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Cosa c’è da dire sul Piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici?

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Immagine da Depositphotos

Lo si attendeva da tempo e alla fine è stato pubblicato il Piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) che prevede 361 misure di carattere nazionale o regionale che interessano 18 diversi settori. Grazie all’aiuto degli esperti di Etifor Valuing nature, vediamo di che si tratta e cosa ci dobbiamo aspettare

E finalmente anche l’Italia ha il suo Piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Lo ha elaborato e rilasciato il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dando attuazione alla Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Snac), approvata con decreto direttoriale n.86 del 16 giugno 2015.

Obiettivo principale è dare delle linee guida per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma qual è la situazione in Italia?

L’Italia si trova per di più al centro del cosiddetto hot spot mediterraneo, un’area molto sensibile ai cambiamenti climatici dove gli effetti risultano maggiormente preoccupanti. Basti pensare che nel bacino del mediterraneo è stato rilevato un aumento delle temperature maggiore del 20% rispetto a quello globale (fonte Medecc).

La riduzione delle risorse idriche, fenomeni di dissesto idrogeologico, alluvioni, incendi boschivi, erosione delle coste: sono solo alcuni dei rischi naturali a cui è esposto il territorio italiano.

L’aumento delle temperature e l’intensificarsi di eventi estremi dovuti ai cambiamenti climatici amplificano notevolmente questi rischi. La probabilità del rischio – come rilevato anche da Cmcc – da eventi estremi è infatti aumentata del 9% negli ultimi vent’anni.

Anche per queste ragioni, la gestione dei rischi e degli impatti derivanti dai cambiamenti climatici richiede iniziative adeguate di adattamento su tutto il territorio e in tutti i settori a rischio.

L’adattamento rappresenta sia una necessità per rispondere ai cambiamenti già avvenuti e ormai irreversibili, sia un’opportunità per anticipare e ridurre i rischi nel prossimo futuro.

Proprio per “contenere la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici agli impatti dei cambiamenti climatici e aumentarne la resilienza“, a inizio gennaio il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mase) ha approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc).

Dopo anni di assenza ingiustificata, l’Italia si dota di uno strumento indispensabile per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cos’è il Pnacc e cosa comporta

L’obiettivo principale del Pnacc è fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, a migliorare la capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonché a trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche“: così viene descritto lo scopo programmatico del documento.

Il Pnacc si apre illustrando il quadro giuridico di riferimento in materia di adattamento, per poi passare a una dettagliata e puntuale analisi dell’andamento del clima in Italia basata sugli studi scientifici disponibili.

Il documento presenta inoltre un quadro relativo agli impatti dei cambiamenti climatici e le relative vulnerabilità settoriali. Sulla base dell’analisi climatica e dei rischi connessi, il documento descrive una serie di azioni e misure per l’adattamento.

Nello specifico, il Pnacc individua 361 misure di carattere nazionale o regionale che interessano 18 diversi settori: acquacoltura, agricoltura, dissesto geologico, idrologico e idraulico, desertificazione, ecosistemi delle acque interne e di transizione, ecosistemi marini, energia, ecosistemi terrestri, foreste, industrie e infrastrutture pericolose, insediamenti urbani, patrimonio culturale, pesca marittima, risorse idriche, salute, trasporti, turismo, zone costiere.

Le azioni sono articolate su due livelli di intervento: uno sistemico – incentrato sulla costruzione di un contesto organizzativo e sulla definizione di una struttura di governance – e uno di indirizzo – incentrato sulle possibili misure di adattamento.

Le misure di adattamento sono suddivise in due tipologie principali: azioni soft e azioni green o grey. Le azioni soft sono quelle che non richiedono interventi strutturali e materiali diretti, ma comunque utili a facilitare questi ultimi.

In questa categoria rientrano tutti quegli interventi dedicati allo sviluppo di un contesto organizzativo, istituzionale e legislativo favorevole. Tra queste la più importante è l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, la struttura di governance che dovrebbe rendere operativo il Pnacc.

Le azioni grey –  interventi infrastrutturali e tecnologici – e green – con approccio ecosistemico e soluzioni basate sulla natura, hanno entrambe una componente di materialità e di intervento strutturale.

Tutte le misure sono raccolte in un database (allegato 4 al Pnacc) che contiene anche informazioni relative ai costi, all’ambito geografico a cui fanno riferimento e alcuni indicatori di efficacia ed efficienza economica.

Il finanziamento delle misure previste dal Pnacc – descritto nel capitolo finale del documento, prevede per lo più l’utilizzo di fondi europei quali il Programma Life, il Fondo europeo per lo sviluppo regionale, il Fondo sociale europeo, Urban Innovative Actions, Horizon Europe, la Pac (Politica agricola comune).

Nel documento viene infatti sottolineato come in Italia ormai la programmazione economica nazionale sia legata a quella europea, che prevede “una spesa pari ad almeno il 30% a favore dell’azione per il clima, compreso l’adattamento, nell’ambito del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-2027 e ad almeno il 37% nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza“.

Con l’utilizzo dei fondi europei, saranno direttamente enti pubblici, organizzazioni e soggetti privati a presentare la richiesta di finanziamento per implementare misure di adattamento.

A livello nazionale non sono previsti fondi specifici per l’adattamento ma vengono menzionati alcuni Programmi operativi nazionali (Pon) e altri piani che sarebbero indirettamente collegati con l’adattamento, come per esempio il Piano nazionale per la ricerca 2021 – 2027, il Fondo sviluppo e coesione o il Patto per la Salute.

A livello regionale potranno essere sfruttati i Piani operativi ragionali (Por).

Ma ci sono dei limiti: dove il Pnacc non ha avuto coraggio

Dopo alcuni anni di attesa per l’approvazione di una strategia nazionale per l’adattamento, il Piano risulta essere poco puntuale dal punto di vista operativo e mostra alcune mancanze e debolezze. 

Allo stato attuale, il Pnacc fornisce un quadro di indirizzo, ma senza alcuna indicazione o misura vincolante. Le 361 soluzioni sono definite come “possibili opzioni di adattamento” che troveranno applicazione “nei diversi strumenti di pianificazione, a scala nazionale, regionale e locale“.

A renderlo operativo dovrebbe essere l’istituzione di una struttura di governance ad-hoc (prevista entro tre mesi dal decreto ministeriale di approvazione del Pnacc), ovvero l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici e i successivi decreti attuativi.

Nonostante la puntuale analisi della situazione climatica e degli impatti dei cambiamenti dipingano un quadro piuttosto preoccupante e a tratti drammatico per alcuni settori, la maggior parte delle misure previste rientra tra quelle soft: si tratta quindi di misure non strutturali.

Nello specifico, delle 361 soluzioni, 274 misure (76%) sono definite soft, 46 sono green e 41 grey. Emblematico è il settore del dissesto idrogeologico: nonostante il Piano riporti nero su bianco che il 94% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico, tutte le misure di adattamento individuate sono di tipo non strutturale.

I settori con più azioni di adattamento previste sono quelli strategici in termini di inter-settorialità. Come si legge nel documento “l’agricoltura, gli insediamenti urbani, le foreste e le risorse idriche sono i nodi più significativi della rete poiché su di essi convergono e da essi si diramano un elevato numero di azioni che interessano anche altri settori“.

Settori strategici come salute (sempre più impattata dalle alte temperature nelle aree urbane) e turismo (in particolare quello montano invernale che rischia di scomparire a causa della mancanza di neve), risultano invece penalizzati dalle poche – e non strutturali – misure attuate.

Mancano inoltre gran parte delle voci di costo delle varie azioni previste, con qualche specifica in merito solo per poche di queste: i costi sono essenziali al fine di valutare la fattibilità e il rapporto costi/benefici delle azioni.

Oltre a ciò, non vengono stabiliti chiaramente quali fondi di finanziamento debbano essere utilizzati per ogni misura, ma si rimanda in linea generale alle fonti di finanziamento europee e ad alcuni programmi nazionali.

In conclusione “l’Italia, tra i paesi dell’Unione europea, detiene il triste primato del valore economico delle perdite subite, tra i 74 e i 90 miliardi di euro negli ultimi 40 anni” a causa di eventi climatici estremi – riporta il Piano.

Oltre alle azioni proposte dal Pnacc che rappresentano sicuramente un primo passo positivo e incoraggiante, l’adattamento ai cambiamenti climatici andrebbe sistematizzato all’interno della programmazione sociale ed economica del Paese.

testo redatto da Etifor, spin-off dell’Università di Padova

Crediti immagine: Depositphotos

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