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La moda non si indossa (più) per davvero. Lo sanno le aziende del fashion

moda cyber ai metaverso
Immagine da Depositphotos

Le potenzialità dei sistemi di intelligenza artificiale applicati al settore della moda sono affascinanti e molto allettanti. Speriamo solo che l’attenzione alla cybersecurity si mantenga alta almeno la metà del successo che l’Ai sta acquistando.

Ian Rogers, ex chief experience officer di Lvmh è stato chiaro: “il Metaverso è la nuova fase di Internet, in cui quest’ultimo si libera finalmente dai limiti che lo distinguevano dalla vita reale”.

In questo contesto due sono i messaggi a cui, a nostro avviso, è bene dedicare massima attenzione. Il primo, quello di cui si parla di più, talvolta con un po’ di apprensione, spesso con perplessità.

La moda non si indossa (più) per davvero: la si espone in contesti in cui il nostro avatar agisce con sembianze che appagano il nostro ego, più o meno stabilmente. Questa tendenza si sviluppa naturalmente di pari passo a fenomeni come i giochi elettronici e lo smart working, per citare due contesti ben noti ma può riguardare un’infinita lista di possibilità come suggerisce la pubblicità del Metaverso, quella che per intenderci parla di dinosauri e antichi romani. E tutto ciò è già oggetto di business naturalmente.

Altro lato, i tradizionali processi ideativi e produttivi devono ridurre, ove possibile, la componente materiale e i relativi costi di trasformazione. In altre parole perché fare, se posso simulare? Ne guadagna il budget aziendale e ci guadagna l’ambiente, anche se immateriale non vuol dire gratis.

Esperienze e case history non mancano. Già nel 2015 la stilista newyorkese Rebecca Minkoff attraverso un paio di Google Cardboard  aveva dato la possibilità ai suoi clienti di essere virtualmente presenti a un’autentica sfilata di moda e di osservare i capi di abbigliamento in 3D a 360 gradi.

Tommy Hilfiger nei suoi negozi consente ai clienti di utilizzare il Samsung GearVR per vivere un’esperienza immersiva: indossando il visore è possibile vedere sia la passerella che le diverse aree del backstage durante le sfilate di moda.

E naturalmente ci sono Balenciaga che già nel 2020 con Dimension Studio ha vestito i protagonisti del gioco Afterworld e Gucci, quest’ultimo ha fatto parlare di sè per la linea di scarpe virtuali vendute a 12 dollari a paio.

Dopo molti investimenti nelle Virtual Experience il brand nel 2021, in occasione del suo centenario, ha messo all’asta da Christie’s l’artwork Aria Nft. Ha inoltre realizzato il giardino virtuale di Gucci con una serie di accessori digitali in edizione limitata acquistabili tramite Robux, la valuta ufficiale della piattaforma.

La cronaca ci informa che in questo contesto la Gucci Dionysus Bag è stata venduta a un valore medio di 134.257 Robux, pari a 1.578 dollari. Praticamente come una vera borsa. Nel 2022, in collaborazione con Superplastic, leader mondiale nella realizzazione di personaggi animati e articoli digitali, Gucci ha lanciato Supergucci, una serie ultralimitata di Nft.

Louis Vuitton in collaborazione con Beeple ha invece lanciato un videogioco con Nft collezionabili, The Game, che consente ai giocatori di personalizzare il proprio avatar chiamato Vivienne e collezionare cartoline sui 200 anni di storia della casa di moda.

L’iniziativa ha lo scopo di avvicinare aree di consumatori di nuova generazione al brand e fidelizzarli. Intanto piattaforme di Cyberfashion crescono e propongono soluzioni sempre più improbabili, come Tribute Brand che tra le varie proposte fashion lancia anche corredini per cani da indossare nel metaverso.

E poi ci sono tutte le potenzialità della prova di abiti e accessori (sempre digitale) prima dell’acquisto, pratica che ha il vantaggio di avvicinare il consumatore a una gamma di opzioni ben più ampia di quella che troverebbe nel negozio fisico e di focalizzare meglio l’acquisto riducendo i resi.

Naturalmente il digitale vale anche per l’arredamento: Pinterest, Ikea e Westwing hanno realizzato applicazioni con le quali il consumatore è in grado di vedere se il prodotto d’arredo a cui è interessato si integra bene nel contesto di riferimento.

Se fatichiamo a capire come possa appassionare l’acquisto di un paio di scarpe firmate per il proprio avatar è forse perché ancora nel metaverso non ci siamo e perché ci è (ancora) chiara la differenza tra l’Io che vediamo nello specchio del bagno al mattino, con relative e concretissime occhiaie, e il personaggio buffo che ci rappresenta in improbabili meeting di lavoro o riunioni condominiali.

Forse tra un po’ anche a noi verrà il desiderio di vestire il nostro avatar e il suo/nostro cane digitale alla moda. Staremo a vedere.

Nel frattempo abbiamo capito almeno un paio di cose

La nostra presenza digitale fornisce valanghe di dati che qualcuno (ma sarebbe meglio dire qualcosa) elabora e restituisce all’impresa cliente sotto forma di profilazione di target.

In altre parole l’algoritmo non si limita a mandarci sollecitazione all’acquisto solo perché abbiamo cercato un comodino sul sito di Ikea, ma incrocia il chi siamo al cosa ci piace/potrebbe piacere. Questi dati alimentano anche i processi di ideazione del prodotto ormai svolto a quattro mani tra designer e sistemi di Ai.

Copio incolla dal sito di Sindox a margine di un convegno recentemente tenutosi a Zurigo: “i tool di AI – ha spiegato Siresia Bagnolo, service e Ux designer di BIxuit – non solo saranno in grado di simulare il processo di elaborazione di un progettista, ma avranno anche spazi di co-creazione in cui dialogare con i designer aiutandoli a finalizzare l’output e occupandosi di attività ripetitive“.

In realtà abbiamo il sospetto che il computer sia ormai oltre la funzione esecutiva finalizzata a farci risparmiare tempo, facendosi carico di procedure standard che non aggiungono valore e contenuto di creatività.

Il tono usato in molti contesti da esperti di tecnologie digitali, specie se riferiti in processi creativi/decisionali, sono sempre tranquillizzanti nel confermare la centralità del tecnico e del progettista umano. Ma è davvero così?

L’entrata a gamba tesa nel dibattito di personaggi come Geoffrey Hinton, che ha appena lasciato Google proprio per poter più liberamente mettere in guardia il mondo dai pericoli dello sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, fanno riflettere.

La sicurezza ce la siamo ormai giocata?

Un articolo de Il Giornale (10 maggio 2023) riporta i dati  del rapporto sulla cyber-sicurezza dei sistemi informatici con focus sulle Pmi (Threatland Report Cyber security Q1) realizzato dal team di threat intelligence di Swascan.

Così scrive “nel primo trimestre di quest’anno sono stati 898 gli obiettivi attaccati ed esposti alla pubblicazione dei dati in 79 Paesi, in crescita del 19% rispetto al trimestre precedente. Gli Usa hanno il primo posto con 405 aziende vittime di crimini informatici, ma anche l’Italia è nella parte alta della classifica, con un aumento dell’85% delle vittime“.

Un fenomeno inarrestabile

Secondo un recente studio della McKinsey nei prossimi tre-cinque anni, l’Ia generativa – la ormai nota ChatGpt – contribuirà fino a 275 miliardi di dollari ai profitti operativi dei settori dell’abbigliamento, della moda e del lusso in virtù delle sue crescenti abilità e del bisogno delle imprese del comparto di intercettare per tempo stili di vita, opinioni e trend di consumo, non essendo più in grado di condizionarli, viene da pensare.

Il sistema può infatti “aggregare rapidamente ed eseguire analisi del sentiment dai video sui social media o modellare le tendenze da più fonti di dati sui consumatori. I direttori creativi e i loro team possono inserire schizzi e dettagli desiderati, come tessuti, tavolozze di colori e motivi, in una piattaforma alimentata dall’intelligenza artificiale generativa che crea automaticamente una serie di design, consentendo così ai designer di giocare con un’enorme varietà di stili e look. Un team potrebbe quindi progettare nuovi articoli sulla base di questi risultati, mettendo il tocco distintivo di una casa di moda su ciascuno dei look“.

Il tutto senza dimenticare il contributo che l’Ai può generare nel consentire alle aziende di sviluppare approcci personalizzati al cliente, approccio che, sempre secondo McKinsey può aumentare i ricavi di un’impresa del 40% rispetto alle aziende più tradizionali.

Tradotto in un esempio: prodotti come gli occhiali potrebbero essere progettati appositamente per un cliente utilizzando la tecnologia di riconoscimento facciale alimentata dall’intelligenza artificiale generativa e adattarsi alle dimensioni e alle preferenze di stile del destinatario. Chi non ne vorrebbe approfittare?

Tutto questo non è privo di costi ambientali. Come detto, le transazioni avvengono mediante Nft (Non Fungible Token) originali e autentici, tracciati con Blockchain.

Queste transazioni comportano un’emissione di CO2 piuttosto elevata. Secondo Americana Chen (ho controllato, si chiama proprio così), ricercatrice per il World Institute of Sustainable Development Planner e per l’Unesco Hong Kong Association, una singola transazione in Ethereum emetterebbe circa 110 kg di CO2, l’equivalente di oltre 18.000 ore di video visualizzati su YouTube (fonte: McKinsey).

In conclusione: forse ci siamo messi in un guaio (2001 Odissea nello spazio e Matrix ci avevano avvisati), ma le potenzialità di questi sistemi sono allettanti. Speriamo solo che l’attenzione alla cybersecurity si mantenga alta almeno la metà del successo che l’Ai sta acquistando.

Crediti immagine: Depositphotos

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Aurora MagniAurora Magni: una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin
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