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Ma questo cotone è ecologico o no?

filiera contone
Immagine da Depositphotos

Occhi e teste puntate sulla tracciabilità nella filiera del cotone: la trasparenza delle informazioni sui prodotti in relazione al passaporto digitale apre nuovi capitoli in tema di Lca di un materiale naturale ma complicato.

Tracciare la storia del cotone è molto difficile, sia per la dimensione globale della filiera, sia per la disomogeneità delle informazioni raccolte – quando disponibili – non essendoci standard condivisi tra i Paesi produttori.

Inoltre “qualsiasi balla di cotone di un determinato Paese produttore, la Cina per esempio, può contenere cotone proveniente da altri Paesi“. E soprattutto “la mancanza di trasparenza rappresenta un vantaggio per i produttori di fibra, come ha dimostrato la frode del cotone biologica indiano del 2020 e come dimostra l’opacità di informazione che accompagnano il cotone Cinese dello Xinijiang“.

Alla stessa conclusione è arrivato anche uno studio dell’università britannica Sheffield Hallam che ha evidenziato che alcune fabbriche in Vietnam e in altri Paesi del Sud globale utilizzavano il cotone cinese per realizzare i prodotti intermedi poi venduti a più di cento griffe internazionali.

Distinguere il cotone proveniente dallo Xinjiang è molto difficile” ha recentemente dichiarato Dorothée Baumann-Pauly, direttrice del Centro per le imprese e i diritti umani di Ginevra.

La catena di approvvigionamento del cotone è sorprendentemente complessa. Importanti luoghi di lavorazione come il Bangladesh non hanno una produzione propria di cotone e dipendono dalle importazioni. Il cotone grezzo è venduto in balle a Dubai. Lungo la filiera ci sono vari passaggi in cui le fibre possono mischiarsi“.

Il cotone e la sua filiera

Se volete approfondire la storia del cotone dello Xinjiang vi suggeriamo di leggere il rapporto delle Nazioni Unite – Assessment of human rights concerns in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region, People’s Republic of China del 2022.

Naturalmente la tracciabilità del cotone non è finalizzata  solo a individuare la presenza o meno di fibra ottenuta dallo sfruttamento di lavoratori forzati, diciamo che questo è uno dei casi che colpisce di più e che ha spinto molti brand a dichiarare il proprio impegno a non utilizzare quel materiale.

Tracciare vuol dire infatti documentare caratteristiche e passaggi subiti dal materiale e che riguardano tanto l’impatto ambientale quanto sociale del lotto considerato, dalla coltivazione alla logistica, fino alle fasi di lavorazione industriale.

Intanto, negli ultimi anni alcune importanti iniziative di tracciamento sono state avviate e altre ne dovranno nascere. Ne citiamo solo alcune.

La svizzera Haelixa ha sviluppato un sistema di tracciamento delle fibre basato sull’analisi del Dna. Sul tema si è anche il progetto Unece Sustainability Pledge mentre Supina ha sviluppato con TextileGenesis una piattaforma blockchain per l’autenticazione del cotone americano Pima.

Un articolato sistema di tracciabilità è stato messo a punto negli Stati Uniti da agenzie federali come l’Epa, la Fda e l’Osha che assicurano che il cotone sia prodotto in modo regolamentato e documentato.

L’Usda Agricultural Marketing Service utilizza l’identificazione permanente delle balle per identificare il cotone statunitense lungo la catena di approvvigionamento.

Naturalmente per condizioni tecnologiche e digitalizzazione dei flussi, è più facile tracciare il cotone americano o quello australiano che quello asiatico e africano, vuoi per la frammentazione della catena di approvvigionamento della fibra, vuoi per l’assenza di strumentazioni e standard condivisi, vuoi perché si preferisce non tracciare.

Ma è un problema a cui si dovrà dare una risposta, troppo altro il rischio per gli utilizzatori di fare green e social washing magari in buona fede.

Crediti immagine: Depositphotos

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Aurora MagniAurora Magni: difficile incontrarla senza il suo setter inglese al fianco. Una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin
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