora in Regione Lombardia come consulente, di cosa si occupa?

Lavoro a stretto contatto con la Direzione Generale Ambiente e Clima – l’equivalente del Ministero dell’Ambiente all’interno di Regione. È qui che risiede la competenza relativa allo sviluppo sostenibile, che si realizza attraverso una serie di strumenti.

I filoni di lavoro principali sono tre: programmazione, coinvolgimento e comunicazione. Con programmazione si intende l’attività che porta alla definizione di politiche da parte della Regione. Il mio ruolo consiste nel dialogare con referenti di tutte le Direzioni Generali e con gli stakeholder che partecipano ai tavoli dedicati, per poi recepire i loro contributi nella Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile.

Questo documento rappresenta la declinazione di Agenda 2030 in Lombardia e individua circa cento obiettivi considerati strategici per riuscire nella transizione verso un assetto sostenibile del sistema socioeconomico lombardo.

Negli ultimi due anni ho partecipato all’elaborazione di un sistema di monitoraggio che, attraverso circa 200 indicatori, permette di valutare i progressi verso questi obiettivi.

Questo ha permesso di definire 70 target quantitativi che Regione Lombardia si impegna a raggiungere in un tempo definito. Il senso della strategia è quello di costruire una visione interdisciplinare e coerente per lo sviluppo della regione, confrontando i grandi temi globali con le caratteristiche e le risorse locali e sottolineare le interdipendenze tra obiettivi di settori diversi.

La Strategia non ha solo valore consultivo, poiché dal prossimo anno costituirà il documento di riferimento per la Valutazione ambientale strategica di ogni nuovo piano e programma regionale, diventando così vincolante per la programmazione.

L’opportunità che trovo più preziosa è però quella del dialogo: funzionari esperti nel proprio campo si prendono il tempo per spiegare la propria visione di futuro, far emergere problemi e opportunità e si allenano a lavorare in modo collaborativo più che competitivo.

Il dialogo è l’obiettivo anche delle attività di coinvolgimento. Regione Lombaria ha istituito un Osservatorio sull’economia circolare e la transizione energetica che comprende tavoli tecnici su tutti i temi materiali della transizione ecologica.

A questo si affianca il Protocollo per lo sviluppo sostenibile, una dichiarazione di impegno che qualsiasi ente, associazione e impresa può sottoscrivere, entrando così a far parte di una rete di soggetti con cui la regione si confronta in modo diretto.

Ogni anno, poi, si tiene il Forum per lo sviluppo sostenibile, che dà spazio alle realtà del territorio per raccontare il loro percorso.

Dal suo punto di vista, quali sono le difficoltà che riscontra Regione Lombardia nella definizione degli obiettivi di sviluppo sostenibile? 

Si tratta di un percorso complesso. Regione Lombardia sa essere molto efficiente quando si impegna per un obiettivo e in questo momento dispone di risorse superiori alla norma per via del Pnrr e di Piano Lombardia (la sua versione locale).

Trovo che ora la sfida principale sia compiere un salto di qualità: da un lato, fare della collaborazione interdisciplinare il metodo di lavoro principale, dall’altro adottare una pratica della sostenibilità che definirei attiva.

Non limitarsi, cioè, a verificare che attività già previste rispettino il principio Dnsh (Do no significant harm), ma pensare ogni iniziativa come leva per realizzare una visione più ampia di cambiamento sistemico, con la consapevolezza che non si tratta di una scelta etica ma di sopravvivenza, anche nel senso più strettamente economico.

Le imprese lombarde, infatti, si ritroveranno presto fuori dal mercato europeo se non affrontano seriamente la domanda se il proprio core business è compatibile o meno con la visione di sviluppo sostenibile espressa dall’Ue.

D’altra parte, questo problema economico non può essere visto come scorrelato da tutti gli altri aspetti dello sviluppo e quindi da un nuovo modo di rendicontare il valore.

Un esempio: la competitività di un investimento nella cultura o nella salvaguardia dell’ambiente cambia molto se si rende conto dell’impatto positivo sulla qualità della vita, l’aumento dell’attrattività del luogo, il risparmio sulla spesa sanitaria futura.

Questa consapevolezza è già diffusa all’interno della Regione, ma sta ancora trovando la sua applicazione concreta. Ci sono comunque importanti passi avanti: il sistema di monitoraggio che ha approvato contempla quattro volte più indicatori rispetto ai 55 resi obbligatori dal Ministero.

Alla luce del suo percorso e della passione che lo muove, come vede il suo futuro lavorativo?

Sono cresciuto con il privilegio di poter studiare per passione prima che per senso di dovere o per convenienza. Ora che mi affaccio al mondo del lavoro, sento come priorità l’occuparmi di qualcosa in cui credo, come molti miei coetanei.

Lavorare per un governo mi ha permesso di conoscere meglio i confini di ciò che possono fare le istituzioni, specialmente quando si tratta di innovare un sistema complesso in modo capillare.

Perciò credo che sia molto importante unire gli sforzi di chi lavora per un mondo sostenibile in ogni settore, dalla consulenza alle imprese alla legislazione, dall’istruzione alla comunicazione, dall’agricoltura al turismo.

Il mio sogno è partecipare a una rete globale e policentrica in cui competenze e creatività possano esprimersi nel costruire questo mondo nuovo.

Crediti immagine: Depositphotos

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Francesca CutroneFrancesca Cutrone: laureata in lettere e comunicazione, credo che alla collettività spetti muovere proposte per un futuro migliore. Qui entra in gioco la passione dei giovani, da ispirare e accompagnare con il dialogo intergenerazionale | Linkedin
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