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Porti e banchine: pedine importanti delle comunità energetiche

adolfo palombo

Le Comunità energetiche rinnovabili potrebbero diventare un’opportunità per la decarbonizzazione dei porti e per il loro sviluppo economico, con la creazione di nuovi posti di lavoro. Ne parliamo con Adolfo Palombo, Università di Napoli.

I porti avranno un ruolo cruciale nella produzione di energia verde attraverso le energie rinnovabili a sostegno delle esigenze energetiche sia dell’area portuale che del retroporto.

I porti del futuro potranno essere dei moderni hub energetici, in cui i combustibili saranno non solo movimentati e stoccati (per esempio gas naturale liquefatto), ma anche prodotti in modalità verde (biometano, biodiesel, idrogeno verde…) per una mobilità marina e terrestre sostenibile e condivisa.

È molto ottimista Adolfo Palombo, professore di fisica tecnica industriale, dipartimento ingegneria dell’UNiversità Federico II Napoli. Lo stesso che ha dato vita a un corso magistrale in lingua inglese affinchè si prepari una figura necessaria per questa transizione ecologica.

Lo incontriamo a Castel dell’Ovo nella sua città natale per approfondire, in un incontro organizzato dall’Unesco con il supporto di E.On, il futuro dei porti.

Forse un giorno i porti potranno essere un punto importante delle Comunità energetiche rinnovabili, giusto professor Palombo?

Il Decreto Aiuti convertito in legge nel mese di luglio 2022 (D.L. n. 50/2022) introduce la possibilità per cittadini, imprese ed enti pubblici, quindi anche per l’Autorità di Sistema Portuale (Adsp), di costituire una o più comunità energetiche rinnovabili (Cer, Direttiva Ue 2018/2001, Red II), facilitando la transizione verso l’utilizzo delle fonti rinnovabili anche all’interno delle aree portuali fortemente energivore.

Nei porti e nelle aree retroportuali è, quindi, possibile installare impianti energetici da fonte rinnovabile e accedere agli incentivi per impianti di potenza anche superiore a 1 Mw, costituendo una o più Cer ai sensi del D.Lgs. 199/2021.

L’obiettivo del legislatore è promuovere lo sviluppo delle energie verdi al fine di ridurre l’impatto energetico, economico e ambientale che tali aree – energivore e inquinanti, seppur cruciali allo sviluppo del Paese – hanno sulla collettività e sull’ecosistema locale.

Le Cer possono essere definite come nuovi modelli di autoconsumo collettivo in cui i prosumer di energia (quali comunità locali, imprese e cittadini) possono produrre, condividere e consumare energia elettrica derivante da impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Gli operatori portuali (imprese e compagnie portuali, armatori, trasportatori, agenzie e servizi tecnico nautici, Guardia Costiera…) nonché altri attori potranno, quindi, costituire o partecipare in forma societaria alle Cer, contribuendo alla transizione ecologica e alla resilienza energetica del Paese attraverso la decarbonizzazione dei porti e del sistema energetico nazionale.

L’obiettivo minimo è quantomeno l’autonomia energetica dei sistemi terrestri, considerando che per le navi in transito le richieste energetiche possono essere molto consistenti (la futura fornitura elettrica attraverso le banchine richiederà quasi sempre un’integrazione attraverso la rete elettrica nazionale).

Quali sono le energie rinnovabili che secondo lei possono essere al meglio installate presso i porti in ottica Cer?

Penso in primis alle biomasse di varia provenienza in transito nei porti che potranno essere sfruttate per la produzione di biogas e, quindi, biometano che a sua volta potrà essere direttamente commercializzato o utilizzato per l’extra-produzione elettrica, termica e frigorifera in situ.

Per la transizione energetica dei porti in ottica Cer, gli impianti energetici per la produzione elettrica da fonte rinnovabile – di proprietà privata o pubblica – potranno essere collocati sia a terra all’interno dell’area portuale che in vicini tratti di mare, si pensi per esempio al fotovoltaico (anche galleggiante), a impianti eolici (anche nearshore), a impianti alimentati da biomasse, a tecnologie per lo sfruttamento di maree/correnti/moto ondoso.

Queste ultime – le rinnovabili dal mare – sono in effetti una novità rispetto ai tradizionali impianti da fonte rinnovabile terrestri. Se ne distinguono oggi differenti tecnologie, alcune ancora in fase pre-commerciale.

Tralasciando casi particolari di porti caratterizzati da disponibilità di significative correnti marine in tratti di mare limitrofi esterni o di vaste aree per lo sfruttamento delle maree, risultano di interesse le tecnologie per l’utilizzo del moto ondoso da implementare sulle dighe foranee dei porti o negli specchi d’acqua antistanti.

Nel primo caso (shoreline) ricadono:

  • i sistemi a turbina (idraulica o in aria, nella prima eventualità mossa direttamente dall’acqua di mare movimentata dalle onde, nella seconda da aria movimentata dall’effetto pistone prodotto dal moto ondoso in appositi condotti parzialmente sommersi). Tutti questi sistemi sono ovviamente accoppiati a un generatore elettrico
  • gli elementi galleggianti (installati in condotti verticali implementati sulle scogliere) che mossi dalle onde marine producono un moto oscillatorio per la generazione elettrica

I sistemi in mare nearshore sono invece boe (di superficie o immerse) oppure piattaforme o pontoni galleggianti, in ogni caso ancorati al fondo, che grazie al moto ondoso movimentano, direttamente o attraverso il flusso di opportuni fluidi di lavoro, generatori elettrici

L’energia prodotta potrà essere direttamente utilizzata per soddisfare le richieste energetiche di differenti operatori, ceduta in rete o opportunamente accumulata, oppure anche utilizzata per la produzione di idrogeno o ammoniaca verde.

Cosa blocca, nel caso, lo sviluppo a breve delle Comunità energetiche rinnovabili in un porto?

Molto probabilmente, oltre alle incertezze iniziali e alla resistenza al cambiamento – sia delle aziende private che pubbliche operanti nei porti – le barriere allo sviluppo nel breve periodo delle Cer portuali saranno rappresentate dai costi iniziali delle tecnologie, dai vincoli di sostenibilità economica (anche previsti nei bandi di gara), dalla mancanza di regole attuative, da rallentamenti riguardanti il meccanismo di incentivazione, nonché da ritardi burocratici relativi all’iter autorizzativo.

Tali aspetti minano, in linea generale, la certezza della redditività del capitale e allungano i tempi di recupero dello stesso, con impatto negativo sulla percezione, a breve termine, della fattibilità economica degli interventi.

Un altro potenziale problema è legato alla spesso ridotta disponibilità di spazi – all’interno dei porti o nelle aree immediatamente circostanti – per ospitare gli impianti energetici da fonte rinnovabile e i relativi ausiliari.

Per i porti nelle città, un altro possibile ostacolo potrebbero essere alcuni vincoli di carattere architettonico e paesaggistico a cui sono soggette le aree potenzialmente interessate all’installazione dei sistemi energetici green.

Successivamente, se superati gli attriti di primo distacco, le Comunità energetiche rinnovabili potrebbero diventare un’opportunità sia per la decarbonizzazione dei porti che per lo sviluppo, anche nell’indotto di questi ultimi, di nuovi posti di lavoro.

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