Leggiamo il Capitalismo carnivoro, testo di Francesca Grazioli che ci porta ad aprire gli occhi su come questo sistema industriale, che utilizza il 70% delle terre agricole coltivabili del Pianeta esclusivamente per lo sfruttamento animale, abbia reso la carne una delle principali cause di conflitto internazionale.
Nel 1798 l’economista inglese Thomas Malthus, partendo da uno studio sulle colonie inglesi del New England, pubblicò il volume Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui illustrava un drammatico principio: dato un certo territorio, la popolazione cresce, negli anni, in maniera esponenziale, mentre le risorse agricole disponibili per il sostentamento crescono in modo lineare e quindi più lentamente rispetto alla crescita della popolazione.
Questa considerazione genera ricadute significative sul settore agricolo, dal momento che l’incremento demografico spingerebbe a coltivare terreni sempre meno fertili, con conseguente riduzione della produttività e impatto su prezzi e reddito.
Malthus non aveva fatto i conti con il progresso tecnologico, soprattutto in campo agroalimentare. E, potremmo aggiungere, con il ruolo che le proteine di origine animale hanno assunto nel corso degli anni nelle nostre comunità.
La lettura del libro Capitalismo carnivoro, scritto da Francesca Grazioli (Il Saggiatore, pp. 208, 19€).
Questa esperta di cambiamento climatico e di sicurezza alimentare presso il Centro di Ricerca Biodiversity International illustra nelle pagine del libro come le abitudini alimentari, oltre a collocare l’individuo all’interno di un contesto sociale ben definito, hanno influenzato le pratiche dell’agricoltura e dell’allevamento in una logica di sviluppo industriale.
Dalle galline ai maiali fino ai salmoni: la pratica degli allevamenti intensivi, il perfezionamento della catena del freddo, l’invenzione di pietanze come gli hamburger hanno moltiplicato le possibilità di portare sulle nostre tavole la carne ogni giorno, contribuendo così a un concetto di benessere che va ben oltre il fabbisogno giornaliero di calorie necessarie per la sopravvivenza dell’individuo.
Ogni giorno negli Stati Uniti vengono mangiati 22 milioni di polli; ma a che prezzo? Gli allevamenti intensivi hanno richiesto, negli anni, investimenti importanti nell’acquisto degli animali e nella costruzione dei capannoni.
Per ottenere un ritorno dagli investimenti effettuati impiegando questi ingenti somme di capitale il mercato si è trasformato in un oligopolio dove pochi player dettano legge, con le ricadute tipiche dei settori in cui mancano dinamiche concorrenziali (presenza di una mano invisibile che guida i prezzi verso un punto di equilibrio, valorizzazione degli aspetti qualitativi, assenza di barriere all’entrata, criteri di scelta libera da parte del consumatore in base al sistema delle preferenze).
L’alterazione delle dinamiche di mercato non è l’unica conseguenza di questo fenomeno. Le prassi in atto negli allevamenti intensivi, finalizzati a una logica di profitto, generano impatti considerevoli sull’ambiente.
Già nel lontano 2006 un rapporto pubblicato dalla Fao spiegava come gli allevamenti animali fossero capaci di emettere un quantitativo di anidride carbonica più elevato di tutta l’industria dei trasporti.
Inoltre, per nutrire gli animali destinati alle nostre tavole le scelte compiute in campo agricolo si sono spinte verso una modalità di coltivazione dei terreni orientata alla monocoltura (tipicamente mais e soia, in grado di produrre con rese elevate), con conseguenti opere di deforestazione, perdita di biodiversità, eccessivo consumo di risorse idriche ed erosione del suolo; al settore agricolo viene infatti imputato più del 23% delle emissioni di gas serra.
Nella logica di interconnessione tra i diversi sistemi non bisogna dimenticare gli aspetti sociali che, in questo caso, possono essere identificati nelle dinamiche con cui i piccoli agricoltori e le comunità rurali si trovano stritolati dalla forza e dalle scelte orientate alla logica del profitto e del contenimento dei costi operate dai grandi produttori.
Oltre a un effetto di straniamento, dovuto al cambiamento radicale di pratiche agricole applicate, con certi risultati, da millenni, a favore di tecnologie fruttifere nel breve periodo ma con dubbie conseguenze nel lungo periodo, pure le ricadute economiche in termini di abitudini alimentari hanno un loro peso: sono infatti le classi di reddito più basse a registrare un consumo più alto di proteine animali, spesso in forma di alimenti processati e ricchi di sale e conservanti, con ripercussioni sulla salute.
E allora dovremmo smettere di comprare carne e votarci a una dieta completamente vegetariana o arricchita da alimenti pseudo animali generati da molecole di laboratorio, per limitare i danni all’ambiente, alle società rurali e ai meccanismi di auto regolamentazione del mercato?
L’autrice lo esprime chiaramente: anche se, rinunciando a un solo pasto a base di carne sembra che sia possibile risparmiare l’energia per caricare il nostro telefono per due anni, non è questo il nodo della questione.
“C’è una moltitudine di approcci in cui ognuno può contribuire come meglio crede e può, alcuni nella direzione del consumo, altri nell’attivismo politico, altri ancora nell’esercizio di una maggiore compassione, altri nella protesta o nell’entrata nei salotti politici” scrive l’autrice nelle conclusioni.
E allora a noi, consumatori consapevoli, resta l’impegno morale di esercitare il nostro pensiero critico per scegliere come orientare le nostre abitudini di consumo in modo consapevole.
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Chiara Guizzetti: laureata in economia, lavora come consulente e formatore in ambito sistemi di controllo interno, compliance e gestione dei rischi e come coach in ambito life e business coach. Crede nella Sostenibilità come modello imprenditoriale e come generatore di valori condivisi all'interno di un gruppo. Curiosa per natura, nel tempo libero le piace leggere, correre all'aria aperta, praticare pilates e dedicarsi alla degustazione di vini | Linkedin













