Home Green Jobs Riciclo tessile, può essere utile anche per i cappotti termici in edilizia?

Riciclo tessile, può essere utile anche per i cappotti termici in edilizia?

pannelli cappotti termici
Immagine da Depositphotos

La crisi climatica mette a rischio anche i lavori edilizi e, in particolare, le grandinate violente e impetuose arrivano a rovinare i cappotti termici… perché non pensare all’utilizzo di sfridi tessili per questi pannelli?

Vedere nei cantieri della case in ristrutturazione utilizzare i pannelli di poliuretano espanso (raramente lana di roccia) mi fa nascere una domanda: perché non usare al loro posto sfridi tessili (insieme dei residui di lavorazione di fibre tessili)?

Ne abbiano tanti, le imprese pratesi li sanno trasformare in pannelli e lo fanno da anni: perché non approfittare di questa competenza, mentre siano presi a ragionare di consorzi ed Epr (responsabilità estesa del produttore)?

La domanda mi è sorta spontanea anche osservano i frammenti di polistirolo che svolazzano durante i lavori di posa, i ritagli che il vento porta in giro… alla faccia della lotta alle microplastiche.

Dare quindi una chance al riciclo tessile

Ho provato a informarmi, ma non essendo del mestiere, chiedo a chi ne sa di più. Non è vietato usare pannelli tessili giusto? Fatti con gli sfridi pre e post consumo macinati e assemblati, magari con la lana delle pecore italiane che i pastori considerano una calamità più che una risorsa.

A quanto leggo i pannelli devono avere specifiche caratteristiche tecniche come stabilità dimensionale, resistenza, reazione al fuoco ed essere chimicamente sicuri, cioè non devono essere aggiunti intenzionalmente additivi a base di cadmio, piombo, cromo, mercurio, arsenico e selenio, sostanze identificate come pericolose.

Trattandosi di riciclo di materiali provenienti da fonti diverse, quest’ultimo punto è delicato e riguarda non tanto ciò che si può aggiungere, magari per legare le fibre, ma ciò che è già presente nei rifiuti derivante da precedenti processi di nobilitazione.

Ma questo è problema che vale per tutto il riciclo tessile e si dovrà infatti attendere la revisione del Reach per capire come gestirlo.

Normale in ogni caso che si debbano fornire rapporti di prova rilasciati da organismi di valutazione della conformità a determinati standard, procedure che i produttori tessili hanno imparato a gestire forse prima di altri settori. Forse è un problema di costi?

L’elemento climatico scompiglia le carte in tavola…

Poi arrivano grandine ed eventi climatici estremi (venti forti e precipitazioni imponenti). Potrei sbagliarmi: un pannello fatto da un mix di rossini (per dirla alla pratese) mi sembra più solido di un pannello che si sbriciola se lo incidi con l’unghia.

Perché non giocare questa carta? Mi sarei aspettata una esplicita richiesta da parte di enti e associazioni di settore al Ministero competente per inserire, o almeno considerare, l’uso di sfridi tessili nell’eco-ristrutturazione delle abitazioni italiane.

Operazione finanziata per altro con soldi pubblici. Invece abbiamo optato per la plastica, che, tra l’altro, non sembra reggere le insidie del maltempo. Qualcuno mi spiega perché?

Crediti immagine: Depositphotos

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Aurora MagniAurora Magni: difficile incontrarla senza il suo setter inglese al fianco. Una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin
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