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Scarti di produzione e sottoprodotti: l’economia circolare in pratica

scarti produttivi e sottoprodotti

Gli scarti di produzione non sono rifiuti ma una ricchezza da cui attingere per creare nuovi sottoprodotti; il tema è ancora poco conosciuto dal mondo produttivo, anche a causa di normative poco diffuse e di timori nei profili di responsabilità. Facciamo un po’ di chiarezza

Gli scarti di produzione possono diventare nuovi sottoprodotti, non si tratta quindi di rifiuti ma di un valore a cui le aziende produttive possono attingere per attivare processi di economia circolare; finora, a causa di iter burocratici farraginosi e di rischi di conteziosi giudiziari, le imprese hanno però preferito classificarli come rifiuti.

Andrea Ballabio, economista presso Ref Ricerche, ci ha sottoposto un Position Paper a cura di Francesca Bellaera, Donato Berardi e Antonio Pergolizzi appena pubblicato relativo agli scarti di produzione e ai sottoprodotti, per fare un po’ di chiarezza sul tema.

Secondo Ref Ricerche, infatti, per agevolare l’incremento del regime dei sottoprodotti, sarebbe utile che l’idoneità alla produzione venisse riconosciuta già in sede di rilascio delle autorizzazioni all’esercizio richieste per lo specifico processo produttivo (Aia, Aua o altra autorizzazione), contemplati dal proponente tra le innovazioni di processo e gestionali in grado di facilitarne l’utilizzo.

Inoltre, il loro inserimento specifico nella stesura dei documenti tecnici (Bref, Bat, linee guida…) darebbe maggiore certezza sia all’identificazione sia al loro uso (qui trovate il documento di summary sul tema che sintetizziamo qui sotto).

Pil e rifiuti speciali: alle origini del mancato disaccoppiamento

L’Italia è il Paese europeo dove la produzione di rifiuti è cresciuta di più (+21%), nonostante la riduzione del Pil (-8% tra il 2010 e il 2020). I dati evidenziano per il nostro Paese il mancato raggiungimento del disaccoppiamento tra il Pil e la produzione di rifiuti, con una differenza tra la crescita dei rifiuti prodotti dalle attività economiche e quella del Pil vicina al 30%.

Francia e Germania al contrario, sono casi virtuosi, visto che la produzione di rifiuti è cresciuta meno del Pil. Quali sono le cause?

Considerato che una parte rilevante della maggiore intensità di produzione di rifiuti primari è nettamente riconducibile al tessuto manifatturiero domestico, l’andamento dell’indicatore potrebbe essere legato, oltre che all’efficienza dei processi anche allo scarso ricorso all’istituto dei sottoprodotti.

Questi ultimi, infatti, non sono rifiuti, ma discarti di produzione (come sfridi, cascami o avanzi di processi produttivi) che possono essere gestiti come beni, quando soddisfano tutte le condizioni previste dall’art.184-bis del D.Lgs. 152/2006 (Tua), ovvero:

  1. la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto
  2. è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso processo di produzione o di uno stadio successivo, da parte del produttore o di terzi
  3. la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale
  4. l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa tutti i requisiti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente, e non porta a impatti negativi sull’ambiente o sulla salute umana

Se manca anche una sola delle condizioni sopra elencate, lo scarto di produzione rientra nella disciplina dei rifiuti.

Alla luce del quadro normativo vigente, l’aspetto cruciale della disciplina dei sottoprodotti è relativo alla certezza dell’utilizzo della sostanza od oggetto (Art. 5 del Dm 264/2016).

È, quindi, compito del produttore attivare sin dall’inizio della sua attività un ciclo produttivo capace di incanalare i residui quali i sottoprodotti all’interno dello stesso o di altro ciclo produttivo, attivando le necessarie forme di osmosi industriali.

Sottoprodotti e osmosi industriale

I casi pratici di applicazione dei sottoprodotti sono svariati, praticamente senza eccezioni settoriali, che qui si possono solo accennare (per una trattazione dettagliata, si rimanda al Position Paper di Ref Ricerche).

Uno dei settori naturalmente adatti all’impiego dei sottoprodotti è quello agroalimentare. Ma non solo. Interessanti prospettive vi sono in quello della concia delle pelli, della lavorazione dei metalli della chimica e, last but not least, del settore tessile.

La ricerca di economie di scala e di densità richiede pratiche concrete di simbiosi industriale, principalmente per le frazioni di scarso valore economico per singola unità, come nel caso del tessile, dove ancora oggi i ritagli e i cascami faticano a trovare uno sbocco come sottoprodotti, anche in considerazione della delocalizzazione produttiva di alcuni marchi e al successo del fast fashion.

È, quindi, alla simbiosi industriale che si deve guardare come chiave di volta per sbloccare l’uso dei sottoprodotti nella manifattura Made in Italy.

La messa a sistema dei sottoprodotti potrebbe rappresentare la strada obbligata verso la transizione ecologica, facendo rientrare all’interno dei processi produttivi materie che finiscono al contrario per gravare come un fardello nella gestione dei rifiuti, con evidenti costi economici e socio-ambientali.

La gestione all’interno dei cicli industriali dei sottoprodotti rappresenta uno degli strumenti indispensabili per la conversione ecologica dei nostri sistemi produttivi.

Proposte di policy

Nonostante le enormi potenziali dell’istituto dei sottoprodotti nella transizione ecologica, la sua applicazione è ancora oggi limitata.

La scarsa conoscenza dell’istituto giuridico dei sottoprodotti da parte del mondo produttivo ed il timore dei profili di responsabilità che originano dal farvi ricorso, oltre che la mancanza di misure incentivanti, sono le principali ragioni che hanno di fatto relegato finora l’impiego dei sottoprodotti in una sorta di limbo.

Riguardo al secondo aspetto, ovvero l’incertezza della disciplina, è necessario premettere che questa è in qualche modo ontologica rispetto ai singoli materiali. La distinzione tra prodotto-sottoprodotto-residuo (rifiuto) non è, infatti, né immediata né automatica.

Le imprese finora si sono rivelate più incline a classificare potenziali sottoprodotti – con evidenti benefici ambientali ed economici per gli interessati e per la collettività – come rifiuti, allo scopo di evitare ulteriori appesantimenti burocratici, e, soprattutto, per evitare di incappare in conteziosi giudiziari, nel caso di non EoW.

In tal senso, se è pur vero che un margine d’incertezza esiste, è altrettanto vero che lo sforzo della giurisprudenza e delle policy a livello regionale stanno dando una mano a chiarire alcuni aspetti. Sforzi che devono essere portati avanti e rafforzati.

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