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Torniamo sul vuoto a rendere: perché è bene che si faccia anche in Italia

vuoto a rendere
Immagine da Depositphotos

Il vuoto a rendere migliora le condizioni ambientali di una nazione; dà lavoro e rimette in produzione buona plastica (rPet), aiutando a raggiungere i tassi di riciclo imposti dalla Ue: come mai allora non si procede con la sua adozione in Italia?

Laddove è in vigore, non c’è lattina o bottiglietta di plastica o di vetro che sia abbandonata per strada: i cosiddetti canner sono in giro a raccogliere tutto quello che trovano, perché dal quel gesto hanno un guadagno (negli Usa si parla di 20/40mila dollari l’anno pro-capite).

L’azione non è selvaggia, non rubano rifiuti al sistema, ma è ben gestita da un deposit return system (Drs), attuabile quando una Nazione decide (il primo passo è politico) di percorrere questa strada. La strada del vuoto a rendere.

In Europa ci sono nazioni che sin dallo scorso secolo applicano le procedure del vuoto a rendere: Germania, Svezia, Finlandia, Danimarca sono veramente dei precursori (in tutto sono 13 le nazioni europee con tassi di riciclo del 90%) come ha raccontato Clarissa Morawski, fondatrice e amministratrice delegata di Reloop durante un convegno organizzato a Milano dal comitato A buon rendere proprio per fare chiarezza sull’argomento.

roadmap vuoto a rendere

Ulteriori undici Paesi hanno già stabilito l’intenzione di introdurre tali sistemi e si accingono a farlo nei prossimi tre anni (Austria, Cipro, Grecia, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Regno Unito, Romania, Scozia, Turchia, Ungheria). Tra questi l’Italia non compare.

Perché l’Italia tituba ancora?

Eppure, i benefici sono evidenti. Dal punto di vista ambientale, il vuoto a rendere azzera la dispersione di rifiuti e migliora le condizioni di strade, bordo campi, spiagge. Un segno di civiltà.

Tutti gli studi scientifici dimostrano inequivocabilmente – fa notare Diego Rubolini, docente di Ecologia all’Università Statale di Milanocome l’adozione di un deposit return system azzeri di fatto la dispersione dei flaconi monouso in ambiente“.

Il docente di ecologia, giustamente lo chiama littering che costituisce “una delle principali fonti di contaminazione da plastica negli ambienti terrestri e acquatici. Nei Paesi scandinavi, dove i Drs sono in vigore da diversi anni, è praticamente impossibile trovare bottiglie di plastica abbandonate.

E per comprendere come ciò possa accadere, faccio spesso un esempio molto semplice: immaginate che ogni bottiglietta di plastica abbandonata che trovate in un giardino, lungo una strada o su una spiaggia, valga 20 centesimi.

Possiamo essere certi che se così fosse quella bottiglietta non sarebbe lì, perché qualcuno la raccoglierebbe per riscattare la cauzione e, soprattutto, il proprietario non la abbandonerebbe per recuperare la cauzione egli stesso.

I Drs introducono un vero cambio di paradigma nella gestione dei rifiuti, con cui il consumatore paga il contenuto mentre prende solo in prestito il contenitore, che va restituito riscattando la cauzione“.

Abbiamo bisogno di esempi come questo e di fare chiarezza. Oltre a specificare bene i conti economici/finanziari che il sistema Drs porta con sé. È lo stesso Enzo Favoino, coordinatore scientifico della campagna di comunicazione A buon rendere a spiegarlo.

La lobby italiana dell’industria della plastica, eppure, è contraria. Ma, Alessandro Pasquale, presidente di Mattoni 1873 (oltre che alla guida di Natural Mineral water Europe li invita con veemenza a valutare questa nuova catena del valore perché è “assolutamente in utile e positiva“.

Lo constata lui stesso nei Paesi su cui opera, per lo più nell’Est Europa. Ma sono anche i consorzi del recupero a storcere il naso.

La stessa Coripet che, comunque, con i propri compattatori agisce con una sorta di un sistema di vuoto a rendere afferma, attraverso il presidente presidente Corrado Dentis: Certamente alla base manca una decisione politica di adottare un sistema di tipo cauzionale. Al momento l’Italia ha espresso molto chiaramente la sua contrarietà ad adottare quel percorso che altri stati membri hanno già applicato o hanno dichiarato di voler applicare“.

Anche Alberto Bertone, ad e presidente di Acqua Sant’Anna è una voce fuori dal coro. Da tempo appoggia la campagna A buon rendere. La sua idea è che per poter riciclare il Pet in closed-loop, da bottiglia a bottiglia, è necessaria una raccolta dedicata, pulita e quanto più possibile esente da materiali e sostanze inquinanti.

Attraverso circuiti dedicati come il Drs potremo disporre di Pet grado alimentare più facile da riutilizzare per produrre nuove bottiglie, come la Ue chiede di fare nei prossimi anni“.

Per questo l’imprenditore invita a sottoscrivere la petizione per fermare la dispersione degli imballaggi nell’ambiente.

Intanto ci sarà da fare i conti con l’articolo 44 della proposta di regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (Ppwr) che dispone che entro il 1º gennaio 2029 gli Stati membri “debbano adottare le misure necessarie – scrive Silvia Ricci su Comuni Virtuosi – affinché siano istituiti sistemi di deposito cauzionale e restituzione per bottiglie di plastica e contenitori di metallo monouso per bevande, a meno che gli stessi non dimostrino di aver raggiunto il target del 90% di raccolta rispetto all’immesso sul mercato negli anni 2026 e 2027“.

A buon rendere è un bell’augurio. Portiamolo fino in fondo e, giusto per farvi capire come siamo assolutamente certi che sia una buona pratica, aggiungiamo che ci sono veramente tanti altri vuoti a rendere che potrebbero essere presi in considerazione.

Per esempio, tutti i contenitori di plastica per il take away; i recipienti di detersivi, di olio e – perché no – le cicche di sigaretta. Che invece sono appannaggio dei Consorzi (o dei volontari). Sempre che questi riescano a essere pervasivi in tutta Italia.

Crediti immagine: Depositphotos

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