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La rinaturazione del Po è a rischio fallimento

fiume po
Immagine da Depositphotos

Il progetto di rinaturazione del Po, il più grande fiume italiano, è a rischio a causa delle proteste delle principali associazioni agricole e di Coldiretti. Tuttavia, questo progetto assume un ruolo straordinariamente strategico per gli equilibri morfologici ed ecologico-ambientali.

Le direttive auropee spingono sempre più per il ripristino degli habitat naturali e della riqualificazione fluviale e naturale del territorio europeo. Sui grandi fiumi europei – Rodano, Reno, Mosa, Danubio, Dordogne, Ebro, Isar… – grazie ai fondi del Next Generation Eu si stanno effettuando interventi per la riqualificazione e il ripristino della connettività.

Per il nostro Paese, l’Europa ha già stanziato 357 milioni per un piano di 56 interventi da attuarsi lungo il Po entro il 2026, necessari per ridurre il rischio di alluvioni, ripristinare importanti servizi ecosistemici e garantire la conservazione di habitat naturali e biodiversità, oggi drammaticamente compromessi.

A rischio la rinaturazione del Po: una sconfitta culturale tutta italiana

Un progetto che, tuttavia, incontra una fiera opposizione da parte delle associazioni degli agricoltori e di Coldiretti. Riceviamo e pubblichiamo su GreenPlanner.it la lettera aperta di Andrea Goltara, direttore del Cirf – Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, che illustra le obiezioni e dà il suo parere a riguardo.

La rinaturazione del Po è l’unica misura del Pnrr specificamente orientata alla riqualificazione di un fiume e anche, più in generale, alla ricostituzione di sistemi naturali.

Contrariamente agli altri Stati Membri, l’Italia ha destinato a questo obiettivo una porzione molto ridotta delle risorse disponibili, ignorando gli indirizzi della Ue e senza ascoltare la voce di molte imprese che vedono nella riqualificazione ecologica del territorio un fattore essenziale per migliorare l’adattamento al cambiamento climatico e garantire la sopravvivenza delle proprie attività economiche nel lungo periodo.

Anche per queste ragioni, le critiche al progetto appaiono francamente inspiegabili. Al centro della protesta delle principali associazioni agricole vi è l’accusa di voler mettere in crisi la pioppicoltura padana, con la “revoca di concessioni in atto ed esproprio di aree a pioppeto in proprietà o in gestione per più di 7.000 ettari lungo il fiume Po”.

Tale denuncia, tuttavia, è chiaramente strumentale e infondata. Gli interventi previsti dal progetto, infatti, riguardano il ripristino di vegetazioni forestali e di forme fluviali per poco più di 1.700 ettari – non quindi per 7.000 – ma di questi solo il 10%, meno di 200 ettari, è costituito da terreni coltivati, trattandosi in prevalenza di tratti di alveo, di opere spondali e di terreni incolti.

La posizione di Coldiretti e delle altre associazioni di settore vorrebbe essere a tutela di una categoria, quella degli agricoltori, che nel tempo non ha fatto che sfruttare il fiume rendendolo sempre più vulnerabile e ha messo a rischio anche la propria sopravvivenza futura.

Una categoria che in Europa sta facendo pregiudizialmente le barricate contro una proposta di legge, quella sul ripristino della natura, importantissima non solo per la tutela degli ecosistemi, ma anche per il futuro dell’economia europea, incluso il settore agricolo.

Tutelare la biodiversità nelle aree agricole e ripristinare la salute del suolo è fondamentale per garantire un futuro all’agricoltura, anche nella Pianura Padana. Gli attuali rappresentanti di categoria, facendo la guerra a queste misure di adattamento, stanno dimostrando la loro drammatica inadeguatezza di fronte alle sfide del cambiamento climatico e stanno danneggiando in primo luogo gli agricoltori.

Ripristinare più spazio e natura lungo i corsi d’acqua, poi, è fondamentale per la sicurezza di tutta la popolazione. I fiumi italiani e non solo, soprattutto dagli anni ’50 in poi, sono stati interessati da intensi processi di restringimento (generalmente >50% con massimi fino a 85-90%) e incisione degli alvei (comunemente dell’ordine di 3-4m e talvolta fino a 10-12m) che spesso ne hanno cambiato completamente l’aspetto.

Queste variazioni morfologiche, di origine antropica, dovute soprattutto all’eccesso di escavazione di sabbia e ghiaia nei fiumi, hanno portato a una banalizzazione dei sistemi fluviali, con conseguente perdita di biodiversità e di capacità di fornire servizi ecosistemici.

Contestualmente, le aree di pertinenza fluviale sono state per lo più occupate dall’attività agricola, da strutture e infrastrutture, aree urbane e industriali. Questo ha causato una riduzione della capacità di laminazione delle piene e un incremento del rischio geo-idrologico, nonostante la costruzione di opere di difesa dalle alluvioni, perché sempre più elementi vulnerabili hanno occupato aree che possono essere inondate o interessate dalla dinamica morfologica.

È ormai ampiamente documentato che la riduzione dell’artificialità e il recupero delle dinamiche morfologiche promuove il miglior funzionamento dei sistemi fluviali, sia in chiave di conservazione della biodiversità che di riduzione del rischio di alluvioni. E questo tipo di azioni è ampiamente finanziato in buona parte dei Paesi europei.

Proprio per questo, come specificato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po “il progetto di Rinaturazione del fiume Po assume un ruolo straordinariamente strategico per gli equilibri morfologici ed ecologico-ambientali dell’area interessata dal corso d’acqua più lungo d’Italia e insieme agli interventi di difesa idraulica rappresenta una delle misure più importanti della pianificazione distrettuale attuativa delle Direttive comunitarie acque (Direttiva 2000/60/Ce) e alluvioni (Direttiva 2007/60/Ce)“.

L’urgenza di attività di ripristino della zona (riforestazione, contrasto delle specie alloctone, apertura di rami secondari del fiume Po, riattivazione di lanche e modifica di difese spondali) era stata segnalata già nel 2000 da Roberto Passino, primo Segretario dell’Autorità di Bacino del Po.

“Il Po per larga parte non è più un fiume” diceva, aggiungendo che “quando un fiume non ha le fasce fluviali, gli si tolgono le anse, si modifica la sezione dell’alveo, si realizzano opere al suo interno, le città hanno uno sviluppo urbanistico verso il fiume, l’agricoltura tende ad avvicinarsi al fiume soffocandolo, e le norme vigenti non sono rispettate, ci troviamo di fronte a un insieme di situazioni che sinergicamente influiscono (negativamente) sulle conseguenze delle alluvioni”.

Alla luce di quanto sopra – commenta Andrea Goltara, direttore del Cirf – Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale – risulta del tutto inaccettabile per il nostro Paese rischiare di perdere una occasione unica come questa, finanziata dalla Ue. Affermare, come ha fatto Coldiretti, che il progetto “rischia di infliggere una ferita profonda al nostro territorio, all’economia delle nostre terre, alla vita stessa che si è sviluppata nei secoli intorno al nostro grande fiume” non ha alcun fondamento“.

Altrettanto inaccettabile è l’ipotesi di bacinizzazione del Po, nuovamente resuscitata dopo essere stata bocciata già in passato per motivi tecnici, prima che ambientali e ora sbandierata come possibile alternativa alla rinaturazione.

Trasformare il Po in una catena di laghi artificiali, come vorrebbe questo progetto, peggiorerebbe ulteriormente le condizioni già critiche di habitat e biodiversità, rendendo le popolazioni limitrofe ancora più esposte agli eventi estremi.

Crediti immagine: Depositphotos

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